«Sono cresciuta in un condominio e non ho mai avuto un giardino. Forse anche per questo considero i parchi un’occasione di bellezza per tutti e sono fiera di contribuire al mantenimento di aree verdi che raccontano la storia».

Nunzia Petrecca cura i giardini storici più preziosi d’Italia

La 53enne napoletana Nunzia Petrecca, conservatrice di beni culturali, all’università si è innamorata dei grandi giardini e, insieme, del marito, che «da botanico mi faceva da cicerone in parchi secolari». Oggi dirige la squadra di oltre 100 agronomi, botanici, architetti, idraulici e fontanieri che cura le aree verdi più preziose d’Italia: da Villa Adriana a Tivoli a Palazzo Farnese a Caprarola, dal Bosco di Capodimonte a Napoli fino al futuro Bosco dello Sport a Venezia.

Quali sono i primi giardini in cui ha lavorato?

«Alcuni giardini napoletani, soprattutto di ville nobiliari private. Nel corso degli anni sono subentrati importanti giardini storici, come il Real Bosco di Capodimonte, un parco di 134 ettari con la peculiarità di contenere in sé diverse tipologie di giardini. Il primo nucleo è tardo-barocco, serviva a esaudire la passione di Carlo III di Borbone per la caccia: perciò presentava lentisco e mirto, le cui foglie sono appetibili per gli animali, mentre al centro spiccava una sorta di grotta di lecci, che era una “trappola vegetale” per i volatili».

«La parte a nord del Real Bosco era un’azienda agricola, con orti e campi che servivano a sostenere economicamente il giardino, quella vicino alla pinacoteca è sette-ottocentesca e di gusto anglo-cinese, con una mescolanza di palme, canfora e alberi della carta di origine australiana. Il Real Bosco è un grande contenitore di biodiversità, vegetale, e animale: curarlo significa tener conto delle necessità ecologiche, pur nel rispetto della storia e della sicurezza dei visitatori».

Tra i giardini di cui si è occupata c’è anche quello di Villa Adriana

Negli edifici imperiali di Tivoli quali interventi ha realizzato?

«A Villa Adriana, un esempio magnifico di architettura voluto dall’imperatore Adriano che mescola riferimenti egizi, greci e romani, abbiamo ridefinito con una siepe di rosmarino i contorni della grande vasca del Pecile. La vasca era uno specchio d’acqua al centro del Pecile, un quadriportico lungo 232 metri e largo 97, che riproduceva la Stoà Poikile di Atene, ovvero lo spazio in cui gli antichi filosofi tenevano le loro lezioni. Oggi, in corrispondenza delle originarie colonne del portico, sono state collocate piante di alloro tagliate a cilindro. Tuttora, a distanza di 15 anni, mi emoziona pensare al risultato, perché nella sua semplicità è un intervento potente. Sempre a Tivoli abbiamo anche lavorato al parco della Villa Gregoriana, un bene del Fai, lì, su un canyon roccioso di 120 metri scavato dall’Aniene, abbiamo lavorato “in arrampicata” per potare le piante abbarbicate sulle rocce».

Ora sta progettando il Bosco dello Sport a Venezia

Dal passato al futuro. Ci anticipa come sarà il Bosco dello Sport di Venezia?

«Sarà un’area con 100.000 alberi, in cui valorizzeremo la biodiversità locale, con specie autoctone quali la roverella e la quercia rossa e specie adatte alle zone umide come i frassini, i salici e i pioppi. L’intento è creare corridoi di aria pulita attorno alla futura Cittadella dello Sport: stiamo correndo per rispettare la scadenza del 2026, non è facile reperire così tante piante».

Qual è il progetto in cui si è sentita più coinvolta?

«Nel 2019 ho partecipato a un bando per la concessione ventennale del Giardino Torre a Capodimonte: 2 ettari che erano stati la Real Fruttiera dei Borbone ma che erano abbandonati e piene di rovi. Ci ho investito e ho ripristinato le vecchie cultivar (le varietà agrarie di una specie botanica, ndr) e il Casamento turrito con l’antico forno a legna dove si narra sia stata cotta una delle prime pizze per la regina Margherita. Poi ho rimesso in sesto il Giardino dei Fiori, una zona ornamentale, previsto un’area destinata a semenzaio e restaurato le serre dove, come un tempo, oggi si produce l’ananas. Infine ho recuperato un agrumeto del ’700, dove, in 2 giornate di apertura al pubblico, abbiamo accolto ben 5.000 persone».

Per il restauro di un giardino servono conoscenza storiche, cartografiche e scientifiche

Come si restaura un giardino storico?

«Dipende dai casi. Alcune volte ci adeguiamo a progetti già elaborati da altri, altre volte partecipiamo a bandi per i quali dobbiamo presentare un’idea migliorativa rispetto al progetto base. Per formulare una proposta sensata, intervengono lo studio degli antichi documenti e la conoscenza cartografica e storica dei giardini, oltre che l’apporto di contenuti scientifici da mettere a disposizione dei visitatori, in modo da spiegare loro cosa è stato fatto e perché».

Il cambiamento climatico rende difficile anche il restauro dei giardini

Oltre che del passato, dovrete tenere conto anche del presente, con il cambiamento climatico.

«Purtroppo è così. Oggi si discute molto, per esempio, dei prati all’inglese, che richiedono molta acqua. Occorre scegliere se usarla per mantenerli verdi o se diventare più sostenibili puntando a un mix di prati, che tuttavia in alcuni momenti possono diventare totalmente gialli. In più, i giardini patiscono anche per l’esplosione di parassiti, come la piralide del bosso, che sono figli dei cambiamenti climatici. Anche prevenire le infestazioni è più complicato: gli interventi vanno fatti in periodi precisi, ma con il mutare delle stagioni non li prevedi più con esattezza».

Secondo lei, cosa cercano le persone quando visitano un giardino storico?

«Il benessere che nasce dal contatto con la natura e la percezione di stare in un luogo che è un monumento vivente. Per questo è importante sensibilizzare il pubblico: per difendere il nostro patrimonio verde c’è bisogno del rispetto di tutti. Le piante, però, non sono solo preziose per il Pianeta e per la nostra salute: sono creature affascinanti. Per questo in futuro mi piacerebbe raccontare al pubblico anche ciò che non si vede in un parco: la vita segreta delle radici e le connessioni tra le piante a livello sotterraneo, che generano forme di simbiosi e intelligente collaborazione che pochi conoscono».

Nunzia Petrecca spiega che i giardini storici regalano il piacere della bellezza

Oltre alle nozioni botaniche, cosa possiamo imparare da un giardino storico?

«La convivenza tra i diversi, innanzitutto: da molto tempo le specie esotiche convivono con quelle autoctone, dando vita ad habitat rigogliosi e biodiversi. Poi, l’accettazione del corso naturale delle cose, con il passare delle stagioni, la fine di un ciclo e la rinascita primaverile. Infine, il piacere della bellezza, che è un privilegio. Abitando in un condominio, non ho avuto l’opportunità di godere della grazia della natura. Per fortuna, i grandi giardini regalano questa possibilità alle persone comuni da centinaia di anni».