Il count down in vista della festa della mamma è iniziato ufficialmente e all’essere madre sono dedicate molte riflessioni. Ma la domanda-regina è: «Essere genitore rende più felici?». Attenzione, non si tratta di stabilire se la maternità renda persone “migliori” o più “realizzate”, ma solo di capire se il benessere aumenti quando si mette su famiglia. E la risposta non è così scontata, almeno stando ai risultati di una ricerca greca.
I figli: più gioie o dolori?
Come recita noto un proverbio Zen,“Nella vita bisogna fare tre cose: fare un figlio, scrivere un libro, piantare un albero”. Ma sulla genitorialità si è pronunciato anche Roger Nelson – alias il cantante Prince – dicendo che “Un figlio è una lettera d’amore che un padre scrive al suo cuore”. Secondo Mary R. Cocker, poi, “La maternità è il più grande privilegio della vita”. Ma sarà poi così?
A proposito di aforismi, è Honoré de Balzac a sottolineare un altro aspetto: “Tutte le madri sono madri eroiche: quando si ama, si supera ogni limite“. E allora dove sta la verità: avere figli comporta più gioie o fatiche? Secondo un team di ricercatori greci né le une né le altre: l’effetto sarebbe semplicemente neuro, almeno nella maggior parte dei casi.
Il paradosso della neutralità genitoriale
Secondo uno studio, pubblicato su Evolutionary Psychology e guidato da Menelaos Apostolou, dell’Università di Nicosia, in Grecia, gli effetti della genitorialità non sono del tutto positivi, come non sono neppure negativi. Nella migliore delle ipotesi l’avere figli rappresenta un’esperienza definita come “neutralità genitoriale”. Per arrivare a questa conclusione Apostolou e i suoi collaboratori hanno analizzato una banca dati relativa a 5.556 soggetti, provenienti da 10 diversi Paesi ed esattamente Cina, Grecia, Giappone, Perù, Polonia, Russia, Spagna, Turchia, Regno Unito e Ucraina. Di età media tra i 33 e i 36 anni, 3.350 erano donne e 2.189 uomini, genitori nel 38,5% dei casi.
Il benessere dei genitori
Per valutare se la genitorialità portasse più gioia o frustrazione, i ricercatori hanno misurato due valori: il benessere “edonico”, cioè il piacere e la gioia quotidiana, e quello “eudaimonico”, ossia la sensazione di dare il giusto senso e significato alla propria vita. Per quanto riguarda il primo valore, è emerso che la felicità quotidiana sostanzialmente non cambia, che si abbiamo o meno dei figli, fatto salvo il presupposto che i genitori hanno generalmente un partner e questo rappresenta un fattore che contribuisce al benessere. Per quanto riguarda il senso di soddisfazione per la propria esistenza, invece, i punteggi più alti sono stati registrati tra coloro che sono genitori.
La teoria dei picchi emotivi
A spiegare questa anomalia è un altro studio, condotto sempre da Apostolou nel 2025, da cui emerge che ben il 97% dei genitori riteneva i figli una fonte di gioia. Il motivo di questa risposta, secondo i ricercatori, è da ricondurre alla teoria dei “picchi emotivi”: la genitorialità non aumenta la felicità quotidiana, ma è fonte di gioia intensissima in alcune occasioni (il primo sorriso, i primi passi, il primo giorno di scuola o la laurea, ecc.) che rappresentano booster motivazionali, una spinta che aiuta a sostenere e superare le fatiche quotidiane nei compiti di cura. Si tratta di difficoltà ancora più accentuate oggi, privi come siamo di quelle che gli studiosi definiscono “reti di parentela”.
I genitori e la sfida del benessere
«Credo che la distinzione tra i due tipi di piacere sia importante. In una società come la nostra, avere dei figli oggi rappresenta spesso una sfida al benessere quotidiano dei genitori. Le coppie, spesso prive di quella rete familiare che fino a poche generazioni fa era quasi scontata, e con entrambi i partner che lavorano, si trovano frequentemente a fare i conti con una quotidianità fatta di fatica, sacrifici, salti mortali per arrivare a fine giornata organizzando il tempo dei propri figli, oltre al proprio.
Mi capita spesso di vedere in terapia genitori di figli piccoli, che riferiscono una perdita proprio del senso di coppia e del tempo per sé», osserva Marina Cirio, psicologa, psicoterapeuta, componente della Società italiana di Schema Therapy, di cui è responsabile a Genova, specializzata in reparenting.
Il caso singolare della Grecia
In realtà c’è anche un altro dato che è emerso e ha rappresentato un unicum. La Grecia è l’unico Paese tra quelli esaminati in cui l’effetto della genitorialità sul senso della vita ha raggiunto valori più elevati. Paradossalmente, però, i greci vantano anche un altro primato: mentre trovano maggiori soddisfazioni nell’essere genitori, sono più frustrati nel loro rapporto di coppia. Un dato che mostra quanto l’avere figli non vada di pari passo con l’essere una famiglia felice, specie nel rapporto con il partner. Non va neppure dimenticato un altro esempio significativo delle dinamiche legate alla genitorialità: in Ucraina avere prole non incide minimamente sul senso di appagamento nella vita.
Il fattore culturale
A spiegare le differenze sono anche fattori culturali: «Basti pensare che sicuramente in Italia viviamo in una cultura in cui l’accudimento tende a protrarsi nel tempo, e in generale la cultura occidentale dà molta più importanza all’individuo nella sua crescita personale, rispetto al senso di appartenenza alla comunità. Questo vale soprattutto per le madri che, anche se nella divisione concreta delle mansioni quotidiane tendono ad essere abbastanza in equilibrio con il partner, sentono su di sé la maggior parte del carico mentale. I padri spesso sono presenti, ma perlopiù come esecutori dei compiti, assegnati dalla compagna». Questi elementi possono influenzare la percezione nei diversi paesi e culture.
Differenze tra uomini e donne
Riguardo alle donne, sono proprio le madri a indicare un maggior senso di pienezza nella propria esistenza, quando hanno figli. Il problema, ancora una volta, è che le madri lamentano una minore soddisfazione nella relazione con il partner. «Questa mancanza è riferita soprattutto dalle madri, perché si sobbarcano spesso la maggior parte del carico come genitore, soprattutto dal punto di vista mentale.
Quindi credo che, se chiedessimo a molti neo genitori se la loro quotidianità sia migliorata rispetto a prima, la risposta sarebbe negativa, almeno nella prima fase di crescita dei figli», conferma Cirio, che aggiunge: «In generale, poi, le donne sentono ancora il senso di colpa se non si occupano in prima persona dei propri figli, e di conseguenza hanno spesso la sensazione di non fare mai abbastanza».
Perché si fanno figli oggi
«D’altra parte – prosegue la psicologa – il motivo per cui si fanno figli oggi non è collegato alla ricerca di un benessere immediato. Nella maggior parte dei casi, non abbiamo bisogno di mettere su famiglia perché i figli rappresentano una forza lavoro o uno strumento di crescita sociale. Facciamo figli proprio per rispondere a quell’esigenza di dare un significato ulteriore alla nostra vita, che va oltre la quotidianità.
Questo significato ulteriore arriva nonostante la fatica quotidiana che comporta inserire una nuova vita in un calendario di impegni che di solito è già molto fitto. Se a questo aggiungiamo che al giorno d’oggi i genitori ritengono fondamentale impegnare al meglio anche il tempo dei bambini con attività culturali, sportive, extra curricolari ecc., la conseguenza è che spesso i genitori si sentono più realizzati, ma sono stremati».
Stremati, ma felici
Nonostante la fatica, però, ecco che proprio i momenti di picco, descritti dai ricercatori, sembrano appagare rispetto agli sforzi: «Sicuramente i momenti di gioia che può regalare un bambino sono fondamentali per aumentare la motivazione e sono intrinseci alla relazione, soprattutto da un punto di vista evolutivo. Il bambino ha le caratteristiche che geneticamente ci predispongono alla cura e all’amore. Ma l’impegno che richiede non sempre bilancia quell’amore», spiega Cirio. In conclusione, alla luce delle riflessioni sulla genitorialità, «è importante il significato più profondo che diamo al fatto di avere figli, per ricordarci di una spinta interna biologica, psicologica e spirituale che va oltre alla quotidianità», osserva Cirio.