Capita nel momento apparentemente meno formativo della settimana. Non mentre gli stai spiegando che, se è in difficoltà, chiedere aiuto è un gesto di maturità, non di debolezza. E nemmeno quando ripeti – per l’ennesima volta – che nella vita gli sbagli sono più preziosi delle vittorie. Succede una sera qualsiasi: ti cade un bicchiere e si frantuma sul pavimento. Sei stanca, stai per tirare giù tutti i santi del paradiso. Parte una piccola imprecazione (che, diciamolo, ci sta), poi ti fermi. «Pazienza». Lui è lì vicino. Forse si offre di prendere scopa e paletta, di sicuro non sembra colpito. Qualche tempo dopo, perde una partita importante, rientra teso. Pare sul punto di esplodere, poi inspira a fondo. «Pazienza», dice. Col tuo stesso tono e un abbozzo di sorriso. «I nostri figli ci ascoltano poco, ma ci guardano parecchio: il buon esempio è il segreto educativo numero uno» afferma Valentina Vicari, psicologa clinica e della riabilitazione per bambini, adolescenti e genitori (@imperfettavale).

Perché il buon esempio conta tanto

«Il cervello di bambini e adolescenti è molto plastico: pronto a modellarsi e a cambiare, si struttura a partire dalle esperienze. E tra le esperienze più incisive e frequenti, per loro, ci siamo senz’altro noi» spiega la dottoressa Vicari. «Registrano le regole che ripetiamo, ma a condizionarli è soprattutto il modo in cui reagiamo quando siamo stanchi, contrariati, delusi o felici. Se non c’è coerenza tra parole e fatti, sono i fatti a lasciare il segno. Per questo l’educazione parte da noi e dal lavoro che facciamo su noi stessi: migliorandoci, li aiutiamo a migliorare. I nostri comportamenti e le scelte quotidiane diventano la loro guida concreta per affrontare emozioni, errori e relazioni, il modello su cui si costruiscono, passo dopo passo, un equilibrio nel mondo». Da quando prendono un telefonino in mano a quando devono decidere se parlare o stare zitti.

Comincia a metterlo giù tu, quel telefonino

Nel libro appena uscito Il diavolo in tasca (Einaudi), Carlo Verdelli pone una domanda diretta e scomoda ai genitori: siamo davvero pronti a dare il buon esempio ai nostri figli nell’uso dello smartphone? «Dire “metti giù il cellulare” mentre noi lo teniamo in mano h24 è un cortocircuito educativo molto comune» osserva Vicari. «Gli smartphone sono progettati per catturare l’attenzione: offrono gratificazioni rapide e continue, che creano abitudine e possono generare dipendenza. Il punto non è demonizzare la tecnologia, ma mostrare che si può utilizzare con misura. Appoggiare il telefono lontano non appena è possibile, vietarsi di scrollare in modo compulsivo, dire “adesso lo spengo e resto con te”, stabilire momenti senza schermi di mezzo: sono segnali concreti. È così che i ragazzi capiscono che il telefono è uno strumento, non qualcosa che ci rende schiavi».

Il buon esempio dopo un momento di rabbia

Molti adulti non hanno ricevuto strumenti per gestire la rabbia. Sono cresciuti in contesti in cui si urlava o, al contrario, si tendeva a soffocare la tensione. Così, quando l’atmosfera in famiglia si infiamma, sono i primi a non riuscire a “contare fino a dieci prima di parlare” – la regola base che suggeriscono ai figli. «Dovremmo tenere a mente che non è la perfezione a educare, ma la capacità di riparazione» afferma Vicari. «Cosa significa in concreto? Che se non riusciamo a mantenere la calma, ammettere “ho alzato la voce, è stato ingiusto” non sminuisce la nostra autorità, anzi: la rende più credibile. Insegna che, dopo uno sbaglio, è importante assumersene la responsabilità e impegnarsi per ritrovare l’armonia. Così si offre ai figli un modello concreto a cui ispirarsi: la forza non è non arrabbiarsi mai, ma cercare di contenersi e poi saper riconoscere lo “scatto”, confrontarsi e chiedere scusa».

Lavorare sì, spassarsela anche

Il modo in cui viviamo il lavoro – specie quando non è quello dei nostri sogni – insegna più di cento raccomandazioni sul senso del dovere. «Se torniamo a casa parlando solo di frustrazioni, colleghi difficili e giornate storte, il messaggio che passa è che lavorare significhi necessariamente sopportare e resistere» osserva la dottoressa Vicari. «Raccontare anche ciò che ha funzionato, un obiettivo raggiunto e una decisione presa con responsabilità mostra, invece, che il lavoro è certamente impegnativo, ma non deve diventare una condanna. Allo stesso tempo è importantissimo saper spegnere il computer e, salvo emergenze vere e proprie, non rispondere a mail o messaggi a tavola o nel weekend. La fatica fa parte della vita adulta, ma non deve occupare tutto lo spazio».

Dai il buon esempio con un po’ di sano egoismo

Quante donne hanno interiorizzato l’idea che amare significhi sacrificarsi? «Purtroppo tante, e invece i figli non hanno bisogno di una mamma che si annulla per loro, tanto meno per il papà» risponde la dottoressa Valentina Vicari. «In questo senso, il buon esempio consiste nel prendersi cura di se stesse e nel coltivare i propri interessi, le passioni e le amicizie. Far capire ai ragazzi che ritagliare del tempo per sé non è egoismo, ma una scelta che fa la differenza. Se vogliamo figli sicuri, capaci di difendere ciò che conta per loro e anche di costruire, in prospettiva, rapporti di coppia equilibrati, dobbiamo mostrare che, nella vita, è cruciale mantenere uno spazio personale e appagante, e proteggerlo da tutto e tutti».

Mostra il confronto, tra rispetto e decisione

Le relazioni si imparano osservando. Il tono con cui parliamo al partner, il modo in cui affrontiamo un’opinione diversa e gestiamo il conflitto diventano esempi luminosi di cui fare tesoro. «Ascoltare fino in fondo, resistendo alla tentazione di interrompere, è il primo passo, ma non basta» suggerisce la dottoressa Vicari. «È altrettanto importante mostrare che si può esprimere la propria opinione con chiarezza, senza alzare la voce né attaccare gli altri. Se in casa si vede che prima si ascolta e poi si parla, che si può dire “non sono d’accordo” senza trasformare ogni divergenza in scontro, i ragazzi interiorizzano un paradigma preciso: il rispetto non significa tacere e la forza non coincide con l’aggressività. È così che si costruisce la capacità di stare in relazione con gli altri, senza sottomettersi né sopraffare».

Il buon esempio davanti allo specchio

«Come sono grassa! E queste rughe intorno agli occhi? Terribili!». Una madre che critica il proprio aspetto ogni giorno non sta semplicemente parlando di sé. Sta offrendo un modello che rischia di trasformarsi in una trappola per i figli, e soprattutto per le figlie. «Dire a una ragazza “sei bella così come sei” serve a ben poco se poi, davanti allo specchio, noi non facciamo altro che commentare con cattiveria il nostro peso, l’età, i presunti difetti» chiarisce Vicari. «Per aiutare i figli ad avere un buon rapporto col proprio aspetto, non dobbiamo fingere di piacerci sempre, ma evitare di trasformare l’autocritica in abitudine. Parlare di se stesse con gentilezza e, quando ci si riesce, anche con affetto e un pizzico di ironia insegna che il corpo non è un nemico da combattere, ma una parte di noi che merita rispetto, comunque e a ogni età».

La forza di non farcela da soli

«Molti adulti sono cresciuti con l’idea che cavarsela da soli sia una prova di forza» suggerisce la psicologa. «E questa società della performance, dove essere sempre vincenti e sul pezzo è un valore assoluto, non fa che rinsaldare questa convinzione. Così, quando si attraversa un periodo complesso, capita di stringere i denti per evitare di mostrarsi in difficoltà. E invece ammettere che si sta vivendo un momento faticoso e chiedere aiuto è un messaggio educativo potente. Significa rendere visibile che esiste una rete – tra amici, partner, colleghi e familiari – a cui appoggiarsi. I ragazzi imparano che i problemi non si tengono dentro e che cercare il sostegno di chi ci vuole bene non è un fallimento, ma una risorsa».