Altro che Grande Fratello: il nome è più accattivante e “innocente”. Si chiama Bump ed è l’App più scaricata del momento. Con il Grande Fratello ha in comune, però, di poter localizzare i propri contatti in qualsiasi momento. Ma fin qui non sarebbe una novità assoluta: in realtà permette molto di più, come per esempio conoscere il livello di batteria dei dispositivi degli amici. O dei figli. È per questo che piace anche ai genitori.

Ma comporta una serie di riflessioni: per esempio, fino a che punto è un bene monitorare ogni spostamento altrui? Dove non si rischia, invece, di controllare troppo i figli o di sfociare nel voyerismo più rischioso se si tratta di amici o fidanzatini?

Cos’è l’App Bump

Ciò che più colpisce è il fatto che si tratta di una delle App più scaricate in Italia su iOS fra i social network. Il nome richiama l’idea di un rimbalzo: è che se potesse, infatti “rimandare” in tempo reale la posizione, gli spostamenti e moltissimi altri dati riguardo il proprio contatto che ha accettato la condivisione delle informazioni. «Direi che ormai da tempo viviamo immersi in una sorta di Grande Fratello, con buona pace della privacy che, in un mondo in cui l’imperativo sembra essere quello di esibirsi senza pudore e sfruttare i dati degli utenti, appare sempre più come l’ultima delle preoccupazioni», osserva Andrea Spatuzzi, psicologo, psicoterapeuta, autore del libro Genitori spaventati.

Genitori sempre più invadenti

Proprio ai genitori Spatuzzi rivolge la prima riflessione: assistiamo alla «crescente invasione dei genitori nella vita dei figli. Le applicazioni che consentono di monitorare i luoghi frequentati dai ragazzi sono soltanto l’ultima espressione di una tendenza già diffusa: genitori che organizzano lo studio dei figli, intervengono nei conflitti tra coetanei o si trasformano nei loro avvocati difensori, pronti a proteggerli in ogni circostanza, soprattutto nei confronti della scuola. La preoccupazione nasce dal fatto che l’ingerenza dei genitori in ambiti che dovrebbero appartenere ai figli rischia di privarli di preziose occasioni di crescita».

Madri e padri che non lasciano crescere i figli

Per Spatuzzi, «Un’eccessiva presenza genitoriale rischia così di ostacolare un processo fondamentale per la maturazione psicologica: la separazione-individuazione. Questo processo permette al figlio di sviluppare una propria identità, un carattere, un sistema personale di valori, credenze e desideri. Quando il genitore invade sistematicamente spazi che dovrebbero appartenere al figlio — la scuola, le amicizie, i segreti, i gusti personali e, oggi, persino i luoghi frequentati — rischia di compromettere questo percorso, favorendo una relazione di reciproca dipendenza: un figlio che si spaventa perché vede la paura del genitore e il genitore che si spaventa della paura del figlio e lo protegge a tutti i costi».

Bump facilita le connessioni (anche troppo)

Oltre a scaricare la app e scegliere tra i propri contatti quelli con i quali connettersi, la App consente anche di aggiungere profili nuovi avvicinando fisicamente gli smartphone e scuotendoli. Il rischio, però, è di allungare la lista dei presunti “amici” anche a chi non sia esattamente una persona nota, solo per il gusto di avere più follower. Con i quali, però, si finisce con il condividere dati anche sensibili. «Non mi preoccuperei della loro capacità di utilizzarle, né di quella dei genitori, spesso assistiti dagli stessi figli adolescenti “smanettoni”. Per i ragazzi di oggi, poi, il concetto di ‘dato sensibile’ oggi ha un significato diverso. Il vero problema, invece, riguarda il modo in cui stiamo interpretando il concetto di sicurezza, in un mondo che, negli ultimi tempi, è sempre più pericoloso», sottolinea Spatuzzi.

Più o meno sicurezza

Un altro possibile aspetto delicato riguarda la sensazione di sicurezza che può dare in chi la usa: sapere che qualcuno conosca la propria posizione o gli spostamenti, può rassicurare in caso di pericolo. Ma è davvero così? Finché si tratta di contatti sicuri, stretti, non ci sono problemi o non dovrebbero essercene. Ma se la marea di informazioni cadesse in mani sbagliate, come persone poco conosciute, conoscenze superficiali o limitate ai social, come può accadere su Instagram? Il pericolo concreto è di offrire su un piatto d’argento una vera mappa di luoghi frequentati, orari e abitudini quotidiane.

Pro e contro

Se molti genitori hanno accolto la novità con entusiasmo, placando il proprio senso di ansia nel non sapere dove si trovano esattamente i propri pargoli, quando si tratta di adolescenti o giovani adulti, l’applicazione potrebbe rivelarsi anche un po’ più insidiosa. Ragazzi che monitorano le proprie fidanzatine fuori con le amiche (o con chi altro?) o viceversa; amici che si sentono esclusi da un gruppo, vittime della FOMO, dell’ansia che si genera quando si teme di perdersi qualcosa, qualche contenuto o qualche evento che non si può seguire di persona, potrebbero vivere con ancora più intensità questo tipo di sentimenti e dinamiche, alimentando gelosie, ansie e insicurezze.

I rischi reali

«Credo che, mentre molte delle pratiche con cui i genitori di oggi invadono gli spazi dei figli rappresentano forme di controllo poco sane, non temo che queste applicazioni alimentino in modo particolare la FOMO», osserva Spatuzzi. Va detto che la Ghost Mode, la modalità fantasma, permette di interrompere l’aggiornamento della posizione, lasciando noto solo l’ultimo punto registrato; oppure si può fornire solo un’indicazione poco precisa del luogo in cui ci si trova, come la città o una zona, ma di per sé non dà garanzie ai genitori su quali siano i contatti dei figli: insomma, il controllo parentale non c’è e dunque è necessaria un’educazione digitale.

L’uso corretto degli strumenti

«Ritengo che anche le app, in quanto strumenti come molti altri, restano appunto strumenti. La differenza la facciamo noi esseri umani, attraverso il modo in cui li utilizziamo. Quando però vengono impiegati per cercare rassicurazione alle proprie paure, il rischio è che il bisogno di controllo diventi illimitato, finendo per produrre più danni che benefici», sottolinea Spatuzzi. «Gli effetti dannosi di un uso eccessivo e incontrollato dei device, per esempio, sono ampiamente documentati. Così come è dimostrato che i rischi possono essere ancora maggiori quando l’esposizione a queste tecnologie comincia fin dalla prima infanzia. Le informazioni non mancano, così come non mancano le soluzioni tecnologiche e i progetti educativi che potrebbero contribuire a prevenire e contrastare i danni derivanti da un uso scorretto delle tecnologie digitali».

Il problema dell’età

L’età di accesso, però, rimane un tema dibattuto: in molti Paesi europei la App è limitata ai soli utenti over 16 anni, mentre in altri l’accesso è a partire dai 13 anni. Ma chi controlla? Non esiste, infatti, un age verification system, ma ci si basa solo su un’autodichiarazione quando si accede alla App. A detta dei ragazzi che la conoscono bene, così come conoscevano altre applicazioni analoghe anche se meno precise, aggirare i sistemi di riconoscimento (anche facciale) è molto semplice. «Capita anche con YouTube quando ci sono profili che possono essere seguiti da maggiorenni e viene richiesto il face scan», ci confermano alcuni adolescenti all’unisono.

Vietare: quando, a chi e perché

«La questione – ribadisce ancora lo psicologo e psicoterapeuta – è soprattutto politica. Personalmente, vieterei l’accesso ai social network e l’uso autonomo delle tecnologie connesse al web fino ai 15 anni, privilegiando un percorso di crescita che riduca al minimo l’esposizione agli schermi e favorisca esperienze reali, concrete e relazioni vissute direttamente», conclude l’esperto, di fatto inserendosi nel solco dei numerosissimi professionisti del settore che invocano lo stesso divieto. L’eventuale limitazione ai social, del resto, rimane una priorità invocata anche dalla presidente dell’Unione europea, Ursula von der Leyen.