Arianna Fontana scrive un’altra pagina di storia olimpica. Oggi 10 febbraio, alle Olimpiadi Invernali di Milano‑Cortina 2026, la leggenda dello short track italiano ha conquistato la sua 12ª medaglia olimpica, estendendo il record come atleta italiana più decorata di sempre ai Giochi invernali.
Il nuovo traguardo è arrivato grazie all’oro nella staffetta mista di short track, corso all’Ice Skating Arena di Assago in una finale dominata dagli azzurri. La pattinatrice valtellinese, insieme a Elisa Confortola, Thomas Nadalini e Pietro Sighel, ha portato l’Italia al successo davanti a Canada e Belgio, avvicinando il record assoluto di medaglie olimpiche di Edoardo Mangiarotti con 13 allori.
Qui la nostra intervista ad Arianna Fontana pochi giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi
Il modo più semplice di stabilire il valore di un atleta sono i numeri: medaglie, podi, trofei. Anche se poi non tutte le vittorie sono uguali. Ce ne sono alcune che cambiano le gerarchie, come la discesa libera di Kitzbühel per lo sci o Wimbledon per il tennis. Eppure, nemmeno quelle bastano da sole a costruire i miti dello sport. Solo una cosa può farlo, ed è il tempo. Se essere i più forti è impresa di pochi, restarlo mentre tutto cambia – avversari, regole, materiali ma anche il corpo e la testa – è epico. Per capire la grandezza di Arianna Fontana, la più forte pattinatrice di short track di tutti i tempi, bisogna partire da qui. E tracciare due linee: su una i trofei, sull’altra gli anni in cui li ha vinti.
I record di una campionessa
81 podi in Coppa del Mondo e 73 medaglie internazionali. La prima, un argento europeo, nel 2006 a 15 anni. L’ultima, un oro agli Europei di Tilburg, il 18 gennaio 2026. 20 anni esatti. Dai Giochi di Torino fino a quelli di Milano Cortina, con 11 podi e 6 edizioni. Solo 4 atleti italiani ci sono riusciti, Arianna Fontana è l’unica donna. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Perché sul corpo delle atlete pesa una data di scadenza che a nessun maschio è affibbiata a priori. Accettarla o meno, dice, dipende da quanto peso le dai e da quanto sei disposta a reggerlo.
Intervista ad Arianna Fontana
«Io 35 anni non me li sento. Sia fisicamente sia di testa. Mi sono fermata a 10 anni fa. Infatti, ogni volta che mi chiedono l’età, mi stupisco anche io. Poi, certo, il corpo cambia. Ma se impari ad ascoltarlo e ad adattarti, duri» dice Arianna su Zoom, a 24 ore dalla finale degli Europei e dall’ennesima medaglia conquistata. «Sono felice. Ero ferma da un po’ per un infortunio e gli Europei erano l’occasione di rimettermi in pista prima delle Olimpiadi. L’obiettivo non era tornare con una medaglia, invece è successo».
Dopo tutto quello che ha vinto festeggia ancora?
«Certo. Il podio è sempre bello. Poi cambia la soddisfazione, in base alla gara e alle avversarie. Non tutte le medaglie sono uguali».
La prima ai Giochi Invernali l’ha vinta a 15 anni, la più giovane di sempre in Italia.
«Già. Eppure quanto fosse importante non l’ho mica capito subito. Tutta la mia prima Olimpiade l’ho vissuta come in un sogno, con le gambe che tremavano, sganciata dalla realtà. Potermene giocare un’altra in Italia è una fortuna enorme e questa volta voglio godermela tutta».
È rimasto qualcosa della ragazzina con le gambe tremanti di Torino 2006?
«La voglia di essere la più veloce. Quella non è mai andata via. Fa parte di me e resterà anche dopo il pattinaggio. Per il resto, sono cambiata come atleta e come donna. A 15 anni mangi, dormi, ti alleni, e basta. Oggi la mia vita è molto più complessa. Se guardo indietro, sono felice di come sono arrivata fin qui».
Per “durare” bisogna ascoltare i segnali del corpo
Come si dura così a lungo?
«Ascoltandosi. All’inizio, ignoravo i segnali del corpo. Poi, con gli anni, ti svegli la mattina e senti un dolorino alla schiena, le ginocchia indolenzite e capisci che devi prenderti cura di te stessa. Cose che prima non consideravo sono diventate importanti».
Come si capisce quando è il momento di smettere?
«Me lo sono chiesta molte volte, parlando anche con ex atleti. Tutti mi hanno detto la stessa cosa: arriva una voce da dentro che dice “Ok, così è abbastanza”. Io quella voce ancora non l’ho sentita, ho sempre un fuoco che brucia. Piuttosto, oggi pesano di più certi sacrifici, come la vita da nomade».
Quanto aiuta avere come allenatore suo marito Anthony Lobello?
«Moltissimo. Almeno siamo nomadi insieme. E lui è stato atleta, conosce questa vita e conosce me. Sa quando dirmi “Stop”, io andrei avanti anche se sono distrutta».
L’importanza delle pause per allentare la pressione
Quanta consapevolezza hanno gli atleti dei loro diritti?
«Poca. E in un certo senso è normale. Anche io per molto tempo sono stata ingenua. Ho pensato solo ad allenarmi. Finché poi non vieni esposto al mondo che gira attorno allo sport e resti spiazzato. Servirebbero dei corsi, qualcuno che spieghi agli atleti come e quando far valere la loro voce».
Su quali temi?
«La salute mentale, per esempio. Qualcosa è cambiato, ma non abbastanza. Essere il migliore ha un prezzo altissimo: il corpo magari regge, la testa non sempre. Io ho imparato a prendermi delle pause per allentare la pressione. Ma non tutti gli allenatori lo capiscono: c’è chi, ancora oggi, ti porta al burn out. Invece un atleta sereno performa meglio».
La lotta contro gli stereotipi
La vita da atleta per le donne è migliorata?
«Un po’, ma la parità è ancora lontana. Se una donna dice di voler vincere tutto, la reazione è sempre “Chi crede di essere?”. Se a dirlo è un uomo, “Ha la mentalità del leader”».
Ha sentito il peso degli stereotipi anche sull’età?
«Certo. Otto anni fa, quando mi sono presa una pausa, mi hanno detto: “Che torni a fare? Lascia spazio ai giovani”. Se i giovani ne avessero più di me, sarei la prima a dire che il mio tempo è arrivato. Invece sono ancora tra le migliori. Fossi stata maschio, mi avrebbero detto che sono resiliente. Io, invece, ero “vecchia”».
Gli sport invernali oggi sono molto più veloci. Fa paura?
«Se guardi una gara di short track di Torino 2006 e una di oggi, vedi due sport diversi. La velocità però è la mia vita, ciò che mi ha fatto scegliere questa disciplina. Quando metto i pattini mi sembra di volare. Io paura non ne ho. Se hai paura, a certi livelli non arrivi».
L’obiettivo di Arianna Fontana ai Giochi di Milano Cortina
La soddisfazione più grande?
«Il primo oro olimpico, a Pyeonchang 2018, l’anno in cui Anthony aveva iniziato ad allenarmi. Ci eravamo messi in gioco, non tutti erano d’accordo. Le pressioni erano molte e ogni tanto ci chiedevamo se avessimo fatto una cavolata. L’oro ci ha tolto un peso».
La delusione più grande?
«Non saprei. Ho vinto tanto, ma ho anche perso tanto. Però sono una che cerca di vedere la parte buona delle persone e delle situazioni anche se le cose vanno male. Gli altri mi dicono che sono pazza. Ma sono fatta così, e a me piace».
Aspettative per questa sua sesta Olimpiade?
«Entrare in più finali possibili in tutte le distanze, comprese le staffette. Una volta lì, tutto può succedere».
Quando smetterà, che cosa resterà?
«Il ricordo della mia resilienza e l’idea che si possa rimanere fedeli a se stessi anche in un mondo, come quello dello sport, dove girano grandi interessi. Se le nuove generazioni vedranno questo, sarà come aver vinto una medaglia in più».
Se vale il principio di Lindsey Vonn, ai Giochi a 41 anni, la aspettano ancora un paio di Olimpiadi.
«Oddio… Anche no. Facciamo questa, poi ne riparliamo».