Federica Torzullo, della cui uccisione è accusato il marito Claudio Agostino Carlomagno, aveva un figlio. Un bambino di dieci anni, con cui avrebbe dovuto partire per un viaggio in Basilicata insieme ai nonni.
Federica Torzullo e suo figlio
Un bambino che, dice lo zio di Federica, è molto sveglio e ha già capito tutto. Ha già capito che la mamma, una donna di 41 anni, ingegnera, non tornerà più. Chissà come glielo diranno, i nonni. Nessuno di noi vorrebbe essere al loro posto. A viversi il dolore di aver perso una figlia in questo modo, e il peso di dover crescere da soli il suo bambino. Un bambino che già da oggi si chiamerà “orfano di femminicidio” (perché l’accusa è di femminicidio) e che, mentre vivrà anni tra assistenti sociali e psicologi, professori che non capiscono e relazioni difficili, diventerà un uomo. Un uomo che quando penserà a suo padre penserà a un assassino, per di più bugiardo. Un uomo storto, rotto, sbagliato.
Il marito di Federica ha raccontato balle a tutti
Suo padre per nove giorni ha raccontato balle a tutti. Ha perfino organizzato le ricerche della moglie, dopo averla massacrata in modo brutale e aver tentato anche di darle fuoco, per poi seppellirla nel terreno della sua ditta ricoprirne il corpo con detriti e terra. Cosa riuscirà a dire dal carcere a suo figlio? E suo figlio, tra molti anni, come si comporterà con lui? Vorrà andarlo a trovare? Pare tremendo e incomprensibile ma alcuni ragazzi scelgono di farlo, come abbiamo raccontato nel nostro podcast: per tentare di chiudere il cerchio, di capire, per cercare di dare un senso a ciò che un senso non ha, se non quello di una brutale prevaricazione che scava le sue radici nella disparità di potere, culturale prima che fisica, tra uomo e donna.
Il bambino di Muggiò
Federica è stata trovata sepolta in una buca di due metri scavata nel terreno della ditta di cui il marito, da cui si stava separando, è titolare. Quel bambino per fortuna non ha assistito all’uccisione della sua mamma come invece è capitato a un cucciolo piccolissimo, due anni appena, in casa nel momento in cui il papà, Sergio Laganà, tentava di uccidere la sua mamma. È accaduto a Muggiò, in provincia di Monza Brianza, pochi giorni fa. Ne hanno parlato in pochi. Ora lei è ricoverata in gravissime condizioni all’ospedale di Monza, il padre è in carcere.
Il trauma dei bambini che sopravvivono alle madri uccise
Forse questo piccolino rivedrà la sua mamma, ma sicuramente non dimenticherà quello che ha visto. Invece il figlio di Federica Torzullo avrà una condanna ancora peggiore: della madre avrà solo il ricordo. Ma comunque vada, la verità è che sono traumi così profondi da lasciare cicatrici che non si rimarginano più e che continuano a sgorgare dolore e sofferenza negli anni a venire, per tutta la vita. Le persone che ami di più al mondo scompaiono quando più hai bisogno di loro. Gli esperti lo chiamano disturbo post traumatico da stress e questa etichetta, così asettica, da manuale, identifica esperienze terribili: cioè i traumi peggiori che una persona possa provare nella sua esistenza, quelli che, come un fiume carsico, sono capaci di riemergere quando un profumo, un’immagine, una musica ti ripiomba all’indietro in quel momento, proprio quel momento lì, che avevi sepolto sotto strati di rimozioni e che invece in un frammento d’istante riemergono in superficie. E l’uccisione della madre per mano del padre è proprio uno di questi stress.
I traumi degli orfani di femminicidio
Sono traumi che spesso covano sotto agli attacchi di panico, all’ansia, alla depressione, all’insonnia. Traumi che possono portare anche a pensare al suicidio, traumi che la mente non riesce a reggere e così seppellisce, come i corpi delle madri uccise. Com’è accaduto a Giuseppe Delmonte, che aveva 17 anni quando sua madre è stata uccisa dal padre a colpi d’ascia, e che ha ritrovato il suo ricordo solo a 45 anni, facendo psicoterapia per una brutta depressione.
Cosa vuol dire vivere da orfano di femminicidio
Cosa voglia dire vivere senza una madre che scompare in questo modo, solo quegli uomini cresciuti e quei bambini possono saperlo. E i loro nonni, quasi sempre le persone chiamate a crescerli. Il figlio di Federica Torzullo entrerà anche lui nella casistica degli orfani di femminicidio, bambini e ragazzi di cui non esiste neanche un censimento ufficiale, che si perdono tra le pieghe della cronaca e della burocrazia se non fosse per associazioni che si occupano di loro. Associazioni che vanno a bussare alla porta degli assistenti sociali spiegando loro che esiste una rete che può aiutarli e un Fondo per gli orfani di femminicidio, quindi dei soldi che questi bambini possono avere per continuare a studiare e fare una vita normale.
Bambini speciali che vogliono solo essere normali
Perché una vita normale è tutto quello che vogliono. La legge li chiama orfani speciali, ma loro vorrebbero essere solo dei bambini normali, con la loro casa e le loro cose. Invece quando una mamma viene uccisa nell’abitazione, spesso questa viene sequestrata e i conti bloccati. I figli non possono toccare nulla, i nonni devono farsene carico (nel migliore dei casi) con gli strumenti che hanno, la scuola va informata – e i docenti formati -, e i compagni di classe devono essere aiutati a capire: per non discriminare, per non offendere e ferire ancora quella vita già così colpita, per scegliere la comprensione e l’amore. Per non avere paura, perché una cosa così fa troppa paura.