Sono passati pochi giorni dal tragico incendio di Crans-Montana, per voi che leggete più di dieci, e non riesco a scrivere d’altro. Anche se so che le notizie “scadono” e che presto altre facce e altre storie occuperanno le prime pagine dei giornali, i commenti “a caldo” e le chiacchiere dei talk show. Hanno questo di buono le disgrazie, che passano. Anche quando restano impresse nella memoria collettiva, perché sono troppo grandi e troppo dolorose per dimenticarsene. Rimangono come cicatrici indelebili sulla pelle di una Nazione, sulle persone che la abitano. Si tornerà a parlarne ogni tanto. Si faranno forse degli speciali, il giorno dell’anniversario, per commemorare le vittime, per dire che quella catastrofe non deve succedere più.
Ma la vita nel frattempo va avanti. Nemmeno la morte – ingiusta, intollerabile, stupida – di 40 adolescenti uccisi da un rogo la notte in cui celebravano l’arrivo del nuovo anno, nemmeno quella può fermare lo scorrere delle cose. Il loro srotolarsi e succedere, mentre qualcosa si spezza. Ma per qualcuno sì, per qualcuno la vita si ferma. A quella data e a quell’ora che segnano irrimediabilmente un prima e un dopo. La fine di un’esistenza normale, fatta di luci e di ombre, di ordinarie e sopportabili fatalità. E l’inizio di qualcosa che è solo un “andare avanti”, una condanna a sopravvivere all’indicibile. A un figlio che muore, a un incidente che non ci restituirà più quello che avevamo o che eravamo.
Dopo la tragedia
Ci vorranno molto tempo e molto lavoro perché i familiari delle vittime possano elaborare ciò che è successo. Prima lo choc – la sciagura che irrompe in un giorno di festa, l’attesa dei dispersi, il riconoscimento delle salme, l’immagine dell’ultimo saluto dato senza pensarci, che ritornerà in loop nella testa, a trapanare il buio delle notti insonni, il silenzio delle ore che non passano mai – e poi la perdita, quel buco nel cuore che non si rimargina. A volte si allarga.
Ho letto e riletto le storie delle giovani vittime di Crans-Montana. Guardato le facce sorridenti nella cornice di giorni qualunque. Chi a casa, chi in un selfie scattato dentro l’auto, chi all’aperto, sullo sfondo verde di una giornata di sole. Ho visto in ognuno di quei volti i nostri figli, quelli che riempiono le nostre giornate anche se se ne stanno per i fatti loro, che biascicano un “ciao” incomprensibile quando escono. Non sai mai dove vanno, cosa fanno, ma tornano sempre. Anche le sere in cui passa l’ambulanza e ti si ferma il cuore, anche le volte che non rispondono al cellulare e pensi il peggio, e poi scopri che erano a dormire da un amico.
Fra ansia e fame di vita
Sembrano lo facciano apposta a toglierti il sonno. Quasi volessero testare il tuo amore. Farti assaggiare il baratro della loro assenza. Poi per fortuna tutto rientra. Sei tu che esageri. Devi imparare a essere meno ansiosa. Loro fanno la loro parte, noi la nostra in quella difficile fase della crescita in cui puoi solo lasciarli andare e sperare che non succeda niente. Noi appesi a un messaggio o a una chiamata. Loro troppo presi a mangiarsi il mondo per occuparsi di placare le nostre preoccupazioni. La fine non è una cosa contemplata quando sei giovane. Come gli eroi dei videogiochi, si è invincibili e immortali. Anche quando la morte è a un passo, a pochi metri, a pochi minuti.
La vita sospesa di chi resta
Ballavano i ragazzi nell’ultima notte del Constellation, mentre un incendio divampava sul soffitto e divorava tutto. Quando l’hanno capito era già troppo tardi. Ora ci saranno le ispezioni e le indagini, il rimpallo delle colpe, la pantomima della tragedia evitabile. È vero: se quel locale, senza estintori e senza vie di fuga, non si fosse trasformato in una trappola, si poteva evitare. Ma a cosa serve saperlo ora? Non bastano le pene né i risarcimenti a lenire un lutto così straziante che non ha neppure un nome. Non bastano a riparare il danno che hanno subito i sopravvissuti col corpo devastato dalle fiamme e un trauma non facile da superare. Qualcuno ci riuscirà, qualcuno coverà dentro di sé fantasmi difficili da cacciare via. Per il ricordo indelebile che spegne ogni entusiasmo futuro, per l’ingiustizia di esserci ancora mentre gli altri non ci sono più, per la rabbia e la disperazione di un corpo che conserva tracce della tragedia e non si riconosce più allo specchio. «Domani è un altro giorno» si dice per esorcizzare. Ma per alcuni il domani non arriva mai. A tutti loro il mio, il nostro abbraccio, per quel che può servire. Che alleggerisca il peso della vita che resta.