Il nuovo ddl stupri ha compiuto un passo avanti decisivo al Senato, dove la Commissione Giustizia ha approvato il testo riformulato dalla senatrice Giulia Bongiorno. Le modifiche introdotte sono significative. La prima riguarda l’inasprimento delle pene: per gli atti sessuali compiuti con violenza, minacce o abuso di autorità la reclusione passa da sette a tredici anni, mentre per i comportamenti realizzati contro la volontà della vittima il range diventa da sei a dodici anni. È una scelta che il governo definisce un «rafforzamento della tutela», pensato per rendere più severa e immediata la risposta penale.

Accanto alla revisione delle pene, il testo introduce una presunzione di dissenso nei casi di freezing, quella condizione psicofisica in cui una persona, colpita da paura o shock, non riesce a muoversi né a parlare. Per Bongiorno, questo punto rappresenta un passo avanti importante perché riconosce che l’assenza di reazione non può essere scambiata per accondiscendenza. A cambiare però è anche l’impianto concettuale: scompare il riferimento al «consenso libero e attuale», sostituito dal concetto di «volontà contraria» o «dissenso», che diventa il nuovo elemento da valutare.

Dal «consenso» alla «volontà contraria»: cosa cambia nella norma

È proprio questo passaggio ad aver acceso il confronto politico e culturale. La versione approvata alla Camera nel 2025 aveva posto al centro il consenso, inteso come espressione libera, attuale e necessaria per qualificare come lecito un atto sessuale.

La nuova formulazione, invece, chiede di accertare che vi fosse una volontà contraria da parte della persona coinvolta. È un cambio di prospettiva che, nelle intenzioni della maggioranza, dovrebbe evitare possibili problemi interpretativi e rendere più chiara la valutazione del giudice, soprattutto in situazioni in cui non emergono né un sì esplicito né un no chiaro.

Secondo molte associazioni e numerose giuriste, però, la scelta rischia di riportare il dibattito su un terreno già noto, quello in cui la vittima deve dimostrare di aver detto «no» in modo inequivocabile. Ed è questo il timore maggiore: che sparendo il riferimento al consenso, il carico emotivo e giuridico torni a gravare più sulle vittime che sugli imputati.

L’assenza di consenso, sostengono le attiviste, è ciò che in Europa definisce la violenza sessuale. Rinunciare a questa impostazione significherebbe allontanarsi dalla Convenzione di Istanbul e dalle raccomandazioni del Grevio, organismi che da anni chiedono agli Stati di adottare normative basate proprio sul principio del «solo sì è sì».

Le ragioni della maggioranza: «Più tutela per le donne»

Giulia Bongiorno ha difeso con decisione la scelta di riscrivere il testo. Secondo la senatrice, la riforma non solo non indebolisce la tutela delle donne, ma anzi la rafforza. L’inasprimento delle pene viene presentato come un segnale chiaro nei confronti degli autori di reati sessuali. In più, la presunzione di dissenso nei casi di freezing viene letta come una conquista, perché per la prima volta la legge riconosce questa condizione come parte integrante della violenza.

La relatrice respinge le accuse di voler spostare l’onere della prova sulle vittime e sostiene che la centralità del giudice, chiamato a valutare il dissenso caso per caso, sia la soluzione più equilibrata in un ambito così delicato.

Bongiorno attribuisce parte delle critiche a una lettura superficiale o distorta del testo e insiste sul fatto che la volontà della donna rimanga il fulcro dell’intero impianto. Per lei, non c’è alcun passo indietro, ma un modo diverso – e più efficace, secondo la senatrice – di tutelare chi subisce violenza.

Le critiche di opposizioni e associazioni femministe

Di tutt’altro avviso sono le opposizioni. Il Partito Democratico parla di un testo «stravolto» rispetto all’accordo trovato alla Camera. Il Movimento 5 Stelle denuncia un tradimento degli impegni presi e una rottura ingiustificata dell’intesa bipartisan che sembrava finalmente possibile su un tema così sensibile. Italia Viva e Alleanza Verdi-Sinistra si uniscono alle critiche, descrivendo la scelta come un «arretramento culturale» difficile da spiegare alle donne che ogni giorno affrontano la fatica di denunciare.

Le associazioni femministe sono ancora più esplicite. D.i.Re sostiene che eliminare la parola consenso significhi «consegnare agli stupratori l’attenuante dell’incomprensione», mentre Pangea parla di un «atto politico che mette in discussione il riconoscimento della violenza sessuale».

Per molte attiviste, infatti, il rischio è quello di tornare a un modello che dà per scontata la disponibilità sessuale delle donne, a meno che non sia stato espresso un no chiaro e inequivocabile. Ma il punto, ricordano, è che nella realtà il dissenso non sempre si manifesta così: spesso è bloccato dalla paura, dalla sorpresa, dal trauma, dal freezing.

Cosa potrebbe succedere ora

Il percorso della riforma non è ancora concluso. L’opposizione è riuscita a ottenere un nuovo ciclo di audizioni che potrebbe dilatare i tempi dell’approdo in Aula, previsto inizialmente per il 10 febbraio. L’obiettivo è approfondire ulteriormente l’impatto delle modifiche e riportare al centro la questione del consenso, che per molte associazioni resta il cuore della definizione di violenza sessuale.

Fuori dal Parlamento, la mobilitazione continua. Nei giorni della votazione, un sit-in di centri antiviolenza e attiviste ha riempito la piazza antistante il Senato, segno che il tema non riguarda solo giuristi e politici, ma tocca un sentimento diffuso nella società. La discussione, quindi, è destinata a proseguire e a intensificarsi man mano che il testo si avvicinerà alla discussione in Aula.