Durante il presidio ‘Consenso negato’ che ha coinvolto associazioni, scuola e sindacato, è stata rinviata l’approvazione del ddl Valditara, che prende il nome del Ministro dell’istruzione e del Merito. «Il rinvio della seduta per il voto è un primo risultato, ma l’obiettivo è impedire la calendarizzazione e l’approvazione di questa legge vergogna» hanno dichiarato all’Ansa le associazioni che hanno promosso il presidio: Italy Needs Sex Education, Meglio a Colori, Educare alle Differenze, sostenute da tante altre associazioni e organizzazioni.
Cosa dice il ddl Valditara
Il ddl che avrebbe dovuto essere approvato, ha al suo interno un emendamento che impedisce alle scuole materna e primaria di introdurre l’educazione sessuale e affettiva, mentre la ammette alle scuole medie, purché con il consenso scritto e preventivo dei genitori. Il principio quindi è che nessuna attività che tratti temi legati alla sessualità potrà svolgersi senza l’autorizzazione familiare. Senza cioè il consenso dei genitori.
Sono i genitori a chiedere l’educazione sessuo affettiva
Genitori che invece, spesso, sono molto sensibili su questo fronte, come racconta Giacomo Zani, presidente di Mica Macho. «Il governo continua a raccontare le famiglie come se fossero ostili all’educazione sessuo-affettiva. Ma la realtà che vediamo noi è diversa: cresce una nuova generazione di genitori molto più attenta a questi temi e sempre più consapevole del bisogno di dare a ragazze e ragazzi strumenti per leggere relazioni, consenso, corpo e affettività. E la nostra esperienza lo conferma. Nel 2026 l’associazione è entrata in diverse scuole su tutto il territorio nazionale, dalle elementari alle superiori e in diversi casi sono stati proprio i genitori a contattarci. In alcune di queste scuole, inoltre, sono stati attivati anche momenti formativi rivolti ai genitori sulla condizione dei giovani maschi in Italia».
In molte scuole si fa già
Infatti i temi sessuo affettivi che ruotano intorno al consenso da tempo hanno fatto ingresso nei percorsi educativi scolastici: non come imposizione ideologica, ma come risposta a un’evidenza sociale difficile da ignorare. La violenza fisica o sessuale subita dalle giovanissime tra i 16 e i 24 anni è passata dal 28,4% registrato nel 2014 al 37,6% nel 2025. Ancora più marcato risulta l’incremento della violenza sessuale nella stessa fascia d’età, che cresce dal 17,7% al 30,8%.
Come sottolinea la rete D.i.Re durante l’audizione alla camera del 25 febbraio 2026, «Questi dati non possono essere letti come semplice effetto di una maggiore emersione statistica, ma indicano piuttosto la necessità di spostare l’attenzione dai singoli casi alle condizioni che li rendono possibili. Le norme tra pari, gli immaginari di genere, i modelli di coppia e le piattaforme digitali che amplificano esposizione e ricatti, costituiscono uno scenario in cui il confine del consenso appare sempre più fragile, anche di fronte alle pressioni di condivisione di immagini intime o alla ricezione delle stesse come metodo di approccio relazionale».
Il ddl Valditara frutto di una paura culturale
Tutto ciò i genitori lo sanno. «Per questo pensiamo che questa legge sia soprattutto un tentativo propagandistico di raccogliere consenso su una paura culturale, più che una risposta seria ai bisogni della scuola. Non fermerà l’educazione sessuo-affettiva, perché questa continuerà a crescere: è una richiesta che nasce dal basso, da studenti, famiglie e insegnanti, che sentono il bisogno di raccontare e costruire un mondo diverso» conclude Zani.
Le iniziative dei singoli insegnanti
La scuola quindi non può essere un attore accessorio ma uno spazio fondamentale in cui costruire una cultura delle relazioni basata sulla reciprocità e sul riconoscimento dell’altro. L’ingresso del tema del consenso a scuola, peraltro, finora è dipeso dall’iniziativa di singole e singoli insegnanti che hanno scelto di assumersi il rischio di parlare di temi scomodi, grazie a progetti realizzati con associazioni presenti nel territorio. Un lavoro sommerso di sinergia, non sempre riconosciuto e talvolta osteggiato, grazie al quale si è costruito nelle scuole quel poco di educazione al consenso oggi presente.
Il ddl Buongiorno trasforma il consenso in dissenso
Su questo terreno fragile, si innesta il disegno di legge promosso da Giulia Buongiorno, per cui il reato di violenza sessuale non si fonda più sull’assenza di un consenso libero e attuale, ma sulla prova di un dissenso. Il baricentro si sposta: non si deve più verificare se ci sia stato un sì, ma se sia stato espresso un No. La scuola quindi si trova in una posizione paradossale: da un lato tenta di insegnare il consenso, dall’altro, le norme privilegiano la logica del dissenso. Un cortocircuito vero e proprio, per cui vorremmo costruire una responsabilità condivisa, quando il modello giuridico ruota intorno alla capacità di opporsi, in contrasto oltretutto alle indicazioni della Convenzione di Istanbul, che indica chiaramente nel consenso il criterio centrale per definire la violenza sessuale e assegna alla scuola un ruolo esplicito nella prevenzione: educare al rispetto reciproco, all’uguaglianza e all’autodeterminazione.
Perché delegare alle famiglie è sbagliato
Ma soprattutto, delegando alle famiglie l’educazione sessuo affettiva, si rinuncia a intervenire in quei contesti dove sarebbe più urgente farlo: contesti di povertà educativa, maltrattamenti, violenze. I minori rischiano così di venir lasciati isolati in una condizione di maggiore vulnerabilità e solitudine e la scuola, in quanto istituzione, viene relegata a una posizione di subalternità rispetto alla famiglia, che esercita un ruolo di controllo e censura preventiva.