C’è chi sale sul palco e chi, mentre tutti guardano altrove, tiene in piedi il palco stesso. Il lavoro di Dragana Clarke vive in quello spazio invisibile dove nulla deve rompersi, o, se succede, deve essere già previsto. Director of Operational Readiness e responsabile del Main Operation Center di Milano Cortina 2026: il titolo racconta solo in parte una professione che ha a che fare con l’anticipazione, con la capacità di pensare l’impensabile e di costruire alternative prima ancora che qualcuno si accorga che qualcosa non sta funzionando.

Milano Cortina: dall’ignoto alla pianificazione

Dragana Clarke ha imparato molto presto che i problemi non sono un ostacolo, ma una materia prima. «È successo molto presto», racconta, tornando con la memoria all’inizio degli anni ’90, quando, giovanissima, si trovava già a ricoprire ruoli di responsabilità nell’amministrazione sportiva degli eventi. Era la ex Jugoslavia, il suo Paese d’origine, e intorno c’era la guerra. Organizzare eventi sportivi in quel contesto non era esercizio teorico, ma pratica quotidiana di adattamento. «È lì che ho imparato una lezione fondamentale: non lasciarsi fermare dai problemi, ma cercare sempre le soluzioni. Non arrendersi mai». Una frase che oggi suona come una dichiarazione di metodo. La convinzione, semplice e radicale, che una soluzione esista sempre. Quel metodo oggi prende la forma di numeri, scale, registri di rischio. Trasformare il caos potenziale in qualcosa di governabile è parte essenziale del suo lavoro. «Significa soprattutto pianificazione, impegno e training», spiega. Il cuore pulsante di tutto è il MOC, il Main Operation Center, la sala in cui le diverse aree funzionali si incontrano, condividono informazioni, aggiornano lo stato delle criticità e attivano risposte. Non è improvvisazione, ma disciplina. Oggi il risk register supera i 500 rischi censiti; da quando è attivo il sistema di tracciamento delle issue sono già state gestite circa 1.300 segnalazioni. Numeri che raccontano la complessità meglio di qualsiasi slogan.

Governare l’imprevisto

Da fuori, il MOC viene spesso definito il “cervello” dei Giochi. Da dentro, è qualcosa di più organico e meno astratto. «È un luogo di grande collaborazione», dice Clarke. «Questo cervello è in realtà formato da tanti cervelli individuali». Persone giuste, nel posto giusto, al momento giusto, che mettono insieme competenze diverse per gestire ciò che accade. Un sistema vivo, che non dorme mai, osservato 24 ore su 24. Eppure, anche dopo sette Olimpiadi, Mondiali di calcio ed Expo, l’ignoto non scompare. «Ogni evento ha sempre una parte di ignoto», ammette. Cambiano i luoghi, cambiano le persone, cambia il contesto. Ciò che resta è la necessità di aderire a una disciplina precisa, quella del sistema MOC, che richiede una trasformazione organizzativa profonda. Non tutti sono pronti ad accettarla. «Per questo è fondamentale che questa disciplina sia condivisa a tutti i livelli, a partire dal top management». Quando manca, il sistema si incrina.

Il sistema MOC di Milano Cortina

Durante i Giochi, il suo lavoro diventa una trama fitta di responsabilità spesso poco visibili. Sicurezza, trasporti, tecnologia, meteo, flussi di persone, emergenze: tutto converge. Nel MOC ognuno mantiene la responsabilità del proprio ambito, ma le decisioni si spostano su forum trasversali, pensati per affrontare situazioni che non appartengono a una sola disciplina. C’è poi la routine, che è tutt’altro che banale: otto meeting al giorno, dalle 6.30 a mezzanotte. «Per ciascuno serve fare un triage delle criticità, aggiornare le agende, informare le persone e produrre azioni post-meeting». E soprattutto capire quando una situazione può restare nel perimetro operativo e quando va scalata ai livelli più alti del management. Una valutazione che non è mai scontata. In quei momenti, l’esperienza pesa più di qualsiasi manuale. «Le informazioni spesso arrivano incomplete», spiega. È l’esperienza che affina l’intuizione, che suggerisce quali domande fare, con chi parlare, come arrivare rapidamente al nocciolo della situazione. Non è istinto puro, ma istinto educato da anni di pratica.

Il valore del silenzio

Quando tutto funziona, però, il lavoro di Dragana Clarke resta invisibile. Il successo coincide con il silenzio. «Per me è una questione di abitudine», dice. Ha sempre lavorato dietro le quinte, in ruoli in cui il risultato migliore è che nulla faccia rumore. «Il silenzio è serenità e felicità». Non pesa, non manca. È il segnale che il sistema regge.
Se dovesse riassumere Milano Cortina 2026 in una sola parola, dal suo punto di vista privilegiato, sarebbe “resilienza”. Perché dietro le quinte, lontano dalle medaglie e dalle cerimonie, la resilienza non è un concetto astratto, ma una competenza quotidiana. Quella che permette, ogni giorno, di far funzionare tutto. Anche – e soprattutto – quando nessuno se ne accorge.