Prima una rincorsa spingendo lo slittino, poi sdraiata a testa in giù sul ghiaccio raggiungendo velocità fino a 140 chilometri orari.

Lanciata come un proiettile, Valentina Margaglio allunga le braccia lungo il corpo, ogni muscolo in tensione, su uno slittino (lo skeleton) che pesa appena 30 chili, lungo il “budello” della pista, con curve paraboliche e rettilinei in cui puoi solo lasciarti andare, per poi indirizzare la testa e il corpo verso la prossima curva. E, alla fine, una salita per rallentare. Il tutto in una manciata di secondi: da 50 a 70. Un soffio ghiacciato in cui ti giochi tutto: il tuo sogno olimpico, il tuo futuro, ma anche il tuo passato di sacrifici, dubbi, speranze.
Con lo skeleton sulla pista più bella del mondo
Valentina Margaglio queste cose le sa tutte: è lei una delle atlete su cui punta la Nazionale italiana per salire sul podio alle Olimpiadi di Milano Cortina nello skeleton, lo slittino singolo, una delle discipline olimpiche forse poco conosciute, tutta da scoprire soprattutto dopo le polemiche seguite all’annuncio della costruzione della pista da bob di Cortina.
Polemiche che hanno coinvolto anche gli atleti, gli unici a non avere alcuna voce in capitolo in questa faccenda e alcun interesse economico, se non quello di poter finalmente allenarsi in Italia e far crescere nuove leve. Fatto sta che ora la pista è lì, pronta per le gare. E viene già definita “la più bella del mondo”, con i suoi 1749 metri e ben 16 delle 11 curve del progetto iniziale. Curve che bisogna imparare a conoscere e stamparsi bene nella mente, come una mappa parlante.
Quanto conta la mente nello skeleton
È, questo, uno degli aspetti più affascinanti di questa disciplina, come spiega Valentina, che oggi ha 32 anni e già una certa esperienza e maturità per poter pensare di vincere una medaglia: «Il nostro non è solo uno sport di potenza e di muscoli. La potenza è necessaria per la fase di spinta, quei 5 secondi iniziali che impostano tutta la velocità della discesa. I muscoli quindi vengono allenati per essere esplosivi, come nella corsa di velocità, e per controllare il corpo durante la discesa.
In quei secondi di velocità pura, si esercita una pressione fortissima, quindi occorre saper controllare ogni movimento al millimetro. Ma tutto questo, senza la presenza mentale e la concentrazione, senza la capacità di anticipare le curve e ogni minima variazione del tracciato, senza la calma di chi sa cosa e quando lo deve fare, non sarebbe possibile».
Dal giavellotto allo skeleton
L’avrebbe immaginato, una ragazza che veniva dal lancio del giavellotto e dall’atletica, che amava sollevare i pesi e correre in velocità, come Marcel Jacobs, che sarebbe finita a studiare i tracciati delle piste ghiacciate? Che avrebbe imparato a preparare i pattini e la superficie della slitta come un vero tecnico della neve, ben piantata sul ghiaccio, lei di mamma africana e che detesta il freddo?

«Mia mamma ha conosciuto mio papà in Costa d’Avorio, dove lavorava come volontario. Sono venuti insieme in Italia, a Pontestura (in provincia di Alessandria) e lì è nata la nostra famiglia». Due sorelle più grandi e un fratello più piccolo, insieme hanno vissuto molti momenti difficili, segnati da difficoltà economiche legate alla cassa integrazione. Una storia operaia come tante in quel territorio, falcidiato dalla crisi negli ultimi 15 anni.
Il lavoro come cameriera per aiutare a casa
Così Valentina dopo la scuola cerca subito di aiutare i suoi genitori facendo la cameriera, mentre si fa notare nei campi di atletica per le sue doti strepitose di velocista.

Doti che non passano inosservate ai tecnici della Nazionale di bob che, guarda caso, stanno facendo scouting di talenti proprio nel suo campo di atletica, quello di Vercelli. Le viene così proposto di provare il bob a due nel ruolo di frenatrice, l’atleta che sta dietro. Valentina, che ama l’atletica ma non riesce ad avere grandi risultati per l’impegno del lavoro, ci prova e insieme a Mathilde Parodi, che guida, arriva quinta ai Giochi giovanili di Innsbruck del 2012. «Ma ho capito che non sono fatta per gli sport di squadra: non mi piaceva stare dietro, dipendere cioè da un’altra persona e partecipare alla gara solo all’inizio» ci racconta.
La prima prova sul ghiaccio: un disastro
Intanto Valentina lavora con gli orari del ristorante: poco tempo per allenarsi e molta indecisione sullo sport da proseguire. Nel 2016 Andrea Gallina, atleta, allenatore e ora anche il suo compagno di vita, le fa provare lo skeleton e lei vince i campionati italiani di spinta a secco. In questa disciplina infatti, non esistendo per tanto tempo una pista ghiacciata in Italia, dall’autunno e fino a marzo ci si allena nel Nord Europa, mentre per i mesi primaverili ed estivi ci si allena a secco, con tracciati costruiti di solito nei campi di atletica, dove si può ottimizzare la spinta, di certo non la velocità.
«La prima prova sul ghiaccio fu un vero disastro» dice Valentina. «Presi le ferie dal lavoro per volare in Norvegia: uno shock termico, un freddo polare a cui non mi sono abituata neanche adesso. Per la prova presi un casco troppo grande, per farci stare dentro tutti i miei capelli e così nella discesa si spostò leggermente e io mi tagliai il mento: finì con tre punti di sutura. Ma poiché ormai ero lì, qualche giorno dopo decisi di riprovare con un casco più piccolo e andò molto meglio». Valentina è veloce ma soprattutto quella velocità le piace da impazzire. E da allora diventa una specie di droga, quell’adrenalina che non ti basta mai e che continui a cercare sempre.
Tante vittorie sullo skeleton
Ma lei non solo si diverte sullo skeleton a testa in giù: Valentina vince e stabilisce tante prime volte nella storia di questo sport, che nasce alla fine degli anni Quaranta. Diventa la prima a conquistare un podio in Coppa del Mondo con il terzo posto nella gara di Innsbruck, poi migliorato da un secondo posto ad Altenberg. Con Mattia Gaspari nel 2020 riesce anche a ottenere una medaglia mondiale nella gara a squadre. Questo è il secondo miglior risultato tra Olimpiadi e Mondiali di uno skeletonista azzurro.
Nello stesso anno, il 2022, partecipa alle Olimpiadi di Pechino e si piazza dodicesima. «Arrivavo come favorita dalla Coppa del mondo dove avevo vinto le prime medaglie nella storia di questo sport ma poco prima di Pechino mi ero rotta la caviglia. Su quella pista non ero mai scesa e, nonostante tutto, ho fatto un buon tempo». Come dire: il talento è talento.

Milano Cortina 2026: il peso delle aspettative
Da Pechino in poi, volano quattro anni e in un soffio arriviamo al sogno di un’Olimpiade in casa, questa Milano Cortina che alimenta così tante aspettative da schiacciarti. «Da quando l’Olimpiade è diventata sempre più concreta, ho cominciato a performare meno in gara, così ho iniziato un lavoro capillare con il mental coach: mi ha insegnato a placare l’ansia, a focalizzarmi sul tracciato, a correggere ogni minimo errore in una frazione di secondo».
Lo slittino infatti si guida con i movimenti del corpo, anche piccolissimi. «Guidiamo facendo pressioni con le spalle e le ginocchia, ma ci sono piste come quella di Cortina dove anche solo muovendo la testa si può cambiare direzione. Questa pista infatti è molto tecnica, soprattutto nella parte iniziale, e con curve difficili: nella parte centrale invece devi lasciar correre la slitta e guidare in modo molto preciso».
La pista si conquista palmo a palmo
Bisogna provare e riprovare, camminare sulla pista centimetro su centimetro, studiare il tracciato a memoria, guardare i video, e poi visualizzare tutto. Anche all’inizio è stato tutto un provare e riprovare, con cadute e gran botte. «I primi tempi si parte da metà pista per poi scendere, e man mano si arriva fin su. Ma la velocità che raggiungi all’inizio non cambia molto: anche da principiante, si scende comunque a 100 chilometri all’ora. E per arrivare a farlo senza cadere, ci vogliono almeno una decina di discese, tre anni per guidare bene.
Questo vale per noi italiani che, prima della pista di Cortina, non avevamo una vera struttura in cui allenarci. Per i tedeschi e i nordici in generale, per esempio, è diverso: vanno sulla slitta da quando hanno sei anni. Per questo loro sono fortissimi guidatori e noi, per compensare, cerchiamo di essere altrettanto bravi nella spinta».

Il sogno di uno skeleton pieno di giovani
La pista di Cortina segna uno spartiacque importante: c’è un prima, fatto di migrazioni da ottobre a marzo tra le piste del Nord Europa, e un dopo, fatto di tanti sogni e progetti: «Grazie a questa struttura il nostro movimento crescerà, si potranno reclutare giovani promesse non pescandole dagli altri sport, ma allenandoli direttamente alla discesa sulla slitta. Si potrà così imparare da piccoli e magari arriveremo alle olimpiadi del 2030 con tanti atleti. Oggi in Nazionale ci sono 6 ragazzi e 5 ragazze, l’elite mondiale perché in questo sport c’è sempre stata solo e soltanto la Nazionale, cioè non esiste il settore giovanile, non esistono squadre dedicate e campionati intermedi». Ti alleni per diventare il top, insomma. La caccia alle medaglie è iniziata!