La vicenda intorno a Epstein è solo all’inizio, ma chissà se ne vedremo mai la fine. Pensavamo di aver visto e sentito tutto, e invece la marea nauseante intorno al miliardario e al giro mondiale di pedofilia che aveva messo in piedi, ha superato ogni umana supposizione.
I meme su Epstein nei giorni del rilascio di milioni di files
Nei giorni in cui vengono rilasciati 3 milioni di files (pare che siano solo il 2 per cento di quelli prodotti dal miliardario faccendiere) la macchina dei meme si mette in moto. Apri TikTok o Instagram e c’è gente che fa i balletti con Epstein, o con Trump, “chillando” come con dei vecchi amici e godendosi la vita. E poi Epstein come Capitan America, Iron Man con la faccia di Epstein, e via così.
Un video che prende in giro la presunta mancanza di un invito da parte di Musk sull’isola di Epstein ha totalizzato oltre 2 milioni di visualizzazioni. Nel frattempo, una foto del principe William che lancia uno sguardo di disapprovazione a suo zio (l’ex principe Andrea) con una didascalia che lo chiama “il tuo zio losco” è stata vista da oltre un milione di persone. Ciò che è chiaro è che stiamo ridendo degli uomini che sarebbero stati associati a Epstein.
False foto con Epstein create per portare su Onlyfans
L’ultima novità di questi giorni sono foto (false) di Epstein con una bambina datate 2017. Poi si vede lei nel 2026 che piange perché i suoi amici l’hanno trovata nei files: questo video fa 10 milioni di visualizzazioni su Tik Tok. E decine di altri profili stanno facendo lo stesso. Come spiega sui social Mattia Marangon, analista delle dinamiche social, consulente e divulgatore, l’unico scopo di questi video è dare visibilità su Only Fans a influencer false create con l’AI.
I meme normalizzano contenuti violenti
Il problema di questi video – oltre a cavalcare la drammatica faccenda Epstein per monetizzare su Onlyfans – è che alimentano il rumore di fondo intorno alla questione, confondendo ulteriormente le persone, come dice Marangon. «Più ci abitiamo a vederlo in contesti divertenti, più il volto di Epstein perde un po’ alla volta il significato che aveva in origine. Questi meme non fanno altro che normalizzare i contenuti e indurci a pensare che i files, in fondo, siano pure divertenti. Una teoria del complotto dice che organismi del governo americano stiano facendo di tutto per rendere virali questi meme, cosi da indurre le persone a prendere i files meno seriamente».
Perché i meme funzionano
Un uomo pericoloso, che ha fatto cose indicibili, rischia dunque di ridursi solo a un contenuto buono per i social che ci strappa una risata. I meme infatti trasformano in intrattenimento qualcosa che dovrebbe solo indignarci. E, a forza di riderci sopra, ci fanno smettere di prenderlo sul serio. Ma i meme erano nati in un altro modo, come spiega Yari Brugnoni, consulente e co fondatore di Not Just Analytics .«Oggi i meme sono uno dei linguaggi più potenti della cultura digitale. Nascono come strumenti di sintesi: semplificano temi complessi, li rendono immediati e li trasformano in contenuti facilmente condivisibili. Dal punto di vista dei dati, sappiamo che funzionano perché attivano meccanismi molto forti: riconoscibilità, emozione rapida e bassa soglia di attenzione. Questo li rende perfetti per la logica algoritmica dei social, che premia ciò che genera reazioni veloci e diffuse.
Il dolore diventa divertimento
Il problema emerge quando questo stesso meccanismo si applica a eventi traumatici e reali, come nel caso Epstein. «In questi contesti – dice Brugnoni – il meme smette di essere solo una forma di ironia e diventa uno strumento di normalizzazione. Trasformare una vicenda legata a violenze sistemiche contro donne e ragazze in contenuto umoristico significa, di fatto, ridurre la percezione della gravità. Ciò può tradursi in una forma di violenza simbolica aggiuntiva, perché sposta il focus dal dolore delle vittime al divertimento collettivo, contribuendo a desensibilizzare l’opinione pubblica verso azioni che, nella loro oggettività, altrimenti non sarebbero ammesse dalla morale e dal senso di giustizia collettivo».
La viralità trasforma uno scandalo in un contenuto ordinario
Mentre innumerevoli reel, immagini create con l’AI e didascalie scherzose possono far ridere alcuni, che dire appunto delle vittime dei crimini di Epstein? O di quella donna su tre nel mondo che ha subito violenza fisica o sessuale e che apre il proprio feed sui social per scoprire che essere associata a un molestatore sessuale, condannato per abusi, sia la cosa più divertente del momento?
Il punto è proprio questo: la viralità trasforma uno scandalo in contenuto ordinario. «Nel lungo periodo questo può avere effetti profondi, perché modifica il modo in cui una società riconosce e reagisce alla violenza» conclude Brugnoni. «I dati e gli algoritmi non sono neutri. Amplificano ciò che funziona meglio in termini di attenzione, non ciò che è più giusto o più sensibile. Per questo diventa fondamentale sviluppare una maggiore consapevolezza digitale, soprattutto su come certe dinamiche possano contribuire, anche involontariamente, a normalizzare fenomeni che invece dovrebbero restare chiaramente percepiti come inaccettabili».
Non guardiamo questi meme, non condividiamoli, segnaliamoli. Non sorridiamo di ciò di cui dobbiamo solo provare profonda indignazione.