«Il tumore non mi ha tolto il sogno di diventare madre» dice Gabriella, che ci racconta la sua storia nella pagina seguente. Come lei, in Italia circa 450 donne ogni anno congelano i propri ovociti prima di un trattamento oncologico. Chemioterapia e radioterapia, fondamentali contro il cancro, possono infatti procurare un’infertilità parziale o totale, anche in pazienti molto giovani. Offre loro un supporto concreto, lasciando la porta aperta alla possibilità di avere figli dopo la remissione, la tecnica chiamata egg freezing. Consiste nell’assumere farmaci ormonali per stimolare le ovaie a produrre più ovociti, che vengono poi prelevati chirurgicamente e conservati a bassissime temperature. In futuro, se lo si desidera, potranno essere utilizzati per tentare una gravidanza tramite fecondazione in vitro.
Perché si è tornati a parlare di congelamento degli ovociti
Di congelamento degli ovociti si è tornati a parlare nelle ultime settimane. Con un finanziamento di 900.000 euro per il triennio 2025-2027, la Puglia offre un contributo una tantum di 3.000 euro a donne tra 27–37 anni con un ISEE inferiore o pari a 30.000 euro. Mentre in Veneto il ricorso all’egg freezing è cresciuto del 50% tra il 2023 e il 2024. In questi casi non si tratta di donne come Gabriella, ma di ragazze giovani e sane che decidono di “mettere in cassaforte” la propria fertilità perché vogliono rimandare la maternità a un momento più adatto: quando avranno un lavoro stabile, quando vivranno una relazione duratura, quando si sentiranno pronte. È a loro, e a una scelta di libertà che i progressi della scienza hanno reso possibile, che ci si riferisce quando si parla di social freezing.
Ma questa tecnica è una grande alleata anche per chi ha ricevuto la diagnosi di una patologia potenzialmente sterilizzante: non solo cancro, anche cisti ovariche, malattie autoimmuni. E, soprattutto, endometriosi, come è successo a Lucia, che condivide la sua esperienza qui sotto. Il termine corretto, in queste situazioni, è medical freezing. Certo, l’età è una variabile cruciale per la fertilità femminile. Gli ovociti sono “a numero chiuso” e, a differenza degli spermatozoi maschili, non si rigenerano. Ogni donna nasce con 1 o 2 milioni di follicoli, che già alla pubertà diventano 500.000 e più passano gli anni più si riducono.
La differenza tra social freezing e medical freezing
Inoltre, se il menarca arriva presto – cosa che accade sempre più spesso, anche prima del 10 anni – è possibile che anche la menopausa sarà anticipata. Un paradosso biologico che ci mette in rotta di collisione con i tempi di una società in cui per le donne è complicato conciliare lavoro e vita familiare e, gioco forza, si rimanda sempre di più la maternità. Il tempo può rivelarsi un ostacolo in tutti i casi di egg freezing. Gli ovociti vanno infatti congelati «preferibilmente entro i 32 anni, possibilmente non oltre i 34» suggerisce la ginecologa esperta di riproduzione Valeria Valentino, autrice di La via della fertilità (Mondadori), per bloccare l’età biologica delle cellule riproduttive e ridurre un domani il rischio di anomalie cromosomiche e problemi legati all’età avanzata in gravidanza. «Dai 34 anni le percentuali procreative diminuiscono rispetto al numero di ovociti che si crioconservano».
Se il social freezing ha costi elevati (circa 3.000 euro più altri 100 all’anno per lo stoccaggio degli ovociti congelati), il medical freezing è quasi sempre coperto dal Servizio sanitario nazionale. E questa è una buona notizia. «Consentire di conservare la fertilità prima di un trattamento oncologico è stato un grande traguardo scientifico e umano al quale sono felice di avere contribuito» mi ha detto la professoressa Eleonora Porcu, pioniera della fecondazione assistita in Italia (ha eseguito la prima nascita al mondo da ovocita congelato nel 1996), che ho intervistato nel libro Come nascono (davvero) i bambini oggi (Mimesis).
La ricerca sul congelamento degli ovociti è importante fa bene anche Servizio sanitario nazionale
E la ricerca continua. Uno studio sostenuto da Fondazione Airc e guidato dall’oncologa Lucia Del Mastro del Policlinico San Martino di Genova sta valutando l’efficacia di un farmaco che protegge le ovaie dalla tossicità dei trattamenti, mettendole “a riposo” e riducendo il rischio di menopausa precoce, che oggi colpisce una paziente oncologica su 4. In attesa di ulteriori sviluppi, il congelamento degli ovociti resta l’opzione migliore. «Nella crioconservazione non esiste una scadenza: gli ovuli si possono usare anche molti anni dopo, sempre tenendo conto dei rischi ostetrici legati all’età della gestazione» specifica Porcu. Sia il social sia il medical freezing rappresentano un investimento anche per il Servizio sanitario nazionale, perché riducono i costi di procreazioni assistite più complesse in futuro. Ma soprattutto permettono alle donne di non rinunciare alla propria fertilità in momenti critici della vita.
Storie di donne hanno fatto il medical freezing
Gabriella: «Ho avuto un tumore al seno, adesso ho due gemelli»
«Ho 51 anni e due gemelli nati grazie a un percorso che non sapevo neanche esistesse. L’ho scoperto nel 2012, quando mi hanno diagnosticato un tumore al seno, come quello che aveva portato via mia sorella alla stessa età. Avevo 37 anni e con il mio compagno stavamo provando ad avere il primo figlio. La diagnosi è arrivata come uno tsunami: in quei momenti pensi solo a sopravvivere. Finché uno specialista ha chiesto: «Vuoi proteggere la tua fertilità prima di iniziare le cure?». Io non avevo mai sentito parlare di medical egg freezing, ma quella domanda mi ha aperto una prospettiva inedita sul futuro. Finite le terapie, dopo 2 anni io e il mio compagno abbiamo deciso di provarci. Hanno scongelato 3 ovuli e li hanno impiantati.
È andata bene, anzi benissimo. La gravidanza è arrivata subito e io sono diventata mamma a 40 anni. Senza quella decisione forse non ce l’avrei mai fatta: se le cure ti tolgono la fertilità, non torni più indietro.
Durante il mio percorso ho conosciuto anche Fondazione Veronesi, che nel 2014 mi ha “arruolata” per partecipare alla Maratona di New York: dopo il parto, è stato il giorno più bello della mia vita».
Lucia: «L’endometriosi mi aveva tolto il mio corpo, me lo sono ripreso»
«Ho 38 anni e oggi stringo tra le braccia mia figlia. Ma non è stato facile arrivare fin qui. Dieci anni fa mi hanno diagnosticato un’endometriosi severa. Avevo dolori invalidanti, però nessuno mi aveva mai parlato di quanto la malattia potesse compromettere la fertilità. Prima dell’intervento per rimuovere le lesioni, la ginecologa mi ha proposto di congelare gli ovuli.
Non avevo un compagno né un progetto di maternità, ma ho deciso di farlo: era l’unico modo per darmi una possibilità. Cinque anni dopo ho conosciuto il mio attuale marito e, con una riserva ovarica ormai quasi esaurita, abbiamo deciso di usare quegli ovociti.
Al secondo tentativo è arrivata la gravidanza. Oggi, guardando mia figlia, so che quella di congelare i miei ovuli è stata la scelta migliore che potessi fare. In un momento in cui avevo perso il controllo sul mio corpo, ho trovato un modo per riprendermelo».