È il 13 novembre del 1974. Per le vie di Roma sfila un composto corteo di migliaia di donne dirette al Senato. Tra di loro ci sono attiviste, impiegate, contadine, studentesse, madri col passeggino e signore con il paltò di feltro e le scarpe con il tacco basso.
Marciano insieme per chiedere l’approvazione di una riforma già passata alla Camera e in attesa di approvazione a Palazzo Madama. La nuova norma diventerà da lì a pochi mesi, il 19 maggio 1975, la legge 151 che demolirà giuridicamente la famiglia autoritaria e patriarcale disegnata durante il regime fascista: niente più marito-padrone, niente più moglie-suddita, niente più figli che contano solo se nati dentro al matrimonio.
Addio al capofamiglia: la legge che introdusse la parità tra marito e moglie
«È una straordinaria svolta sociale che porta a una riscrittura dell’ordine familiare nel nostro Paese, almeno dal punto di vista normativo» spiega Silvia Salvatici, professoressa di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Firenze. «Scompare la figura del capofamiglia, viene introdotta la parità giuridica e morale dei coniugi verso i figli e si stabilisce che con il matrimonio marito e moglie acquisiscono gli stessi diritti e doveri. Fino ad allora vigeva una gerarchia di genere e di generazione: la riforma riconosce più autonomia ai giovani, che in quegli anni si affermano come gruppo sociale con le proprie aspirazioni ed esigenze e diventano maggiorenni a 18 anni e non più a 21».
La nuova legge interviene anche nei rapporti economici, abolendo la dote e introducendo la comunione dei beni «a tutela della donna, perché tiene conto sia della condizione patrimoniale più vantaggiosa dell’uomo sia del fatto che il salario medio maschile era, ed è tuttora, più elevato di quello femminile». Cambia poi l’obbligo di seguire il marito ovunque scelga di spostarsi: la residenza viene stabilita in accordo e può essere fissata anche in luoghi diversi, “nella sede dove si hanno i propri affari o interessi”. «Ricordiamoci che il trasferimento di massa nelle città aveva portato da una parte al declino rapido di una società contadina controllata dai capofamiglia e dall’altra alla nascita di nuclei più ristretti che vivevano in una realtà urbana molto diversa da quella delle generazioni precedenti» precisa la docente di Storia contemporanea.
Gli anni ’70 e la stagione delle riforme: quando cambiarono i diritti delle donne e della famiglia
La riforma del diritto di famiglia va soprattutto contestualizzata al fermento degli anni ’70, con l’approvazione di importanti leggi progressiste: nel 1970 erano arrivati lo Statuto dei lavoratori e il divorzio, riconfermato nel 1974 con vittoria del No al referendum abrogativo, nel 1971 erano stati istituiti gli asili nido, nel 1972 l’obiezione di coscienza.
Nel 1977 sarà poi il turno dell’uguaglianza di trattamento salariale, nel 1978 dell’interruzione volontaria di gravidanza e della nascita del Servizio Sanitario Nazionale. «Un’accelerazione che applicava i principi di parità previsti dalla Costituzione nel 1948 ma ancora in buona parte inespressi, soprattutto sugli aspetti che riguardavano i diritti delle donne» spiega Silvia Salvatici.
«Fondamentale fu l’attivismo dell’UDI, l’Unione Donne Italiane, delle parlamentari, sia cattoliche sia di sinistra, e del cosiddetto “secondo femminismo”, che fece dei rapporti all’interno della sfera domestica uno degli assi principali dell’agenda politica. Tant’è vero che si arriva prima alla legge sul divorzio che a quella sulla famiglia, a dimostrazione che la società italiana si era trasformata, che si era passati a una visione, una percezione, una concezione del matrimonio fondato sull’armonia di coppia ormai molto diversa rispetto a quella sancita dal Codice civile del 1942.
Il Paese era cambiato: era la legislazione a essere rimasta indietro».
Le donne della riforma: da Nilde Iotti a Maria Elettra Martini, le parlamentari che cambiarono la famiglia italiana
Tra le politiche che più si esposero e lavorarono (per ben 7 anni!) alla riforma, ci furono quattro parlamentari di schieramenti politici opposti: le democristiane Maria Elettra Martini, ex staffetta partigiana, e Franca Falcucci, che diventerà la prima ministra dell’Istruzione nel 1982; le comuniste Giglia Tedesco, relatrice della legge sull’aborto, e Nilde Iotti.
Proprio la futura prima donna presidente della Camera, in uno dei suoi celebri discorsi parlamentari, affermava nel 1969 un principio per i tempi rivoluzionario: «Ciò che nel mondo moderno spinge le persone al matrimonio, ciò che rende morale nella coscienza popolare la formazione della famiglia, noi pensiamo sia in primo luogo l’esistenza di sentimenti».
Le riforme incompiute: figli, cognome e parità ancora da conquistare
Quei sentimenti, però, non bastarono a normare fino in fondo tutti gli aspetti della vita domestica, lasciando aperte alcune questioni, e discriminazioni, che si sarebbero risolte solo dopo molti anni: per esempio, i figli nati fuori dal matrimonio prima del 1975 non potevano essere riconosciuti dal genitore già sposato. Con la nuova legge vengono ribattezzati “naturali” e ottengono diritti successori al pari dei fratelli legittimi, ma è solo con la Riforma della filiazione del 2013 che si garantisce a tutti lo stesso status effettivo.
Un’altra asimmetria riguardava il cognome della moglie: poteva mantenerlo solo se accompagnato da quello del marito e non poteva ancora trasmetterlo ai figli. E, come sottolinea la professoressa Salvatici, «teniamo presente che il riconoscimento dei pari diritti è anche legato alle dinamiche interne ai rapporti tra moglie e marito. Ogni riforma funziona se agisce su tutte le forme di ineguaglianza tra uomini e donne, altrimenti inevitabilmente restano rallentate, ostacolate e impossibili da attuarsi nella loro pienezza.
Gli anni ’70 sono stati il decennio delle riforme, ma forse quella stagione ha lasciato sperare che si potesse andare verso uno sradicamento più profondo delle disparità di genere di quanto poi non sia accaduto».
E oggi?
Il 15 maggio è la Giornata Internazionale della Famiglia, istituita dall’Onu nel 1993. Le famiglie in Italia sono oggi 26,6 milioni. Oltre un terzo è formato da una sola persona (37,1%); quelle in cui è presente almeno una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio sono il 60,4% e sono principalmente costituite da coppie con figli (28,4%). I nuclei senza figli sono stabili nel tempo e rappresentano circa un quinto del totale.
La dimensione media familiare passa dai 2,6 componenti di 20 anni fa agli attuali 2,2. Nel 2025 la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. Negli anni sono aumentate le famiglie monogenitoriali: oggi sono 1 su 10, principalmente formate da madri sole (8,6%) rispetto a padri soli (2,2%).
I matrimoni celebrati nel 2024 sono stati 173.272, il 5,9% in meno rispetto al 2023. Quelli religiosi calano in modo consistente, dell’11,4% rispetto all’anno precedente. Ad aumentare è invece l’età media alle prime nozze: 34,8 anni per gli uomini e 32,8 anni per le donne. Diminuiscono anche separazioni e divorzi: rispettivamente 75.014 (-9%) e 77.364 (-3,1%) nel 2024 (Fonte: Istat)