Dire di no non è sempre possibile. E per molte ragazze, può significare perdere tutto: le proprie radici, il senso di appartenenza, la famiglia. I matrimoni forzati sono un fenomeno complesso ma invisibile. Poche denunce, dati difficili da raccogliere, storie che faticano a emergere. E quando succede, spesso è troppo tardi. I nomi di Saman Abbas e Hina Saleem lo ricordano bene, purtroppo.

Ma anche quelli di Amina, Farah e Leila (3 nomi di fantasia).

Amina ha 17 anni e vuole solo studiare.
Scrive a scuola che i genitori vogliono riportarla in Sri Lanka per farla sposare.
L’insegnante capisce e la salva. Oggi è in una struttura protetta. Ha salvato il suo futuro, ma ha perso la sua famiglia.

Farah ha 25 anni e vive a Milano.
Parte per il Marocco “per una visita”. Le tolgono documenti e telefono: il matrimonio è già deciso.
Finge di accettare, poi scappa. La sua vita è ricominciata da capo.

Leila ha 17 anni.
Quando i genitori parlano di matrimonio, capisce che non è una scelta e decide di scappare. Oggi è in una comunità protetta. Studia. E prova a ricostruirsi.

Matrimoni forzati: il problema dei dati

«Il problema sono i dati», esordisce così Simona Lazzaro Lanzoni, Vicepresidente e Direttrice di Fondazione Pangea ETS. «Il sommerso è immenso ma reale e le richieste di aiuto sono altissime, anche in Italia». A livello globale, secondo il rapporto The State of World Population 2023, sono circa 650 milione le donne vive oggi che hanno subito un matrimonio forzato o precoce. Non esistono dati ufficiali che isolino questo fenomeno – senza limiti di età – poiché la maggior parte delle convenzioni internazionali si concentra sulla protezione dei minori. Eppure, esiste. «La questione del reato di matrimonio forzato è spesso legata alla tutela della famiglia più che al diritto della persona», spiega Lanzoni.

In altre parole, il matrimonio viene ancora visto come un fatto che riguarda l’equilibrio e l’onore della famiglia, più che la libertà individuale di chi dovrebbe poter scegliere se sposarsi oppure no. «E la donna, in questi casi, quasi non esiste più come soggetto giuridico».

Una realtà invisibile anche in Italia

In Europa, i matrimoni forzati sono riconosciuti da tempo come una forma grave di violenza. Ma l’Italia ci è arrivata tardi e tuttora il sistema presenta molte falle. «Nel nostro Paese, il reato è stato introdotto solo nel 2019 con il Codice Rosso e rafforzato nel 2023. Fino ad allora, rientrava in fattispecie generiche come sequestro di persona o maltrattamenti. E, soprattutto, manca una rete strutturata. «In altri Paesi come l’Austria, la Germania e il Regno Unito, esistono centri specializzati e unità dedicate», spiega Lanzoni. Nel Regno Unito, ad esempio, c’è una task force specifica sui matrimoni forzati. In Olanda, un sistema coordinato tra centri antiviolenza e istituzioni. In Italia, non sono neppure citati nel piano nazionale antiviolenza». Il risultato è un dato che racconta più di molti numeri: migliaia di richieste di aiuto ogni anno, ma pochissimi casi che arrivano a processo.

La percezione delle ragazze vittime

Perché non se ne parla? «Chiedere aiuto equivale a tradire la propria famiglia», spiega Lanzoni. «Le ragazze vivono in un limbo costante tra l’amore per la famiglia e il desiderio di libertà». A questo si aggiunge la paura di perdere tutto, di rimanere sole e il senso di colpa. Ma questa non è una scusa per noi: «Molte associazioni sono nate proprio in seguito a matrimoni forzati di donne costrette a farlo. Servono più testimonianze, più voce di donne migranti che possano far sentire meno sole e comprese tutte le altre».

Crescere tra due mondi

Per chi nasce o cresce in Italia ma ha origini in altri Paesi, il conflitto può essere ancora più forte. Da una parte la vita costruita qui: scuola, amicizie, aspirazioni. Dall’altra le aspettative familiari, che possono essere molto diverse. È quella che viene definita “doppia appartenenza”. Ma in alcuni casi diventa una trappola. «Le ragazze vivono un conflitto identitario profondo», spiega Lanzoni. «E questa tensione rende ancora più difficile opporsi».

Quando il matrimonio forzato passa dall’estero

«Molte vengono portate all’estero con l’inganno», racconta Lanzoni. «Una vacanza, una visita ai parenti. Poi si ritrovano senza documenti, senza telefono, senza possibilità di tornare». È quello che rischiava di accadere ad Amina.

Non è una questione di religione

«Non è una questione di religione ma culturale», spiega Yassine Lafram, ex Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII). Si tratta di pratiche radicate in tradizioni patriarcali che esistono in molte parti del mondo. Per non parlare della mancanza del libero consenso della persona che subisce l’imposizione.

Come fare luce sui matrimoni forzati

E allora cosa si può fare? «Lavorare sull’emersione del reato non basta», spiega Lanzoni. «Il tema deve essere affrontato anche a livello politico, con un intervento dall’alto che coinvolga il Dipartimento per le Pari Opportunità e i Ministeri competenti. Molto spesso queste ragazze sono cittadine italiane o hanno un permesso di lunga scadenza». Il rischio è quello di continuare a considerare i matrimoni forzati un fenomeno lontano e marginale che riguarda “altre culture”. Finché queste storie restano invisibili, continueranno a esistere senza essere davvero affrontate. E a pagare il prezzo più alto saranno, ancora una volta, le ragazze che non hanno potuto scegliere.