«Sotto il seno non è zona erogena». Così un giudice di Biella ha chiesto l’archiviazione delle accuse di violenza e molestia sessuale nei confronti di un 51enne di una nota azienda del biellese, denunciato da una dipendente con 26 anni di anzianità.

Sotto il seno non è zona erogena: povere noi donne!

Non vorrei essere nei panni della partner di questo giudice, che: primo, ritiene che una donna possa vagamente “eccitarsi” se un uomo sul posto di lavoro, per di più un suo superiore, le tocca una qualsivoglia parte del corpo; secondo, visto che pensa che anche toccare il fondoschiena non sia una molestia, vuol dire che allora in qualsiasi posto di lavoro, se ci toccano il sedere non è da intendersi come molestia (quindi vale anche per la sua partner…); terzo, last but not least, pare ritenere che le zone erogene femminili siano giusto quelle canoniche, quelle che si conoscevano e si praticavano forse fino al Settecento. E noi che invece pensavamo e praticavamo che tutto il corpo della donna fosse erogeno! Secoli di studi e conoscenze buttati al vento.

Povera la compagna di questo giudice, mi viene da dire. Ma povere anche tutte noi e secoli di sessuologia clinica. E decenni di battaglie per i nostri diritti, noi ancora una volta umiliate da chi misura con il metro la parte del corpo toccata, e col metronomo i secondi di palpazione.

Dai 30 secondi di palpazione a “sotto il seno”: è la stessa cosa

Non c’è niente da scherzare in realtà su questa vicenda, anche se potrebbe far ridere. Una vicenda del 2026 che ci insegna come non sia servita a nulla la famosa sentenza dei 30 secondi di toccamento da parte del sindacalista sulla hostess, che fu per fortuna ribaltata in Cassazione nel 2025. Ora quel processo è da rifare, ma intanto ci sono voluti sette anni perché la Cassazione bocciasse quelle motivazioni, sostenendo infondato il fatto che una donna in quei 30 secondi avrebbe dovuto ribellarsi e sfuggire alle molestie. Il termine stabilito allora era 30 secondi. Il termine entro il quale un uomo che ti tocca in un ambiente inappropriato senza che tu gliel’abbia chiesto, non può essere neanche denunciato.

Ora quel termine diventa il punto del corpo che viene toccato. Il criterio temporale la scia facilmente il posto a un criterio “geografico”. E la geografia è quella del nostro corpo, noi che, tanto, siamo ridotte a quello: non conta nulla il contesto, l’asimmetria dei ruoli, la soggezione psicologica, la paura di ritorsioni. La paura di perdere il lavoro.

Lui si abbassava i pantaloni, ma per il giudice non è molestia

Non ci ha dunque insegnato niente quella sentenza, visto che oggi un altro giudice – evidentemente poco attento alle questioni di molestie sessuali verso le donne, ma anche alle meraviglie del corpo femminile – ci viene a dire che se un superiore ti tocca sotto al seno non è molestia sessuale. Fa niente se quella donna, in quell’azienda da una vita, lamentasse che questi comportamenti erano in essere dal 2013. Fa niente se, come riferisce La Stampa, nella querela la donna abbia indicato numerosi episodi di «atteggiamenti confidenziali», «battute inopportune», «riferimenti sessuali» e «richieste di prestazioni sessuali» come «me la dai?», «Mi pensi durante i fine settimana», «devi dirmi con chi esci».

Il più grave dopo il rientro in azienda nel post Covid, quando l’uomo si sarebbe abbassato «i pantaloni» con la «scusa di mostrare il rigonfiamento della propria ernia inguinale» restando in «mutande». La donna sarebbe corsa in bagno per sfuggire al «gesto osceno e sessualmente esplicito», si legge nella querela.

Il toccamento non sarebbe chiaro

Evidentemente questo non bastava per accogliere la sua denuncia. Come racconta Corriere Torino, i motivi per archiviare sarebbero che «non è chiaro se il toccamento» sia avvenuto in maniera «repentina» sia «sul seno», che è una «zona erogena», o «immediatamente sotto», che non lo sarebbe. Inoltre, la descrizione degli episodi di violenza o molestie sessuali non sarebbe stata «sufficientemente precisa», in particolare quando la lavoratrice afferma che il 51enne prima le «sfiorava il fondoschiena» e poi che «in maniera lasciva appoggiava e toccava con la mano il fondoschiena». Insomma dobbiamo essere più precise sulle nostre zone erogene e su come vengono toccate, la prossima volta in cui ci palpano mentre passiamo nel corridoio dell’ufficio.

Lei aveva aspettato a denunciare: come non capirla?

Si legge che la donna nel 2024 si è dimessa da quell’azienda. Per la Procura la sua querela è avvenuta troppo tardi. Lei racconta di non aver denunciato in passato per timore di perdere l’unica fonte di sostentamento e reddito – come non capirla – e, in particolare, dopo un infortunio sul lavoro del 2017 e la diagnosi di «sclerosi multipla» nello stesso anno, che l’hanno costretta a periodi forzati di inattività e al cambio di mansioni nell’impresa. Periodo in cui avrebbe cominciato a esserle impartito il divieto di “interagire con altri colleghi” e la ricerca «continua di informazioni sulla sua vita privata». Comportamenti da mobbing, che sarebbero testimoniati da diversi colleghi di questa donna. Comportamenti che dovrebbero essere considerati aggravanti a carico del presunto molestatore.

Quante donne si licenziano dopo una denuncia di molestie?

Una 50enne come noi che lavora da una vita in quell’azienda, ma che avrebbe subito per dieci anni molestie che neanche nei peggiori film e che, mentre veniva umiliata senza potersi difendere, ha pure scoperto di avere una malattia neurodegenerativa. Una malattia che ti cambia la vita da qui ai prossimi (20, 30?) anni, se sopravvivi.

Quante come lei si sono licenziate, quante hanno deciso di non denunciare neanche e quante, anche dopo aver vinto, hanno lasciato il posto di lavoro? Deluse dalla scarsa solidarietà dei colleghi e dall’ostilità dei superiori. Deluse anche dall’ottusità e ignoranza di certi giudici. Quante volte dovremo ancora leggere notizie del genere?