Le donne vincono sul campo, in pista, in vasca. Ma perdono ancora fuori dal campo, nella competizione più nascosta e silenziosa: quella con gli atleti uomini, ancora più pagati, più visibili, non discriminati e che continuano a rivestire ruoli apicali, come allenatori e presidenti di società.

A testimoniarlo è il risultato di una ricerca sostenuta da Soroptimist International d’Italia e che ha visto protagonista un’atleta come Antonella Bellutti, tutt’oggi l’unica atleta azzurra – tra donne e uomini – ad aver fatto parte della nazionale di tre differenti federazioni e l’unica ad aver gareggiato sia nelle Olimpiadi estive che in quelle invernali, vincendo due ori in due edizioni consecutive in due discipline diverse.

I successi sul campo e il gender gap nello sport

«Vi aspetto al Quirinale per ringraziarvi». Lo aveva annunciato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e lo ha fatto. Dopo la vittoria dei Mondiali di volley femminili, il capo dello Stato ha ricevuto al Quirinale le pallavoliste azzurre per congratularsi e omaggiare il successo, poi bissato anche dalla squadra maschile. Ma la gioia dei festeggiamenti non cancella il fatto che ancora oggi e troppo spesso le donne nello sport faticano a trovare il giusto riconoscimento. Anche in sport come il volley da cui proviene la maggior parte del campione di atlete che ha partecipato all’indagine di Antonella Bellutti.

Bellutti e il gender gap nello sport oggi

«Nonostante la continua crescita dei risultati delle atlete, sia in discipline individuali che di squadra, le donne sono solo il 24% degli italiani che praticano attività fisica e sportiva in modo continuativo e rappresentano, mediamente, circa 1/3 dei tesserati totali nelle età agonistiche dai 15 ai 35 anni (Report Sport e Salute 2024)». Lo ricorda Antonella Bellutti, il cui nome è nella Walk of Fame dello Sport italiano. Medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996 e poi 4 anni dopo a quelli di Sydney 2000 nel ciclismo su pista, la campionessa si è laureata in Scienze motorie, è relatrice TED e tutt’oggi è impegnata – anche come docente – in corsi di formazione per lo sviluppo della consapevolezza e di uno stile di vita sano.

Lo sport è un diritto di tutti

«Lo sport è un fenomeno complesso che include attività fisiche e agonistiche, riconosciuto a livello istituzionale per il suo valore educativo e sociale, divenuto diritto costituzionale nel 2023», sottolinea, infatti, Adriana Macchi, Presidente Nazionale Soroptimist International d’Italia, che ricorda come lo sport sia diventato un diritto costituzionale, due anni fa. Dal 2023, infatti, trova posto nella Carta costituzionale, a testimoniare l’importanza, non solo da un punto di vista fisico.

Lo sport significa anche inclusione, come spiega Adriana Macchi: «L’impegno delle oltre 5000 socie italiane è stato trasversale e inclusivo tenendo in considerazione che lo sport è un tema complesso che include attività fisiche e agonistiche. Il problema, però, è che le donne faticano ancora a trovare il giusto spazio e la giusta valorizzazione, anche nello sport».

Donne ancora poco rappresentate

La ricerca di Bellutti ne è la conferma: analizzando 876 questionari ai quali hanno risposto 506 atlete in attività e 370 ex atlete, la campionessa ha cercato di fotografare la situazione alla luce della gender equality e delle norme di non discriminazione, che riguardano la partecipazione, la leadership, ma anche sicurezza delle atlete e la distribuzione delle risorse, altra nota dolente: basti pensare alle differenze di retribuzione delle atlete donne. Il problema non è solo italiano, se si pensa alle dichiarazioni di poco tempo fa della tennista statunitense Sachia Vickery, che aveva spiegato come i suoi guadagni tramite OnlyFans fossero molto «più facili” di quelli da atleta, nonostante il suo sport sia uno dei più remunerativi e ricchi in assoluto.

Il gender gap salariale pesa (ancora)

«Il problema principale è che ancora oggi è difficilissimo riuscire ad avere i dati sulle retribuzioni: questa mancanza di trasparenza sui bilanci in base anche al genere è indicativo della situazione. Mentre per tutto ciò che riguarda il Comitato olimpico internazionale c’è maggiore attenzione e dunque equità (sia nelle borse di studio, per esempio, che nella rappresentanza delle delegazioni nazionali ai Giochi olimpici), quando si tratta di Federazioni non si riesce ad accedere alle informazioni, perché sono enti soggetti privati con finalità pubbliche», osserva Bellutti.

Donne e violenza psicologica

Non va meglio, però, se si analizza l’ambito della violenza psicologica (e in taluni casi anche fisica) a cui quali sono sottoposte le atlete. La ricerca di Bellutti mostra come si tratti di un’esperienza vissuta dal 44% del campione indagato, «perpetrata per l’81% da persone dello staff tecnico, per il 15% dello staff dirigenziale». Numeri ancora più alti se si indaga nel sotto campione delle atlete che si percepiscono discriminate: «Tra queste il 77% ha dichiarato di aver subito violenza psicologica», sottolinea la campionessa. Significa quasi 8 su 10. «Questo dato conferma la necessità di un approccio attento da parte delle Federazioni sportive nazionali per una formazione degli allenatori che non sia esclusivamente tecnica – ribadisce Bellutti – In tutte le forma di violenza indagate, infatti, le figure su cui ricadono le percentuali maggiori di frequenza dei casi di violenza agita, sono i tecnici ed i dirigenti».

Quanto sono diffusi gli abusi

«La ricerca è un sondaggio, ha il merito di essere forte per i numeri che esprime, non c’è e ci vuole essere un’interpretazione. Ma resta il fatto che la percezione che se ne ha è negativa: impressiona il fatto che quasi una atleta su due abbia risposto di aver vissuto un comportamento che l’ha messa a disagio: è un’ipotesi che evidentemente non dovrebbe neppure essere contemplata. Un altro dato su cui riflettere è quello di chi ha assistito a comportamenti inappropriati: ben il 77%. Io stessa ne ho visti da atleta e anche dopo, come evidentemente è accaduto alla maggior parte delle colleghe», ammette Bellutti.

Quante allenatrici donne

Fin qui le atlete, ma quante sono le allenatrici donne? Solo 1 atleta su 5 del campione, nel corso della carriera, non ha mai avuto un’allenatrice donna e, tra queste, il 39% lo vorrebbe o lo avrebbe preferito. A livello di squadre nazionali, invece, la presenza femminile è inferiore (solo il 23% dei ruoli tecnici è affidato a donne). «L’80% del campione è formato da atlete agoniste e di sub elite: evidentemente i suoli tecnici di livello medio–basso (non di prestigio) sono ancora gli unici a cui le donne, possono ambire», spiega Bellutti.

Non va meglio tra i presidenti di società: «La percentuale delle atlete che afferma di non essere mai stata allenata da una donna o non essere mai stata tessera per un club che avesse una presidente donna, è maggiore tra le ex atlete rispetto alle atlete in attività: il che potrebbe significare che, pur se lentamente, la presenza delle donne nei ruoli tecnici e dirigenziali, almeno a livello di club, è in leggera crescita», auspica Bellutti.

Il tetto di cristallo anche nello sport

Il quadro, però, lascia intendere che esista un tetto di cristallo, anche nello sport: «Assolutamente sì: nei ruoli di leadership delle istituzioni sportive e delle federazioni, la rappresentanza femminile è pressoché nulla. Anche tra i segretari generali di federazione le donne sono solo il 16% – prosegue Bellutti – Va anche considerato che la ricerca è stata condotta soprattutto tra atlete del volley, seguite da quelle della scherma e del basket dove i risultati femminili sono importanti: è immaginabile che i club e le federazioni abbiano, quindi, una maggiore attenzione a questo tema. Il che fa pensare che i risultati sarebbero peggiori se indagassimo in altre discipline».

Le barriere visibili e invisibili delle atlete

«Le percentuali emerse dalla ricerca ci raccontano una realtà in cui le atlete continuano a scontrarsi con barriere visibili e invisibili, ad avere difficoltà nel conciliare il percorso di studio e la carriera sportiva, disparità nell’accesso ai ruoli di leadership, della presenza di discriminazioni e violenza psicologica, di una diversa distribuzione di risorse e riconoscimenti economici, così come un contratto di lavoro, oltre ad una limitata rappresentanza femminile nelle posizioni decisionali», sottolinea Macchi, che con Soroptimist International d’Italia promuove gli stessi valori dell’organizzazione attiva a livello mondiale.

Per una emancipazione vera delle atlete

Soroptimist Internazionale (SI), infatti, è un’organizzazione su base volontaria di donne impegnate in attività professionali e manageriali, che sostiene l’avanzamento della condizione femminile, la piena realizzazione delle pari opportunità e i diritti umani. Nata nel 1921 ad Oakland, negli Stati Uniti, oggi è presente in 120 Paesi e conta circa 3.000 Club, per un totale di 66.000 Socie. Le “Soroptimiste”, presenti in Italia dal 1950, hanno rappresentanti anche nel Comitato Nazionale di Parità presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nell’Osservatorio per l’integrazione delle politiche per la parità di genere presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e nel Comitato italiano W7, gruppo ufficiale del G7 sulle pari opportunità.

Atlete dietro le sbarre e alle prese con la disabilità

Oltre alla ricerca, sono stati sostenuti altri progetti, come la sottoscrizione della «Carta etica dello sport femminile redatta da Assist Italia, nostro partner di progetto, siglato un accordo con Special Olympics Italia ETS – spiega Macchi – per promuovere percorsi sportivi e di vita di atlete con disabilità intellettive», e il progetto Sport e donne in carcere. Si Sostiene carcere, che contribuisce alle attività femminili all’interno delle case circondariali italiane, mentre Sentinelle nelle professioni ha «l’obiettivo principale di sviluppare la capacità di cogliere i segnali della violenza e alcune competenze di ascolto e accoglienza di base. Rivolto inizialmente al settore del beauty & wellness – per il quale è stato sottoscritto un accordo con Confartigianato Benessere – si è aperto anche al mondo sportivo, alle palestre e alle società sportive dilettantistiche».

Riconoscere che c’è un problema

«Lo sport è portatore di valori positivi ed è accompagnato da giudizi positivi, ma questo non significa che sia esente da criticità – conclude Bellutti – La prova è il fatto che quando qualcuno denuncia situazioni non consone o non eque, si tende a ridurlo a un episodio isolato. I numeri della ricerca, invece, ci dicono che non sono casi sporadici, che c’è un problema strutturale per cui servono politiche attive. Sono convinta che se saranno messe in campo, ne beneficeranno tutti: le donne fanno spesso da testa da ariete aprono a nuove strade».