Tra le canzoni che compongono la colonna sonora della mia adolescenza spicca Click, “antica” hit di Entics, che io e le mie amiche ballavamo durante i nostri pomeriggi spensierati. Al solo sentire quel «Click, ricordati di mettere il flash!» mi ritrovo catapultata in quelle giornate, fatte di outfit scelti con cura (e oggi, a rivederli, orrendi), shooting fotografici con pose imbarazzanti nei parchetti, nei giardini e nelle nostre stanze. In quelle foto scattate con le macchinette digitali ci fingevamo Kendall Jenner (chi non ha imitato lo shooting con i capelli a forma di cuore?) o le modelle di Tumblr, il social media delle “ragazze tristi” che spopolava in quegli anni.

Ci sentivamo a due passi da Los Angeles, e di poter diventare tutto: fotografe, modelle, ragazze bellissime, misteriose e piene di sorprese. Non avevamo idea di cosa fosse un set né di quanto lavoro richiedesse, eppure ci sembrava che i nostri scatti sfocati, decentrati e non curati fossero opere d’arte. È questo forse il motivo per cui non sappiamo liberarci di quelle tecnologie oggi superate, noi come tante nostre coetanee. Non rinunceremmo mai ai nostri iPhone, ma l’emozione dello scatto che fa ancora “click!”, dell’attesa per scoprire cosa ne uscirà e della consapevolezza che sarà solo una semplificazione (di qualità dubbia) della realtà, è impagabile.

Foto vintage, la Gen Z riscopre dig cam e photo booth

Il ritorno delle fotografie “vintage” non nasce con la riscoperta delle dig cam (digital camera, le macchinette fotografiche digitali), ma anzi è un trend in crescita da tempo. A Londra e New York sono tornati infatti ad arricchirsi i restauratori di photo booth. Compagnie come Classic Photo Booth e Autofoto sono impegnate da anni a rendere le loro iconiche macchinette al passo coi tempi.

Ideata nel 1925 dal russo Anatol Josepho, la prima di tutte fu piazzata nei pressi di Times Square poco prima degli anni Trenta. L’obiettivo era democratizzare la fotografia, e divenne un fenomeno istantaneo. Allora si potevano ottenere 8 fotografie per meno di 25 centesimi; oggi che il costo ammonta a 7/10 euro, la loro popolarità non è calata. Complice il fatto che, come spiega Hortala Vallve di Autofoto al Financial Times, la loro tecnologia non è mai cambiata. «L’effetto che si ottiene dalle foto è lo stesso di quelle che si scattavano Andy Warhol e Cindy Sherman negli anni Settanta o i Surrealisti negli anni Venti. E più sono gli scatti, più sono di qualità».

Ma le cabine non sono più solo in quartieri turistici, spuntano anche nelle zone più frequentate da ragazzi e local. Il New York Times parla di file di ragazze pronte a essere le prime a fotografarsi nella nuova macchinetta del Lower East Side, mentre a Londra nel quartiere di Hackney il photo booth con la scritta «I’ll be your mirror» è una miniera d’oro per influencer e it girl cittadine.

L’importanza di distinguersi, anche a livello visivo

«Per la Gen Z si tratta soprattutto di un modo per distinguersi», mi spiega Gaia Bresciani, psicologa clinica 100% Gen Z. «Gli strumenti vintage permettono di costruirsi un’identità visiva alternativa, riconoscibile: nel mondo di oggi, che promuove omologazione e perfezione, è qualcosa che cerchiamo tantissimo».

La foto in bianco e nero fatta con le amiche o da sole nelle macchinette vintage ci impone il ritorno alla semplicità. E ci obbliga a mostrarci come siamo. «È un modo per ribellarsi alla dettatura dei filtri che ha caratterizzato il mondo social nell’ultimo decennio, e che oggi ci fa sentire sempre più inadeguati e isolati».

Ok, respira: l’analogico che ci riporta alla vita lenta

E se quest’estate sono tornate cool anche le macchine fotografiche digitali è perché all’estetica vintage uniscono un altro elemento sempre più ricercato dai ragazzi: la lentezza. «L’analogico rimanda a un tempo in cui la vita era più lenta (o almeno così ci sembrava). Il processo dello sviluppo dei rullini o quello della digitalizzazione delle immagini scattate con la macchinetta è molto più lento dello scatto istantaneo a cui siamo abituati. Ci fa sentire più presenti».

Abituati ad avere tutto subito, pronto e confezionato (ma, presto, anche scordato), negli ultimi anni sentiamo sempre più il bisogno di prestare attenzione a quello che viviamo mentre lo viviamo, prenderci il tempo per comprendere ogni nostra azione.

«Si tratta a tutti gli effetti di un piccolo esercizio di mindfulness: la consapevolezza di star creando un ricordo viene trattata come qualcosa di prezioso, di cui prendersi cura», conclude la psicologa. «In un certo senso lo strumento digitale viene usato come una forma di allontanamento dall’iper-digitalizzazione moderna, e dalle ansie che comporta».