Non saprei dire se è arrivata prima la canzone virale Jin Shung Yuen del cantautore cinese Chuanzi, la pioggia di video-consigli su esercizi cinesi per il risveglio (ma anche il sonno, il dimagrimento, la forza) o le dritte su come scaldare l’acqua prima di berla ogni mattina. Non so se sia arrivato prima tutto questo o la diffusione in profili insospettabili di prodotti alimentari cinesi – dalla tradizionale birra Tsingtao ai noodles con salse che si trovano solo nei più forniti asian market cittadini. Ma di fatto la mia fyp (la homepage di TikTok) è completamente invasa da tutto ciò, da non so quanto. Mi ritrovo a cantare canzoni cinesi di cui non capisco nulla. Mi fido di sagge erboriste che abitano a migliaia di chilometri da me e seguo, rendendomene più o meno conto, i consigli per diventare, come le it girl del momento, una chinese baddie. Come molti dei miei coetanei, sono entrata nell’algoritmo «You are Chinese», dove i contenuti arrivano da lontano per provarci che, a discapito della geografia, non siamo poi così diversi.

Tutte vogliono essere Chinese baddie

Traducibile con «ragazzaccia cinese», la Chinese baddie oggi è l’apoteosi della coolness. Elegante e magnetica come una parigina, esperta di cura della pelle e dieta come una coreana, eppure pop come una ragazza Brat: essere una Chinese baddie, a discapito delle apparenze, richiede solo il minimo sforzo. Non serve neppure essere realmente cinesi, perché – come insegnano le creator orientali – diventare asiatiche è una questione di pratiche.

Per ottenere l’endorsement (appunto, «You are Chinese», ovvero «anche tu sei cinese!») serve seguire i consigli della comunità. Una serie di creator bellissime e simpaticissime decretano infatti chi è IN e chi è OUT sulla base di criteri ironici e pop. Video dopo video, ci guardano negli occhi, chiedendoci perché non facciamo dieci saltelli tutte le mattine prima della colazione, quanto ci mettiamo a cominciare a bere acqua calda tutte le mattine e perché non conosciamo ancora i benefici del miso. Cosa aspettiamo? Con il loro entusiasmo e la pungente ironia tipica della GenZ, le Chinese baddie ci dicono che siamo noi occidentali ad essere “indietro”, e ci aiutano a “metterci in pari”.

@sherryxiiruii since you are newly chinese, it’s time i tell you how chinese people calculate the coldest period of the year #chineseamerican #americanbornchinese #chineseculture #chinese #asianamerican ♬ original sound – sherry

Il Capodanno Cinese al tempo di «You are Chinese»

Il boom di contenuti (e popolarità) si è concentrato nei giorni intorno al Capodanno Lunare. Tra il 16 e il 17 febbraio, infatti, i GenZ di tutto il mondo hanno seguito le severissime regole del folklore cinese. Guidate dalle baddies, le ragazze hanno coordinato i lavaggi di capelli (da fare assolutamente il 16 febbraio, per sciacquare via l’Anno del Serpente, e non il 17, rischiando di liberarsi dell’energia del Cavallo). Ma anche lo svuotamento dei cestini, le pulizie, i bucati. Da anni il Capodanno Cinese è un’occasione per festeggiare e mangiare cibo asiatico – specie in città come Milano, dove ogni anno viene celebrato con una parata (che nel 2026 si terrà il 4 marzo) – ma per la prima volta è stata una vera e propria festa condivisa.

Un processo che vede da vicino chi da anni si occupa di fare da ponte tra la cultura cinese e quella italiana. Me lo racconta Momoka Banana, attivista sinoitaliana che combatte gli stereotipi sui social. «Stiamo assistendo a un importante cambiamento di percezione della Cina, che è sempre stata considerata in secondo piano rispetto al Giappone e alla Corea del Sud», scrive.

Una nuova prospettiva sulla Cina

Anche lei ha passato il Capodanno Cinese insieme alla famiglia, ricevendo persino la tradizionale “busta rossa” (un regalo in denaro che rappresenta un augurio di prosperità). Ma nei giorni successivi ha partecipato anche a eventi a tema insieme ad amici italiani. Una serie di iniziative che, fino a qualche anno fa, erano impensabili.

«I millennial, la mia generazione, sono cresciuti con il sogno del Giappone, influenzati dal soft power che anime e videogiochi esercitavano tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000», mi racconta. «Poi sono arrivati il k-pop, i k-drama, la skincare, e i GenZ si sono avvicinati alla Corea del Sud. Pensando ai prodotti cinesi, invece, nell’immaginario popolare c’erano solo copie di bassa qualità. Eppure piano piano qualcosa sta cambiando: basta vedere come negli ultimi anni sempre più scuole superiori abbiano aggiunto il cinese tra le materie da studiare».

Se anche dalla Cina arriva un nuovo immaginario

La Cina, tra le più importanti potenze commerciali del mondo, oggi è diventa una meta ambita. E la sua cultura, un tempo vista come i soli principi del regime comunista, è oggetto di studi e di interesse. Soprattutto per i giovanissimi. A cambiare tutto, sostiene Momoka, sono stati diversi fattori. «L’idea della Cina filtrata dai media tradizionali risultava stereotipata e riduttiva. Oggi quando qualcuno visita la Cina, ricevo messaggi di stupore: “È completamente diversa dall’immagine che ne danno i nostri media!”».

Mentre Giappone e Corea del Sud, oltre a impegnarsi per rendere il turismo più popolare, investivano nell’esportazione di prodotti e immaginari, la Cina ha mantenuto i suoi segreti. Ha diffuso all’estero merci, ma non immaginario, lasciando che fossero le persone a scoprire tutto. E oggi, grazie a una nuova politica visa-free, visitarla è più semplice che mai.

«I creator, i trend e la tecnologia oggi mostrano una Cina contemporanea e interessante. Il tutto, sommato alla crescita economica che la rende un mercato fertile per i brand e al successo di prodotti come i Labubu». Il desiderata del momento, per esempio, è il giacchetto tang di Adidas, fino a pochi mesi fa disponibile solo in Cina.

Siamo noi a vedere per la prima volta la Cina, non il contrario

Ben lontana dall’essere la «fabbrica del mondo», oggi la Cina vanta la produzione di tecnologie anche di alta qualità – come Huawei e Xiaomi. E, mentre l’influenza culturale degli Stati Uniti si indebolisce, il sogno americano lascia spazio alla ricerca di una nuova via. «Il ban temporaneo di TikTok all’inizio del 2025 è stato significativo. Molti utenti americani sono migrati su Rednote (una sorta di Instagram cinese), dando vita a un dialogo diretto tra netizen cinesi e occidentali. E mostrando una Cina senza intermediari, più “umana”».

Il trend delle Chinese baddies si colloca in questo quadro. Potrebbe sembrare una novità questa “apertura” della Cina al mondo, in realtà non è affatto così. Seppur non ci siano state campagne di “soft power” paragonabili a quelle degli stati vicini, in Cina l’occidente è arrivato da tempo ed è visto con lo stesso interesse con cui noi guardiamo a Est. «Sono anni che i giovani che vivono in città partecipano a eventi di Halloween o di Natale, ascoltano musica americana, guardano film e serie straniere e comprano prodotti internazionali. Ultimamente c’è stato persino un boom di caffetterie, anche se in Cina tradizionalmente non si beve. Molti scelgono persino un nome inglese “di comodo”, da usare vita online o con gli amici stranieri».

«You are chinese»: tra trend, divulgazione culturale e propaganda

Eppure, qualcuno che storce il naso ancora c’è. L’interesse dei ragazzi verso la Cina è visto da molti come una forma di moderna propaganda. La romanticizzazione del modo di vivere dei ragazzi a milioni di chilometri di distanza rischia di rendere ciechi riguardo i problemi della nazione, dove i diritti delle donne e delle minoranze sono ancora fortemente osteggiati. «Al contrario, io credo che parlare solo degli aspetti negativi riduca la comprensione», racconta Momoka.

«La Cina ha sicuramente problemi sociali, ma fino a qualche tempo fa eravamo così abituati a parlare quasi solo di quei lati, che si pensava al Paese solo come un luogo grigio abitato da persone senza identità. I racconti di quotidianità, momenti di svago, curiosità culturali o prodotti pop aiutano a smussare una visione bidimensionale della Cina, che non deve cancellare i problemi sociali ma vederli come parte di una realtà complessa».