Tra le foto appese alla parete sopra la scrivania, quella con nonna seduta al tavolo della sua cucina è sicuramente la mia preferita. È un’immagine semplice, ma speciale, forse perché evoca un tempo diverso, sicuramente per il soggetto immortalato. Il pranzo della domenica è riservato a mia nonna materna, così come, quando posso, il caffè del pomeriggio. Con lei non manca occasione per parlare di qualche storia d’infanzia che attira la mia curiosità. Il suo passato mi attrae; pensarla bambina in un mondo che sembra così lontano dal mio è strano e commovente. E mentre guardo quella fotografia, immaginando una giovane versione della mia persona preferita, il trend Nonna Maxxing mi coglie di sorpresa.

Nonna Maxxing: le nonne italiane nascondono il segreto per vivere meglio

Ho letto recentemente un articolo sul The Guardian “Le nonne italiane custodiscono il segreto di una vita lunga e felice?” riguardo al nuovo tentativo della Gen Z di trovare stabilità ed equilibrio ispirandosi, questa volta, alla longevità delle nonne italiane (la cui aspettativa di vita è tra le più alte al mondo). Approfondendo, si scopre una certa venerazione internazionale per queste figure, composte e amorevoli, attente agli altri, presenti e attive nella comunità che, con il loro grembiule colorato e uno stile di vita lento e gentile, sembrano essersi fatte porta voce di un’immagine romantica più che mai desiderata.

Incarnazioni nostalgiche del dolce far niente, le nostre nonne aiutano a capire come intraprendere una vita più sana e rilassata, fatta di gesti premurosi, manualità e presenza. Questa è l’idea descritta dalla tendenza Nonna Maxxing, che esalta la lentezza e si concretizza nel replicare una distesa quotidianità: cimentarsi in cucina, lavorare a maglia, sistemare il giardino (valgono anche le piantine incastrate sul davanzale della finestra). Ma anche passeggiare e godersi il tempo che scorre. Tutto rigorosamente offline.

Massimizzare rallentando

Come le recenti narrazioni che celebrano la slow life, anche quella del Nonna Maxxing è nata sui social. Pochi mesi fa il brand di skincare Tallow Twins ha pubblicato sulla propria pagina Instagram immagini che richiamavano la vita quieta e appagante della tipica, stereotipata certo, nonna italiana, considerata un valido rimedio alla stressante routine di una generazione figlia dell’attuale mondo iperconesso. Qualche settimana dopo, quello delle nonne è diventato il nuovo stile di vita da replicare per stare bene, soprattutto dai più giovani. Anche il suffisso “-maxxing” nasce su Internet, utilizzato per indicare tutto ciò che deve e può essere potenziato, massimizzato. In questo contesto, però, succede esattamente il contrario. Per vivere meglio si toglie qualcosa, si torna un po’ indietro, senza ottimizzare (che ossessione!), semplicemente rallentando. Non si corre, si cammina, non si cerca di fare sempre di più, ma meno e meglio.

Così adesso anche le nonne diventano modelli da seguire, parte di un passato analogico che oggi vuole essere recuperato. Secondo Camilla Stellato, psicologa e psicoterapeuta, questo dipenderebbe dalle condizioni di vita veloci e performative: «L’analogico appare come una forma di protezione. Un telefono senza connessione, una coperta fatta a mano, non sono solo oggetti romantici, ma occasioni per stare dentro un’esperienza, senza dover performare e renderla al pubblico».

Oggi c’è bisogno di stare più che di fare, di valorizzare la presenza più che il contenuto. Tutto questo si riflette anche sul piano relazionale e «nel desiderio di legami in cui si possa sentire l’odore della pelle» continua Camilla Stellato. «La Gen Z è cresciuta con moltissime possibilità di connessione, ma non sempre con altrettanta esperienza di vicinanza fisica. Il ritorno ai rituali “delle nonne” permette di fare cose insieme nella stessa stanza, molto pratiche e concrete, che favoriscono intimità».

Pedagogia della semplicità: il tempo ha un nuovo valore

Ma perché proprio le nonne? Ricercare nuovi stili di vita nelle vecchie abitudini è un fenomeno legato a molteplici fattori. Come racconta la Dottoressa Stellato parte tutto da una mancanza: «Manca, forse, un rapporto meno ansioso con il tempo. Le nonne, idealizzandole, rappresentano la possibilità di ancorarsi al momento presente. E poi con i genitori si va in conflitto, le nonne invece sono carezza. Cucinare per piacere, curare una pianta senza fare un business green, stare e basta senza trasformare tutto in contenuto: che sollievo. Anche quella generazione aveva dei limiti fortissimi: i ruoli molto rigidi, la mancanza di tanti diritti. Però nell’immaginario delle ragazze e dei ragazzi di oggi la nonna diventa qualcuno di ben radicato che tiene insieme tutte le cose. In un mondo molto instabile questo ha una forza enorme».

E allora le mani dagli schermi passano agli impasti e le conversazioni digitate a quelle chiacchierate. La semplicità assume nuovo valore, che non si traduce in banalità, ma in presenza e cura. Il tempo torna ad avere la sua importanza, quello da dedicare agli altri, a se stessi, al fare. D’altronde, non si può affrettare il caffè della moka. Non si può cucire una sciarpa in dieci secondi, né preparare un torta in venti minuti (per questo esistono gli shop online e i composti pronti da scaldare, che di esperienziale, però, hanno ben poco). Il tutto e subito è una condizione un po’ pericolosa che rischia di danneggiare il senso di aspirazione e appagamento, rendendo tutto poco significativo. Certe cose richiedono tempo per essere fatte bene.

Dal digitale al reale e differenze generazionali

Della nuova tendenza colpisce anche la natura, come si diceva, social. L’impressione è che oggi gli interessi, le aspirazioni e i desideri esperienziali debbano passare sempre dal mondo digitale prima di raggiungere quello reale. Cecilia Manzo, docente di sociologia economica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e specialista di innovazione digitale, spiega che «se una tendenza passa dai social non significa che sia priva di contenuto sociale, spesso è un modo per rendere visibili bisogni reali attraverso linguaggi digitali», forse i più familiari ai giovanissimi. «Siamo davanti a una una generazione in formazione», racconta la professoressa, «che sperimenta nuove forme di espressione valoriale» ma anche modi per costruire appartenenza e per prendere posizione nel quotidiano.

Una lettura condivisa dalla Dottoressa Stellato: «Quando qualcosa diventa virale è perché risponde ad un desiderio o a una sofferenza reali. Cucina, uncinetto, giardinaggio, oggetti analogici, rituali lenti, non credo che la Gen Z voglia davvero vivere come le nonne, ma recuperare qualcosa che associa a loro. Ai Millennials il digitale è stato presentato come una promessa che la Gen Z, nascendoci dentro, ha visto frantumarsi. Il digitale ha migliorato molti aspetti della nostra vita, ma ci ha contemporaneamente intossicato». E adesso i ragazzi vogliono andare oltre, desiderano sperimentare qualcosa di diverso.

Cecilia Manzo ricorda anche che «La Gen Z, rispetto alle precedenti, è cresciuta in un mondo in cui digitale e non digitale sono sempre stati intrecciati: le relazioni, l’informazione, l’attivismo, le scelte di consumo e la costruzione dell’identità passano continuamente da una dimensione all’altra. Il trend in oggetto, insieme a quelli sulla disconnessione periodica o sull’uso limitato dello smartphone, vanno letti in questa direzione. Non come rifiuto della tecnologia, ma come tentativo di governarla, ricostruendo confini, recuperando attenzione e presenza delle relazioni».

Così i social diventano il mezzo più comodo per approfondire e validare certi bisogni. «La Gen Z sembra cercare nuove forme di appartenenza capaci di tenere insieme online e offline, connessione e presenza, autonomia individuale e legame sociale» puntualizza la docente. «In questo senso, il trend Nonna Maxxing racconta una generazione che usa il passato non come rifugio nostalgico, ma come risorsa simbolica e pratica per criticare il presente».

Il trend mette proprio al centro quei grandi valori del passato che a molti oggi mancano. Relazioni, prossimità, lentezza: le nonne italiane, attente e premurose, ne incarnerebbero l’essenza. E se non possiamo premere nessun magico tasto per riavvolgere il nastro e tornare indietro, possiamo provare a fare nostre le esperienze di chi ha vissuto prima di noi. Tornare alla manualità, dimenticare il cellulare per trasformare i momenti in contenuti ma, semplicemente, stare e raccontarsi. Cercare di abbandonare la pressione della produttività perché non tutto può essere ottimizzato. Il desiderio di una vita più semplice torna ciclicamente come bisogno necessario. Continuando a sperimentare nuove (ma antiche) forme di vita lenta forse riusciremo finalmente ad appropriarci di questa condizione, trasformando una retorica tanto affascinante in realtà.