Braccia ammorbidite dalle gravidanze, fianchi arrotondati, gambe appesantite dalla cellulite: quando d’estate ci si libera dai vestiti per indossare il costume, il nostro sguardo diventa uno scanner che registra impietoso ogni centimetro di pelle. E molti ne fanno un’ossessione. Fare pace con le proprie imperfezioni e imparare a stare bene nel proprio corpo si può. Scopri qui come.
Bikini blues: cosa c’è dietro alla paura di scoprirsi
Protetti per mesi da strati di tessuto, la stagione calda ci sorprende come un test di sincerità: in costume o abiti leggeri, scopriamo davvero come abitiamo il corpo. Coniata dalla psicologa Leslye Pario, l’espressione bikini blues indica uno stato d’ansia diffuso all’idea di scoprirci, il picco estivo di insoddisfazione corporea che secondo i dati colpisce quasi metà degli italiani (il 45%, dice una survey recente di MioDottore). «D’estate, la nostra immagine, alleggerita dei vestiti, diventa la prima carta d’identità» spiega Clelia Malighetti, psicologa, psicoterapeuta, attenta osservatrice delle dinamiche della percezione corporea. «L’idea che abbiamo di noi si trasferisce sul corpo che, improvvisamente in piena luce, viene dissezionato e giudicato. S’innesca una sorta di processo di oggettivazione: cosce, braccia, peli superflui, ogni zona diventa un microprogetto di miglioramento e di potenziale fallimento».
Il confronto frustrante con i social
Un’ossessione anatomica che nasce nello specchio di casa e continua sotto lo sguardo – reale o immaginato – degli altri, amplificato dai social. «Il confronto non è più con top model irraggiungibili, ma con le coetanee filtrate su TikTok o Instagram. Quell’ideale interiorizzato rende la frustrazione quotidiana» spiega la psicologa. «Così, le gambe non sono più leve flessibili che ci consentono di camminare, ma centimetri da assottigliare; la pancia non è l’appoggio dei respiri, ma una difformità da piallare. Ancorato spesso a un’immagine di noi congelata nel tempo, o idealizzata, il corpo – che è invece intrinsecamente mutevole per ragioni d’età, di gravidanze e ormoni, di stress – smette di essere casa e diventa prigione. Anche gli uomini subiscono una pressione analoga, forse più legata alla performance, ma parlare di insicurezza maschile è ancora un tabù, dunque il disagio resta latente e doloroso».
Nuovo punto di vista sul corpo
Far pace con la nostra imperfezione è però un lavoro che travalica ogni malinconia stagionale, avverte la psicologa. «La via d’uscita non è focalizzarsi sull’immagine, ma sulla funzione: non dobbiamo mai perdere di vista che il corpo è lo strumento di cui viviamo, con cui nuotiamo, ridiamo, abbracciamo, corriamo dietro a un bambino in spiaggia. Se spostiamo lo sguardo su ciò che il nostro fisico fa – e ci fa provare – pancia, cellulite e inestetismi tornano al loro posto: dettagli, pixel, rumori di fondo».
Bikini blues: un’ossessione che non conosce età né sesso
La testimonianza di Chiara, 19 anni
«A lei posso dirlo: d’inverno mi basta sparire sotto felpe giganti e pantaloni oversize, lo specchio lo salto a piè pari» confessa Chiara, 19 anni, matricola a Economia. «Ma d’estate… Ieri nella chat dell’università hanno proposto la piscina: ho tirato fuori il bikini color ciliegia e, prima di indossarlo, ho armato il telefono. Click, primo piano delle cosce: flaccide. Click, sulla pancia: gonfia. Click, un brufolo sulla spalla. Ho archiviato quegli scatti come prove a carico. Poi ho infilato il costume, mi sono piazzata a un metro dallo specchio e, non so perché, ho scattato una foto intera. L’ho guardata senza zoom: fianchi morbidi, spalle strette… c’ero io, tutta intera, in un solo fotogramma».
La testimonianza di Luca, 41 anni
«Sul telefono ho una cartella chiamata “Before&After”» rivela Luca, 41 anni, con un sorriso beffardo. «Dentro, ho archiviato le foto di quando facevo plank a oltranza: addome a cubetti, torace pneumatico. Stamattina, prima di andare al mare con i bimbi, l’ho aggiornata a mente con l’immagine recente: pancetta che sorride sopra i boxer, braccia cascanti. Un “after” non proprio da spot. Sono andato al mare deciso a non levare la maglietta. A non alzare nemmeno lo sguardo sui giovani padri palestrati e tatuati degli ombrelloni accanto. Poi è successo di tutto, un figlio è scappato, l’altro ha vomitato il ghiacciolo ‐ troppo freddo! ‐ il cane ha pisciato sull’asciugamano della vicina: non c’era modo di trattenere il fiato. Sconfitto e sudato, ho levato anche la T‐shirt: pancia al vento, ero l’eroe delle mamme del bagno».
La testimonianza di Marina, 61 anni
«Quando sono vestita, in città, so esattamente chi sono» riconosce Marina, 61 anni: giacca di lino, sandalo dorato, figura minuta. «Ma, svestita, nello specchio del bungalow del villaggio, il confronto è spietato: una virgola triste sotto i glutei, l’interno cedevole delle braccia, un reticolo azzurro di vene che solca le cosce. L’inventario di ciò che ha tradito i ricordi dei trent’anni». Dura qualche giorno, poi si getta alle spalle il disappunto e indossa il costume a righe preferito. «Il sentiero per la spiaggia costeggia il campo da beach‐volley, ieri un gruppo di ragazzi m’ha lanciato la palla: “dai, Marina, cinque palleggi!”. Le gambe sono partite da sole: bagher, alzata, schiacciata. A fine partita ‐ sabbia ovunque, fiato corto ‐ ho tirato un bel respiro e ho sorriso: questo corpicino ammaccato è ancora abbastanza forte da portarsi a casa qualche punto. Dalla vacanza è tutto».