Dalle single di Sex and the City alle ragazze di Girls, alle donne al centro di Imperfect Women – Le mie amiche del cuore, nuova serie su Apple TV, l’amicizia femminile viene raccontata il più delle volte come un legame indissolubile. Un patto di sorellanza immune ai cambiamenti, alla diverse scelte di vita, perfino alle varie fasi dell’età. Ma un’immagine tanto levigata non è solo irrealistica: è dannosa. Perché questo sentimento è un legame vivo e quindi non esente da trasformazioni, con distanze, pause, addii e ritorni. «Alle donne viene chiesto di eccellere in tutto – lavoro, relazioni, corpo, maternità – e in più di trovare una “Best Friend Forever”, una migliore amica per la vita» riassume la giornalista inglese Claire Cohen nel libro BFF. The truth about female friendship. La verità è che «nessuna singola amica può soddisfare tutti i tuoi bisogni emotivi» ammonisce. Pretendere il contrario non fa che creare aspettative irrealistiche. «Le ragazze e le donne richiedono alle amicizie standard più elevati dei ragazzi» aggiunge la psicologa americana Kaitlin Flannery «e per questo impiegano più tempo a riconciliarsi». Gli uomini, al contrario, vivono spesso le amicizie in gruppo, con un investimento emotivo più distribuito e meno vulnerabile alle fratture individuali.
Cosa ci aspettiamo davvero dalle amiche (e perché è troppo)
La narrazione dell’intimità emotiva. Dalle amiche noi ci aspettiamo 3 cose, sostiene Anna Machin, antropologa evoluzionista e autrice di Why we love. The new science behind our closest relationships: supporto, simmetria e segretezza. Quando avviene, si verifica un’intimità emotiva così profonda che l’una tende a rispecchiare il comportamento dell’altra, usando gli stessi gesti, addirittura vestendosi in modo simile. La scienza afferma che anche il ritmo del cuore, la temperatura corporea e le risposte ormonali si allineano. Il problema nasce, però, quando la sincronia totale si sfasa ed emergono interessi differenti. «La nostra amicizia è finita?» ci chiediamo allora, devastate. La verità è che «la storia dell’amicizia femminile è stata scritta per lo più da uomini, imponendo alle donne, già educate a essere accomodanti, a fare lo stesso anche tra di loro, soffocando le frizioni pur di non incrinare il mito dell’amicizia eterna» spiega la storica Tiffany Watt Smith in Pessima amica (Utet), illuminante excursus attraverso i secoli su una relazione fin troppo idealizzata. Ma non è insano pretendere un accordo assoluto e vedere in una discussione il segno di un fallimento invece che qualcosa da superare insieme? Dovremmo sbarazzarci, esorta Watt Smith, di una narrazione che ha reso inammissibile la realtà dell’amicizia femminile, fatta, come tutti i rapporti umani, di ambivalenze e gelosie. E cestinare il mito della migliore amica a vantaggio dei legami, imperfetti ma sinceri, che abbiamo.

Quando l’amicizia cambia: allontanamenti e silenzi non sono una colpa
L’accettazione del cambiamento. «La “Best Friend Forever” è una idealizzazione dell’amicizia, come se dovesse essere sempre perfetta» riassume la psicologa clinica Giuseppina Liberati (giuseppinaliberati.it). «Ma i legami si trasformano: allontanamenti o nuovi impegni significano non una rottura, bensì un’evoluzione. Rendersene conto aiuta a vivere i rapporti con meno pressione e più autenticità». Le relazioni cambiano perché cambiamo noi: quelle nate nell’infanzia e adolescenza sono figlie di un tempo in cui la vicinanza fisica, la quotidianità condivisa e l’urgenza di definirsi creano legami intensi. Poi la vita si apre: lavoro, relazioni, figli. Una si sposa e l’altra no, una cambia città e l’altra diventa madre. Un distanziamento è una condizione possibile, non un giudizio sull’altra, su di noi, su quanto ci siamo impegnate per tenere vivo il rapporto. Come ricorda uno studio sul Journal of Social and Personal Relationships, entro i 30 anni molte amicizie «si esauriscono naturalmente» perché si interagisce meno o entrano in scena nuove relazioni.
Perché le amicizie finiscono (e cosa ci insegnano sul peso delle aspettative)
Il peso delle aspettative. Dentro quei legami, però, rimangono le nostre versioni passate: la ragazzina timida dei 12 anni, la 16enne affamata di esperienze, la 20enne che usciva tutte le sere, la 30enne in cerca di stabilità. Per questo non tutte le amicizie possono accompagnarci per sempre. A volte capita che ci si ritrovi dopo anni. Altre volte le amicizie finiscono senza un vero “finale”. Ma dalle relazioni interrotte impariamo comunque molto sui nostri bisogni e valori. «Capire perché un legame si è spento ci aiuta a riconoscere cosa cerchiamo davvero negli altri e quanto siamo maturati» chiarisce Liberati. Ecco perché, più che riflettere sulle relazioni passate, per ricalibrare la qualità delle nostre relazioni presenti dovremmo ragionare sulle aspettative errate che colleghiamo all’amicizia. A cominciare dall’esclusività. La sceneggiatrice americana Mindy Kaling ne è convinta: «“Best friend” indica un livello di intimità, non una persona». Da adulte, accettare che la nostra confidente abbia altre amiche, con cui può coltivare interessi diversi e parti differenti di sé, non rappresenta una minaccia, ma un arricchimento comune. Tollerare la “non monogamia amicale” significa riconoscere che nessuna relazione può completarci interamente e che la pluralità è una forma di libertà.
Non hai una migliore amica? Non ti manca niente
Il bello del qui e ora. D’altra parte, se non abbiamo una migliore amica, non significa che ci manchi qualcosa. «Ciascuna delle nostre relazioni può soddisfare il bisogno di sentirci apprezzati e di appartenere a qualcuno, persino i momenti di connessione con gli estranei» sostiene Miriam Kirmayer, psicologa clinica americana che da decenni studia i rapporti amicali. Forse, allora, dovremmo guardare alle amicizie come alle stagioni: ognuna ha un senso, un ritmo, un insegnamento. Dovremmo rovesciare il paradigma della BFF e, anziché inseguire una continuità impossibile, chiederci se frequentare una certa persona ci fa bene qui e ora. Non abbiamo bisogno di una migliore amica per la vita, ma di legami che ci accompagnino nelle varie versioni di noi che diventiamo. Il che è meno poetico ma, alla fine, più liberatorio.