Non so litigare. Nessuno mi ha mai insegnato. Quando ero piccola, a casa mia, non usava. Non litigavano mia madre e mio padre che pure, da separati e poi divorziati, di motivi e di occasioni per battagliare ne avranno avuti moltissimi. Non litigavano i miei nonni che, ogni pomeriggio alle 17, nella cucina del loro appartamento al quinto piano, prendevano insieme il tè al latte con pane, burro e marmellata di fragole, in un rito immutabile e placido.
Crescere senza il rumore dei litigi
Una volta litigai con il mio fratellastro, figlio di mio padre e della sua nuova compagna. «I miei figli non litigano» disse nostro padre lapidario. «Ma tutti i fratelli del mondo litigano» protestai io, sorella maggiore, paladina di un diritto che mi pareva insindacabile. «Voi no». La questione fu chiusa così, con un divieto categorico e dissennato.
Due modi opposti di stare in famiglia
Al contrario, mio marito è cresciuto in una famiglia la cui cifra stilistica è la discussione nella sue variegate declinazioni: pretestuosa, efferata, sui massimi e sui minimi sistemi. A casa sua pranzi e cene sono arene da combattimento, esercizi estenuanti di retorica, duelli incrociati da cui, oggi come trent’anni fa, riemergo a brandelli. Diventiamo grandi per imitazione o per contrapposizione: analfabeta dialettica io e professionista della polemica lui, ci siamo istintivamente accomodati nel comune accordo. Per caso o per istintivo adattamento reciproco, coltiviamo la stessa idea di mondo. Non è stato difficile, per 30 anni, camminare accanto pacificamente. Non litighiamo perché non troviamo i motivi per farlo. O forse, chissà, li abbiamo sempre evitati.
Dovreste litigare di più
In questa fase della nostra relazione, in cui dobbiamo rinegoziazione contratti, lasciar andare i figli grandi e sperimentare modalità nuove e feconde per tornare a fiorire, siamo stati rimproverati da chi, meglio di noi, conosce il funzionamento delle coppie di lungo corso: «Non litigate abbastanza, non vi arrabbiate, non vi insultate. Non va bene per niente!» Ci siamo guardati interdetti. «Il vostro problema è che, tra di voi, siete stati sempre troppo corretti.» In effetti è vero. Ma, per questo, ci pensavamo evoluti e maturi. «Eh no! Un po’ di rabbia ci vuole!» Ha tuonato l’esperto.
Imparare ad arrabbiarsi, senza riuscirci
E poiché siamo due allievi diligenti, abbiamo deciso di impegnarci per colmare questa lacuna. «Dai, arrabbiati!» ordino. «Perché?» domanda lui disorientato. «Non so. Perché lascio le ante dell’armadio aperte, perché non trovo mai gli occhiali, perché non ti ho aiutato ad apparecchiare… Hai l’imbarazzo della scelta.» Niente. «Non mi viene. Arrabbiati tu.» Ci provo, sul serio. Abbandono i freni inibitori e gli tendo agguati polemici: «Sei sempre sul cellulare! Non hai pulito il lavandino dopo esserti lavato i denti. Non hai comprato il latte». Non ce la facciamo. Diventiamo pagliacci, scoppiamo a ridere, non risolviamo niente. Impiastri della rabbia. Siamo andati via per il weekend: «Mi raccomando, litigate un po’» ha detto il figlio minore. Abbiamo promesso. Faremo il possibile. Il viaggio è lungo.