Caivano è uno di quei toponomi che evocano degrado e criminalità. Una reputazione pesante, che il Comune dell’hinterland di Napoli deve soprattutto a un suo rione: Parco Verde, la periferia più fragile, tra le più grandi piazze di spaccio d’Europa, teatro di molti casi di cronaca. Qui, racconta Eugenia Carfora, «i bambini nascono già adulti». Lei ci è arrivata nel 2007: preside di fresca nomina di un istituto del primo ciclo, si è scelta la sede più difficile. Per contrastare la dispersione scolastica, da allora inforca ogni mattina la bici per andarsi a riprendere gli studenti, casa per casa, perché «in certe realtà anche un piccolo gesto può cambiare una vita». Contemplando i casermoni di Parco Verde, la “preside di ferro” – come la chiamano qui – confessa di non riuscire a trovarli brutti, perché dietro a ogni finestra vede nomi, storie.

La storia di Eugenia Carfora è diventata un film con protagonista Luisa Ranieri

I suoi modi spicci hanno dato presto fastidio. «Dopo una serie di interviste in tv, hanno soppresso la mia prima sede, ufficialmente per “sottodimensionamento”» ricorda. Lei non ha desistito, è rimasta a Caivano, spostando la linea del fronte alle superiori: l’istituto tecnico Francesco Morano, a cui ha aggiunto negli anni un polo alberghiero, per costruire un “dopo” possibile per i suoi studenti. Un’idea di scuola come presidio del quotidiano, con una filiera che parte dall’orto e arriva in cucina, progetti di autosufficienza energetica e corsi per i genitori. È qui che la sua storia diventa racconto collettivo: nel 2018 Domenico Iannaccone realizza per Rai 3 Come figli miei, speciale sulla scuola di Parco Verde. Quando Luisa Ranieri e Luca Zingaretti tempo dopo lo vedono, subito la chiamano: così nasce la serie La Preside, ideata e co-sceneggiata da Zingaretti, con Ranieri nei panni di Carfora.

Cosa l’ha convinta ad aderire al progetto?
«Quando Luca e Luisa sono venuti qui, ho percepito un’intesa. Incontri tra amici che, con strumenti diversi, vogliono la stessa cosa: il bene dei ragazzi, della società. Quanto a me, con tutti questi occhi addosso, l’unica cosa che mi libera dall’ansia è lavorare di più, ma so che a trarne beneficio saranno i ragazzi, le famiglie e l’apparato scolastico. Forse, chissà, guardando la serie, qualcuno troverà l’adrenalina per far svegliare ciò che è addormentato. È ciò che faccio: collego un poco i fili… E mi diverto a farli vibrare».

Con un grande disegno in mente.
«Darsi una visione è fondamentale. Non puoi avere un’idea di scuola se pensi solo a contare le ore. Lavorare nel settore educativo è una grande responsabilità. Un tempo la famiglia era la prima agenzia educativa, oggi la scuola ha preso il suo posto, è diventata una famiglia allargata: quando emergono le problematiche, la prima istituzione che interpellano siamo noi. Qui, qualsiasi cosa tu faccia, deve funzionare come un’orchestra, il tempo non è mai un concetto neutro».

Per Carfora lamentarsi è una perdita di tempo

Ci spieghi.
«Questo incarico m’è costato tanta solitudine. Appena insediata, sono arrivate subito segnalazioni, vicissitudini familiari e personali dolorose. Ho bussato a tante porte, ho visto altrettante spalle alzarsi. Allora ho cominciato a fare a modo mio. Sono riuscita a portare rigore, ordine, ma questa è la cosa più facile. Ciò che volevo era rivere gli studenti in classe. Ho accorciato le distanze con i piedi e con le mani, sono entrata nelle case. Pian piano, le mamme percepivano che volevo dare una chance ai figli. Ma il tempo non basta mai».

Quindi?
«Quando hai di fronte incuria, indifferenza, devi azzerare gli alibi. Centimetro dopo centimetro, ho fatto luce e spazio per i ragazzi, per non dare la possibilità a loro e alle famiglie di dirmi: “Questo posto non va bene, non ci vengo”. Ho bandito anche la rassegnazione: stare lì a raccontare solo il brutto è pericoloso. Se ti lamenti, perdi tempo. E a me il tempo serve per una sfida enorme».

Quale sfida?
«Arrivare prima dell’altro Stato. C’è sempre qualcuno, sotto quelle palazzine, pronto a dire ai ragazzi: “Non ti preoccupare, ci penso io”. Questa frase mi fa più paura di un colpo di pistola. L’altro Stato ti offre le cose pronte, ma ti rende un esecutore, ti toglie la libertà. Aiutando le persone a pensare, permetti loro di scegliere che vita vivere. Se l’altro Stato esiste, è anche perché siamo stati zitti. Così io urlo, metto la musica, faccio rumore…».

Ha ridipinto la scuola con l’aiuto dei suoi studenti

E sparge bellezza.
«In ciò che mi circonda non vedo niente di brutto: anche il disordine per me è bellissimo. Quando metti le cose dove reputi debbano stare, in quel gesto c’è bellezza. Sentivo di dover lavorare anche sull’aspetto esteriore della scuola: colorarla, mettere i fiori. Ricordo il primo gesto: un secchio di pittura. La scuola era grande, grigia: quel grigio non portava stimolo. Con gli alunni – anche i più facinorosi – abbiamo verniciato insieme, aggiustato banchi e sedie. Quella gioia era un bisogno collettivo. Ragazzi che oggi non vedono il sole o sono ormai saliti al cielo mi hanno scritto: “Il momento più bello della mia vita è stato quando abbiamo colorato la nostra aula”».

Come tiene gli alunni in classe, dopo averli convinti a entrare?
«Ogni tanto spio un professore che spiega e magari davanti ha qualcuno che canta o dorme. Vorrei essere un uccellino e dirgli: “Fermati, canta con loro, chiediti perché dorme, guarda fuori se c’è un bel cielo”. Se ti fai guidare dai ragazzi, arrivi prima all’obiettivo. Non serve cantare tutti i giorni, ma a volte anche così – con empatia e competenza – arrivi a fargli dire: “Ok, prof, abbiamo cantato, adesso parliamo di Storia”».

Il Morano ora è un modello all’avanguardia.
«A chi mi chiede: “Chi ti ha dato i soldi?”, rispondo che la mia scuola era bella anche quand’era sgarrupata. Se credi in un progetto, le altre cose arrivano. Molti aspettano le ruspe, io sono per la rigenerazione, con pazienza, tenacia».

Dai suoi genitori ha imparato la tenacia

Da dove arriva quella tenacia?
«Se guardo indietro, credo di aver sempre voluto contribuire al miglioramento di ciò che avevo intorno. Devo tutto a mia madre, che m’aspettava ogni giorno e con le mie sorelle colmava i miei vuoti, e a mio padre, che l’ha appena raggiunta in cielo. Mi diceva: “Io ti posso solo mandare a scuola, il resto lo devi fare tu. Ma, se ci vai, sarai una persona libera”».

E se guarda avanti?
«Finché il Signore mi dà le energie, tengo da fare. Devo immaginare la costruzione di un ponte tra i casermoni che porti gli studenti a scuola, una fondazione internazionale, un consiglio d’amministrazione. Voglio sistemare i ragazzi, farli viaggiare, perché il territorio è pieno di pregiudizi: sto invitando persone facoltose a sostenere chi si vuole laureare. Voglio che siano fieri della loro scuola, che lo siano anche i loro figli. E che non sia solo il Morano a emergere, ma che ogni istituto possa irradiare luce intorno a sé».