L’obiettivo puntato sul maschile, tutto il resto fuori fuoco. Per decenni la fotografia statistica dell’Italia è stata così, come certi scatti che di una scena complessa restituiscono a chi guarda un solo dettaglio: gli uomini nitidi, le donne, i bambini e gli anziani cancellati dalla prospettiva di un maschile sovraesteso apparentemente impossibile da modificare. Se oggi quell’immagine restituisce anche il volto e la voce delle donne, molto lo dobbiamo a Linda Laura Sabbadini, per anni direttrice dell’Istat e pioniera delle statistiche di genere. È lei che ha aperto una breccia nel modo in cui l’Italia guarda se stessa, mettendo al centro le donne e dando una proporzione a ciò che prima non si misurava: il lavoro invisibile, la violenza, la povertà. Un lungo viaggio nei diritti, personale e collettivo, che oggi racconta nel libro Il Paese che conta (Marsilio).

Linda Laura Sabbadini spiega che senza i numeri alcuni fenomeni è come se non esistessero
«Senza numeri siamo trasparenti, invisibili» dice. «La realtà esiste solo se è quantificabile. Sapere che 10 milioni di donne hanno subito almeno una forma di violenza nella vita è diverso dal conoscere solo i dati delle denunce. I numeri trasformano un fatto privato in una questione sociale».
Com’era l’Istat quando ha iniziato?
«Negli anni ’50, 60 e ’70 le statistiche erano “economico-centriche”: si misurava l’economia, non le persone. Il lavoro retribuito sì, quello familiare no. L’inflazione sì, la violenza no. Le donne, così come i bambini e gli anziani, erano invisibili».
Quando hanno cominciato a cambiare le cose?
«Dopo gli anni ’70, con le conquiste civili e i movimenti delle donne. Lì è cresciuta la domanda di nuove informazioni su come si viveva davvero. Negli anni ’80 l’Istat ha iniziato a interrogarsi, nei ’90 è arrivata la rivoluzione con le indagini multiscopo e una nuova sensibilità. Finii a lavorarci quasi per caso e lì iniziò la mia avventura per mettere le donne al centro».
Grazie alle sue indagini sono emersi molti dati sulla violenza che sarebbe rimasta “sommersa”
Avete elaborato statistiche su lavoro di cura, violenza, discriminazione. Come si misura quello che non sembra nemmeno esistere?
«Intercettare i numeri sommersi è come cercare un ago in un pagliaio. L’unico modo è chiedere direttamente alle persone, ma per farlo servono le domande giuste. Per individuare la metodologia adeguata da adottare per l’indagine sulla violenza contro le donne ci sono voluti 5 anni. Non potevamo chiedere: “Ha subìto violenza?”, perché molte donne a quello che subivano dai partner non davano un nome. Rispondevano no. Abbiamo descritto le azioni: “Ti ha mai tirato i capelli, dato schiaffi?”. Solo così la violenza emergeva. Abbiamo scoperto che il 90% degli atti violenti restava sommerso ed è stata una rivoluzione: finalmente si è dato valore statistico a un fenomeno sociale enorme che prima nei numeri non esisteva».
Come si trovano le domande giuste?
«Ogni fenomeno ha la sua, per capirla servono metodologia ed esperienza sul campo. Devi lavorare con persone vere, non solo con numeri astratti. A me hanno insegnato tanto le indagini che ho fatto sui treni, per la strada, tra i camionisti».
Racconti.
«Dovevo intervistare 20 camionisti per un’indagine sui pezzi di ricambio. Per trovarli, andai in una stazione di servizio sul Raccordo anulare di Roma e mi beccai tutte le molestie possibili. Tornai con risposte più utili di quelle previste. Esperienze così, unite allo studio della metodologia, mi hanno insegnato come affrontare temi delicati, come chiedere a una donna se ha subìto uno stupro o un ricatto sessuale».
Oggi secondo Linda Laura Sabbadini si parla di più della violenza contro le donne
Oggi è più facile indagare sulle donne?
«Non necessariamente. Ci sono più donne immigrate, spesso difficili da raggiungere. Le giovani, invece, sono più disposte a parlare. Ogni indagine va ripensata: fare statistica sociale è un lavoro creativo, da aggiornare di continuo».
C’è più consapevolezza di che cosa sia la violenza?
«Sì. Fino a pochi decenni fa era un tabù. Oggi se ne parla di più e casi come quello di Giulia Cecchettin hanno rappresentato uno shock collettivo. Anche molti uomini hanno cominciato a capire che poteva accadere a una figlia o a una sorella. C’è un clima sociale di condanna che prima non c’era, ma il problema resta».
La violenza cambia forma?
«Oggi sta emergendo quella digitale, ma tra i ragazzi c’è anche una tendenza al controllo tramite il telefono per sapere con chi stai e la richiesta di vedere con chi chatti. Molte ragazze considerano questi gesti “normalità di coppia” e a volte li praticano loro stesse. È un segnale preoccupante: denota scarsa fiducia, scarso rispetto della libertà dell’altro e di se stessi. Può degenerare».
L’Italia è molto indietro sulla parità di genere
Gli uomini stanno cambiando?
«Un po’ sì, ma lentamente. Gli uomini violenti non si percepiscono tali: per loro è “normale” esercitare potere sulle donne. La violenza resta espressione di un dominio radicato da secoli. Per cambiare servirebbe un grande investimento in educazione affettiva, rispetto e parità. Ragazzi e genitori la chiedono. È necessaria, ma servono psicologi nelle scuole, bisogna superare gli steccati ideologici».
Parità di genere e lavoro: a che punto siamo?
«Siamo messi malissimo. Il tasso di occupazione femminile è al 53,7%. Quasi metà delle donne non lavoranon è autonoma economicamente e quindi è più esposta a povertà e violenza domestica. Siamo ultimi in Europa: la Francia è al 67%, la Germania a oltre il 70%. Le donne guadagnano meno, sono più precarie e una su 5 lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio».
Al nostro Paese manca una vera strategia contro le discriminazioni e la violenza
Perché non si riesce a invertire la rotta?
«Perché non c’è mai stata una strategia. Solo bonus, leggi parziali e inattuate, misure spot. I Paesi nordici investono da decenni in servizi, congedi, nidi, coinvolgimento degli uomini. Noi no. La legge sui nidi pubblici è del 1971, ma solo il 15% dei bambini li frequenta. L’assistenza per anziani e disabili resta sulle spalle delle donne. È una cultura politica arretrata che non riconosce il lavoro femminile come motore di sviluppo».
C’è un’indagine che non ha ancora fatto e che vorrebbe fare?
«Più che iniziare nuove indagini, serve dare stabilità a quelle che abbiamo. Le statistiche di genere non hanno la stessa dignità di quelle economiche, che sono obbligatorie per una norma europea. Un Paese può decidere di non farle e non succede nulla. L’indagine sui tempi di vita è ferma da 10 anni. Solo da poco abbiamo ottenuto una legge che impone di ripetere ogni 3 anni quella sulla violenza, ma a livello europeo manca ancora».
E questo cosa comporta?
«Che tutto dipende dalla sensibilità di chi governa. Se il tema non è considerato prioritario, le indagini possono sparire per 20 anni. E invece servono: sono la base per ogni politica di uguaglianza. Senza numeri non c’è consapevolezza. E senza consapevolezza non c’è cambiamento».