C’è qualcosa di confortante in Michelle Francine Ngonmo, originaria del Camerun, italiana fin da piccola. Perché è una donna travolgente dalla visione chiara. E perché, in un mondo ormai codificato come quello della moda italiana, è riuscita a riscrivere il sistema, partendo da valori e persone. E così, in questi giorni di Milano Fashion Week, la Afro Fashion Association, l’organizzazione no-profit che Michelle ha fondato, è alla terza edizione dei Black Carpet Awards, con Naomi Campbell madrina.
I Black Carpet Awards sono nati per valorizzare chi rischia di restare invisibile
Scopo dei premi: mettere in luce il potenziale di chi, troppo spesso, resta invisibile, valorizzare talenti africani e Bipoc, Black, Indigenous and People of Color (sulla piattaforma internazionale afrofashion.org/it), creare opportunità per gli imprenditori, promuovere un’identità dell’Africa fondata su creatività, innovazione e ricchezza culturale. L’iniziativa, ospitata dal Teatro Manzoni, celebra i “Leader del Cambiamento”: persone di ogni origine e background che si distinguono per l’impegno nella promozione di diversità, inclusione ed equità nell’industria creativa.
Michelle Francine, come è arrivata ai Black Carpet Awards?
«Sono cresciuta come organizzatrice e “bridge builder”, costruttrice di ponti: ho fondato l’AFA per trasformare la rappresentazione in accesso. È stato un cammino di perseveranza, sacrificio e tanto lavoro silenzioso: bussare a porte chiuse, stringere alleanze, creare piattaforme come Afro Fashion Week Milano o The Unseen Profiles e programmi di borse di studio. I Black Carpet Awards sono nati da una frase che mi scrisse lo stilista Virgil Abloh: “I see you”. Tre parole che mi hanno fatta sentire vista e che hanno confermato la necessità di una piattaforma capace di celebrare tutti e tutte. Oggi continuo con la stessa idea: spostare le voci dal margine al centro».
Per Michelle Francine Ngonmo l’Africa è identità e responsabilità
Quali sono i suoi legami con l’Africa?
«Sono personali e professionali: famiglia, affetti, reti creative. Torno spesso per scouting, progetti educativi e per tenere vivo un dialogo che è identità e responsabilità. Porto con me entrambe le dimensioni: le radici e i luoghi in cui vivo e lavoro. Con l’associazione costruiamo ponti a livello educativo, con progetti tra università africane ed europee e, a livello business, con il sostegno alle aziende per esplorare nuovi mercati. Sono responsabile del dipartimento di Fashion Design della Laba Douala in Camerun, l’unica accademia di Belle Arti dell’Africa centrale».
Terza edizione dei Black Carpet Awards: di che cosa è fiera? E che cosa l’ha ostacolata?
«Sono fiera delle traiettorie che si aprono dopo la notte del premio: dagli accordi alle borse di studio, fino ai nuovi tavoli decisionali. I risultati sono reali. La sfida è la mancanza di risorse, complice la percezione ancora diffusa che questo sia solo un progetto di charity. Non lo è: è un’infrastruttura culturale che vive tutto l’anno. La nostra forza è la comunità e l’allyship (alleanza solidale, ndr) che la sostiene. E sono convinta che presto parleremo di un riconoscimento pieno del ruolo dei Black Carpet Awards e di un tavolo dove tutti siedono alla pari, perché “black” è la somma di tutti i colori, simbolo di pluralità e inclusione».
Vuole tenere il suo progetto a Milano perché è il centro dove si produce l’immaginario
Perché Milano?
«È il centro dove l’immaginario si produce: qui si incontrano industria, media e istituzioni. Qui puoi incidere davvero. L’Italia è casa, è da qui che parte la mia storia, quella di tante ragazze e ragazzi e quella dell’Associazione, è il luogo dove siamo nati o cresciuti, dove abbiamo costruito relazioni e fiducia. Diversi Paesi ci stanno chiedendo di portare il progetto da loro, forse apriremo capitoli internazionali nel futuro, ma la casa resta Milano: trasformare il racconto al centro significa poi irradiarlo ovunque, non lavorare ai margini».
La più bella storia di questi primi 3 anni?
«L’anno scorso, tra i talenti presentati, 4 hanno trovato un posto di lavoro, 2 stanno seguendo un programma di mentorship, ma soprattutto molti ci scrivono dicendo di avere finalmente un safe place, un luogo in cui sentirsi al sicuro. Non è un miracolo: è filiera, fiducia e continuità».
Michelle Francine Ngonmo vorrebbe avere più finanziamenti per nuovi progetti
AFA compie 10 anni. Conquiste? Obiettivi? Sogni?
«Abbiamo costruito importanti piattaforme (Afwm, Bca, Theunseenprofiles), reti con scuole e brand, programmi formativi e di placement. Non abbiamo ancora un finanziamento all’altezza dell’impatto che vogliamo. Sogno un hub permanente con incubazione, produzione leggera, borse di studio e un fondo dedicato ai talenti che sia strutturale, per avere risultati concreti e duraturi».
Per lei essere donna, giovane, nera è un elemento di ricchezza
Binomio black/woman: esiste ancora discriminazione o le cose stanno cambiando?
«Essere donna, nera e giovane è spesso percepito dal sistema – abituato ad altro – come uno sbaglio. All’inizio l’ho vissuto come un handicap, ma in 10 anni l’ho trasformato in vantaggio competitivo: essere donna non può essere un ostacolo, ancor meno essere nera o giovane, ma un elemento di ricchezza perché porta un approccio innovativo, creativo e multiculturale. L’ignoranza continua a essere tanta, ma vedo anche una generazione che vuole responsabilità: parla di contratti, royalty, governance e chiede KPI (Indicatore Chiave di Prestazione che calcola l’efficacia con cui un’azienda raggiunge i suoi obiettivi principali, ndr) e accountability (la responsabilizzazione di un’azienda, ndr). Il cambiamento avviene quando la presenza diventa co-scrittura (authorship) e co-proprietà (ownership): posti al tavolo, quote di valore, diritti. La discriminazione non è un trend né un panel, richiede interventi strutturali, tempi lunghi e l’impegno di tutti: istituzioni, brand, media, scuole».
La moda ha ancora il potere di scuotere le coscienze, promuovere l’inclusione?
«Sì, se passa dai gesti: filiere trasparenti, casting e team inclusivi, credito alle fonti, partnership eque, misurazione dell’impatto. La moda muove immaginario e lavoro: quando unisce estetica e infrastruttura, abbatte barriere per davvero. Il resto è narrativa. Noi, invece, scegliamo la pratica».
Ecco i vincitori dei Black Carpet Awards

I vincitori dei Black Carpet Awards sono 10 per 5 categorie: uno è votato da una giuria selezionata, l’altro dalla community di Afro Fashion Association. Per questa terza edizione, i Leader of Change per la categoria Culture sono Nogaye Ndiaye e Mariam Battistelli. Per la categoria Entrepreneurship: Antonio Dikele Distefano e Caterina Monda & Debrina Aliyah. Per la categoria Community: Aya Mohamed e Ronke Oluwadare. Per la categoria Creativity: Rediet Longo e Augusta Carter. Per la categoria Legacy: Igiaba Scego e Leandra Medeiros Cerezo. Infine, One-Time Awards 2025, il premio unico dedicato all’artista Koyo Kouoh, è andato Janine Gaëlle Dieudji.