A (soli) 36 anni è oggi la responsabile di un pronto soccorso romano e questo fa di lei la più giovane primaria d’Italia («anche se il termine primario/a non si usa più», dice). Solange Fugger, nata a Toronto ma cresciuta nella capitale, molto conosciuta sui social come Minerva Salute, guida il DEA, Dipartimento Emergenza e Accettazione, di un ospedale privato convenzionato, in cui, però, ci tiene subito a sottolineare, «Il pronto soccorso è gratuito e accessibile a tutti».

Solange Fugger è orgogliosa di essere come donna la più giovane dirigente ospedaliera

Le dà maggiore soddisfazione essere la dirigente ospedaliera più giovane o esserlo da donna, considerando che solo una su quattro, in Italia, lo è?

«Essere donna, sicuramente. Perché so quanto sia difficile, in particolare nel settore pubblico, aspirare a vertici ospedalieri che sono ancora fortemente percepiti come “maschiocentrici”. Io ho fatto un colloquio, sono piaciuta e mi hanno assunta: avendo già lavorato nella struttura, ci conoscevamo. Il difficile non è stato tanto questo passaggio, ma arrivare fin qui».

C’è ancora una difficoltà oggettiva, per le donne, nel farsi rispettare in ambito sanitario?

«Nessuno direbbe a un uomo “tu non conti niente” o, come hanno scritto a me sui social, “lo fai solo per farti vedere”. Alle donne, invece, spesso si cerca di far intendere che appartengano a un rango inferiore».

Secondo Solange Fugger nei pronto soccorso c’è tanta violenza anche a causa della poca comunicazione

Uno dei problemi più gravi nei pronto soccorso italiani, oggi, è la violenza, sia verbale sia fisica: 7 medici su 10 denunciano aggressioni. A lei è mai successo?

«Per fortuna no. Ma, come responsabile, il mio obiettivo è riuscire a placare gli animi. Quando pazienti o familiari si agitano, nella maggior parte dei casi è per paura, dettata da mancanza di informazioni. La comunicazione, da parte di noi medici, è fondamentale: essere trasparenti e chiari sin da subito può evitare molti conflitti. E a noi non costa nulla».

Come si è avvicinata alla Medicina d’urgenza?

«Da bambina ero molto paurosa e anche un po’ ipocondriaca, mai toccato un fonendoscopio per giocare. La scelta è arrivata all’ultimo anno di liceo: il professore di scienze mi suggerì questa strada e l’amore per la medicina è maturato col tempo, nonostante i momenti di crisi e la voglia, a volte, di mollare. Dopo la laurea ho iniziato la specializzazione in Medicina interna e nel 2019 ho ricevuto il mio primo incarico al Campus Bio-Medico di Roma».

Ha iniziato a lavorare in un pronto soccorso durante il lockdown

E poi è arrivata la pandemia.

«Ero appena arrivata in questo nuovo pronto soccorso convenzionato, che per 9 mesi però non partì mai: con il lockdown si trasformò subito in centro Covid. Il mio esordio è stato dunque in un reparto di terapia subintensiva. Un inizio “col botto”».

Che ricordi ha di quel periodo?

«Sfumati e pieni di dolore. Soffrivo per l’impossibilità di far vedere i malati ai familiari. È stato un periodo strano, ma molto formativo dal punto di vista professionale».

Come gestisce oggi la leadership, essendo giovane in un ruolo di comando?

«Con grande apertura. Il mondo dirigenziale per me è ancora nuovo e ho tanto da imparare».

Solange Fugger dice che le condizioni di lavoro dei medici sono spesso massacranti

Tra carenza di personale e mancanza di risorse, la situazione nei pronto soccorso, italiani e non solo, oggi è complessa. Che cosa servirebbe per farli funzionare meglio?

«Io non penso che ci sia un solo colpevole in questo “sgretolamento”. Nel Sistema sanitario nazionale vale la regola del ripartire dalle basi: ambulatori di medicina generale e pronto soccorso devono essere popolati da persone – medici e anche infermieri – altamente qualificate e formate, con stipendi adeguati e turni sostenibili. Oggi, non solo le condizioni di lavoro in alcuni reparti sono massacranti ma si guadagna così poco che in pochi vogliono lavorarci, e questo alimenta un circolo vizioso. Bisognerebbe prevedere incentivi economici per rendere alcune specializzazioni di nuovo “appetibili”, assumere più personale per migliorare le condizioni, di vita e di lavoro, di chi le sceglie».

Test d’ingresso a Medicina: meglio lasciarlo o abolirlo?

«Oddio che domanda difficile! Sa che non lo so?».

È molto seguita sui social dagli studenti di Medicina

Su TikTok e Instagram lei ha un grosso seguito. Scelta ponderata o avvenuta per caso?

«Inizialmente per gioco. Volevo analizzare un caso clinico su TikTok, poi la gente ha cominciato a seguirmi e io ho continuato. All’inizio facevo solo quiz, ora racconto storie. Il nickname “Minerva Salute” è un riferimento alla statua di fronte alla Sapienza, che si guarda solo dopo la laurea perché si dice che durante gli studi porti sfortuna. E Minerva, dea della saggezza, è un simbolo ricorrente nella medicina».

Da chi è formato, in prevalenza, il suo pubblico?

«La salute interessa a tutti e la medicina intriga. Ma, in particolare, mi seguono studenti di Medicina e specializzandi. E qualche collega, ma meno».

Il suo nome non è molto romano…

«Sono cresciuta a Roma ma mia madre è canadese, mio padre tedesco. Il nome Solange è portoghese, molto comune in Brasile: significa “solenne e delicato”».

A chi vuole fare il medico consiglia di bilanciare professione e tempo libero

Una sua collega, Giorgia Protti, di recente ha pubblicato un libro, La giusta distanza dal male, in cui racconta la sua esperienza nel pronto soccorso di un grande ospedale. Come si mantiene la giusta distanza per non farsi sopraffare dal dolore?

«Non si mantiene. Sul momento reggi, per affrontare con lucidità la situazione, ma alla fine del turno rischi di crollare. Per questo uno psicologo ospedaliero dovrebbe essere previsto in ogni struttura, e in alcune USL c’è già. Un sostegno di psicoterapia è necessario per chi ogni giorno lavora tra la vita e la morte».

Il libro scritto da Giorgia Protti per Einaudi La giusta distanza dal male

Che cosa direbbe a chi sogna di fare questo mestiere?

«Che fare il medico, specialmente d’urgenza, non è un lavoro comodo, ma è sacrosanto trovare un equilibrio tra professione e tempo libero. E ovviamente che bisogna studiare e imparare da chi ne sa di più: i mentori purtroppo scarseggiano, ma qualche mosca bianca c’è. Ai colleghi invece dico: basta con “segreti” e nonnismo».

La serie tv medica da guardare per farsi un’idea?

«E.R. resta il medical drama migliore. Ma anche Dr. House è realistico nei casi clinici, un po’ meno sulle dinamiche ospedaliere. Ma sempre meglio di Grey’s Anatomy».