«Mi prepari le fragole?». Se anche voi convivete con tre maschi, di cui due sotto i 20 anni, avrete già capito chi è la fortunata in casa che si alzerà d’istinto. L’automatismo donna-lava-frutta sottintende un cammino di emancipazione che rasenta lo zero, ma questa volta mi metto da parte. Siamo qui per parlare di loro tre. Gli uomini più o meno alfa della mia famiglia, e della vostra. Un padre e due figli del genere che “non deve chiedere mai” e che nel 2026 non si alzano neppure se hanno fame. Una triade che ho imparato a conoscere meglio leggendo il nuovo saggio dello psichiatra Leonardo Mendolicchio, Diventerai uomo. Crescere un figlio oltre il mito della virilità (Mondadori).

Uomini sull’orlo di una crisi di identità

Un’analisi lucida delle difficoltà che attraversano nuove e vecchie generazioni di maschi, oggi rappresentate da due “esemplari” opposti. Da un lato, Roman Skorniakov, il papà allenatore iper-presente del golden boy del pattinaggio sul ghiaccio Ilia Malinin. Dall’altro, il papà “svaporizzato” cantato da Tommaso Paradiso a Sanremo in I romantici: «Non farò come ha fatto mio padre, gelido». Due simboli di un’epoca caotica in cui l’uomo sembra entrato nella sua fase più cupa, l’orlo di una crisi di identità. «La cifra comune è la perdita di un ruolo che in passato era garantito a titolo gratuito alla nascita: il diritto di essere maschio, quindi più forte, superiore, privilegiato» spiega lo psichiatra.

Dottor Mendolicchio, perché la figura tradizionale di padre, e in generale di uomo, vacilla?

«I papà di oggi sono come sospesi, perché cresciuti con un modello genitoriale che è stato la summa di stereotipi che il maschile si porta dietro da secoli: la tipologia di uomo duro, forte, che non si emoziona, figlia a sua volta di una cultura maschiocentrica. Ecco, questo modello nella complessità del mondo attuale non funziona più. È una sensazione che vivo anche io, da papà di un ragazzo 14enne».

Nel libro divide i padri di oggi in due categorie: quelli muti sempre chini sullo smartphone e quelli che urlano ai bordi dei campi da calcio.

«Negli ultimi vent’anni la figura paterna ha fatto molta fatica a rappresentare la bussola, il limite, la guida, in un mondo che cambiava radicalmente. Si è creato un vuoto che ha prodotto una sequenza schizofrenica: siamo passati dal papà assente al ritorno di fiamma per la figura forte alla Trump, l’iperbole del padre della provincia italiana che quando accompagna il bambino alla partita di calcio si butterebbe al collo dell’arbitro perché sente l’ansia di proiettare sul ragazzo le frustrazioni di una vita, probabilmente faticosa. Penso alle confessioni del campione di Formula 1 Max Verstappen, che ha raccontato come il padre gli avesse tirato un casco in testa dopo aver perso una corsa di kart, da bambino. Un altro esempio di paterno onnipresente».

Il rapporto complesso con il femminile

Altri uomini invece arretrano, lei scrive, soprattutto di fronte a madri che si sono fatte sempre più ingombranti.

«E che a volte non è così scontato aiutino i bambini a superare il modello del maschio muscolare. Davanti a un figlio che racconta di essere stato picchiato dal compagno di classe, quante volte una mamma risponde: “E tu la prossima volta dagliene due, di schiaffi”. Senza accorgersene, rinforzano lo stereotipo».

A un maschio un padre di oggi chiede più che a una femmina?

«Sì, perché le giovani donne sono figlie di un’identità sociale, politica e culturale che in decenni di femminismo ha prodotto ragazzine emancipate, veloci, rapide. Per carità, anche loro con fatiche e sofferenze, ma oggi è difficile che una bambina cresca col modello della bisnonna vissuta durante la guerra. I ragazzi, invece, si portano dietro il machismo in continuità col modello storico».

La forza di liberare i figli dai vecchi modelli

Come possono fare, dunque, i padri a smarcarsi dal loro Dna culturale?

«Iniziamo a non insegnare ai figli a diventare “uomini veri”, ma ad abitare le proprie verità, anche quando queste sono imperfette, incerte, quando non corrispondono alle nostre aspettative. Lasciamo loro il diritto al dubbio e al desiderio. Tradiamo le nostre emozioni, sbagliamo davanti a loro, i non detti diventano macigni enormi sulle spalle fragili dei ragazzi. Pensiamo a quale nuova forma di forza d’animo, e non fisica, può trasmettere un padre che renda accessibile la sua emotività. Un padre che si fa toccare, abbracciare».

Lei che papà è?

«Molto affettuoso, anche se il mio non lo era. Uno che lotta, si impegna, cerca di esserci alle recite, perché in certe circostanze la presenza simbolica ha un peso. Sono anche ingombrante, mio figlio fa a cazzotti con una personalità forte, ma non dò mai la paternità per scontata. Gabriele mi mette in discussione tutti i giorni».

Altri consigli per padri smarriti?

«Trovate il coraggio di contestare il modello che ci è stato inculcato nel latte, che l’uomo è misura di tutte le cose: quel riferimento culturale non serve più. Serve costruire una nuova identità aggregandosi, discutendo, trovandosi non solo intorno a un pallone. Dobbiamo essere critici del maschio reazionario che ospitiamo in noi, riconoscerlo e iniziare a superarlo, condividendolo con i nostri figli».

Anche loro stanno parecchio male: nel suo saggio tocca temi enormi come la violenza, i femminicidi, il ritiro sociale, il fenomeno incel

«La complessità di oggi si traduce in fonti di malessere diffuse, soprattutto negli adolescenti. Ma in questi anni ho anche potuto vedere la grandiosa evoluzione di tanti ragazzi passati dalla sofferenza alla rinascita. La loro capacità di evolvere, di trasformare il disagio in occasione di crescita».

Ci sono dei nuovi modelli di padri a cui ispirarsi?

«Ci sono esempi di uomini che hanno saputo affrontare le loro fragilità, senza nascondersi. Penso a Gianluca Vialli, un campione che ha vinto tantissimo e nel momento in cui si è ammalato non si è ritirato perché aveva l’ossessione di lasciare un ricordo di lui vincente. Ha parlato di sé, delle sue paure, come Papa Francesco non ha nascosto il suo lato umano. Ecco, credo che questa sia la grande cifra che dobbiamo trasmettere ai nostri ragazzi».