L’ultima storia su Instagram alle 5.58 del sabato mattina, con il cielo rosato di Cologno Monzese a 200 metri da casa e la canzone Califlower, del rapper di Cinisello Vegas Jones. Sofia Castelli ha consegnato a Instagram l’ultima alba della sua vita, mentre rientrava a casa dopo una notte a ballare al The Beach, un locale molto noto, frequentato soprattutto dai ragazzi dell’hinterland milanese. All’una Sofia postava la serata, il video con le luci viola, la musica, un venerdì spensierato di una notte d’estate.

Zakaria ha aspettato Sofia nascosto nell’armadio

Chissà se Zakaria Atqauoi ci andava anche lui a ballare al The Beach. Di sicuro quella sera non c’era perché il ragazzo di origini marocchine, 23 anni, con cui Sofia si era lasciata, ha aspettato che lei tornasse a casa nascosto nell’armadio per ucciderla. 

Secondo l’ultima ricostruzione fatta ai carabinieri di Sesto San Giovanni dopo che lui si è costituito, aveva le chiavi perché venerdì, con la scusa di portarle qualcosa da mangiare, era stato a casa di lei e lì avrebbe sottratto le chiavi, dopo aver discusso un’altra volta – l’ennesima – con Sofia. Lei era da sola, senza la famiglia, partita per la Sardegna dove li avrebbe raggiunti, facendo una sorpresa a tutti per festeggiare i 50 anni di matrimonio dei nonni. Lì la notizia ha raggiunto tutta la famiglia e getatto il paese nella disperazione.

Per lui Sofia sarebbe tornata con un uomo

Pare che Zakaria abbia colpito quando Sofia si è addormentata. Nella camera accanto dormiva una sua amica, con cui era tornata a casa. Anche questo è avere 20 anni: poter ospitare un’amica per ritrovarsi al mattino a bere il caffè e commentare la serata. Lui però si aspettava di trovarla con un uomo, ma comunque ha portato a termine lo stesso il suo piano. Pare abbia preso un coltello dalla cucina e l’abbia colpita così, nel sonno. L’amica non si è accorta di nulla: è stata svegliata al mattino dai carabinieri, accorsi nell’appartamento dopo la confessione di lui.

Quale potrebbe essere la pena?

Mentre gli amici di lei si lasciano andare («Datecelo a noi quello lì»), di sicuro ci chiediamo tutti che pena potrebbe spettare a questo giovane. «Tutto dipende dal peso di attenuanti e aggravanti e da che rito verrà scelto» spiega l’avvocata penalista Cristiana Coviello. «La confessione di sicuro è un’attenuante. Poi intervengono le attenuanti generiche, come il fatto di essere o meno incensurato. Se poi si seguirà il rito abbreviato, la pena si riduce di un terzo. Probabile quindi che l’ergastolo non venga dato e che si parta invece da una pena di 20 anni. Da qui, si calcolano le aggravanti specifiche: il numero e il tipo di coltellate, l’aver o meno infierito sul corpo, la premeditazione. Questa sembrerebbe certa, visto che si è introdotto in casa e nascosto nell’armadio. Una doppia premeditazione potrebbe essere quella di aver spiato la vittima sui social. Di sicuro si deve escludere l’impeto, che invece sarebbe un’attenuante». Il cellulare di Sofia è stato trovato, quello di lui ancora no.

I rapper sui social per Sofia

Lazza, amatissimo dai ragazzi, che anche Sofia ascoltava e seguiva sui social, le ha dedicato una storia su Instagram, raccontando che in volo verso Milano dalla Sardegna, ha conosciuto i suoi genitori. «Ho avuto modo oggi sul volo di ritorno dalla Sardegna di conoscere i genitori di una ragazza che mi seguiva parecchio, alla quale purtroppo stanotte è stata tolta la vita, a 20 anni. Che schifo che mi fanno certi esseri umani, riposa in pace Sofia, hai una famiglia splendida». Lazza pubblica l’ultima foto che la ventenne aveva postato su Instagram, e che la ritrae in posa davanti allo specchio con una gonna fucsia, un corpetto argento e tutta la spensieratezza dei suoi 20 anni. Sotto quella foto, sul profilo di Sofia, altri lasciano un segno d’affetto per lei. Tra loro, il rapper Vegas Jones, il cantante di Califlower, che pubblica un cuore bianco e una colomba. Anche la cantautrice e musicista Paola Turci scrive per Sofia: «Riposa in pace splendida ragazza. Avevi un verme accanto e non te ne sei accorta…».

«Tutte ci siamo trovate in pericolo, almeno una volta. Siamo state solo più fortunate»

Stare con un ragazzo che può ucciderti può essere allora questione a volte di fortuna, come scrive un’amica di Sofia, la notte dopo: «Ognuna di noi se ne sta seduta sul letto a pensare che sarebbe potuto capitare a chiunque, a pensare che tutte abbiamo amato, almeno una volta. Tutte ci siamo concesse di fidarci degli uomini, almeno una volta. Tutte ci siamo trovate in pericolo, almeno una volta. Siamo state solo più fortunate».

A 20 anni si può parlare di “relazione”?

In una assurda e inaccettabile classifica di donne uccise da un uomo in un contesto di coppia (31 finora nel 2023 uccise da partner), la morte di Sofia è ancora più assurda. Essere uccisa a 20 anni perché lui, che di anni ne ha 23, non accetta la fine della “relazione”, è tanto tragico quanto surreale. Perché a 20 anni non hai una “relazione”, stai insieme con leggerezza, con la spensieratezza di una vita davanti e di mille altre occasioni da cogliere. Feste, notti a ballare, pizze: i 20 anni sono fatti di questo, c’è più spazio per gli amici che per la coppia. Litigi, gelosie, riappacificazioni fanno parte di questi amori, ma svaniscono come gli amori stessi. «È ancora più scioccante quindi che una ragazza sia stata uccisa da un coetaneo per un anacronistico senso di gelosia e possesso, che siamo più portati a immaginare in una coppia datata, ostaggio di schemi del passato» commenta l’avvocata. «Invece la donna come proprietà dell’uomo resiste, ed è un’emergenza mondiale. Vuol dire che non riusciamo a sradicare l’immagine della donna come oggetto e a costruire una cultura all’insegna della parità. Non c’entra a mio parere che Zakaria fosse marocchino: anche molti ragazzi di origine italiana, in una dinamica di coppia, finiscono per cadere nello stereotipo dell’uomo geloso, possessivo e controllante. La violenza contro le donne non conosce latitudine né età, ed è trasversale. Occorre una riflessione da parte di tutti, cominciando dalla scuola e dall’educazione all’affettività».

Progetti obbligatori nelle scuole e più sostegno concreto degli uomini

La scuola è un punto nevralgico, è lo snodo che può fare la differenza. Ne è certa Diana De Marchi, Presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano: «I progetti nelle scuole dovrebbero essere obbligatori e continuativi, non a tempo. E iniziare dalla scuola dell’infanzia, attraverso la formazione obbligatoria degli insegnanti e gli incontri con i genitori. Il tema è il rispetto verso tutti. Purtroppo oggi accade che se ci sono insegnanti e dirigenti sensibili, i progetti si fanno, altrimenti no». Gli stereotipi si radicano fin dai primi anni di vita: «Soprattutto oggi, con la crisi economica, sono una zattera di salvataggio contro le paure. La sopraffazione sulla donna persiste a tutte le età, non è questione di etnia o provenienza sociale». Esiste una rete tra centri antiviolenza, forze dell’ordine, ospedali ma anche associazioni che funziona, ma quello che manca oggi è l’appoggio degli uomini, come dice Diana De Marchi: «Ci vuole un’alleanza che si possa vedere. I violenti sono pochi ma quelli che non lo sono dovrebbero sostenerci in modo più evidente».