Tutti noi, di fronte al femminicidio di Federica Torzullo, abbiamo pensato al bambino che resta. Senza madre e senza padre. Ora anche senza i nonni paterni, che si sono suicidati. Si sono impiccati, insieme. Morti letteralmente di vergogna. Una, due, tre, quattro famiglie distrutte, travolte da questo gesto.
Persone come noi, perse in una discesa agli inferi
Mentre le notizie si rincorrevano dal ritrovamento del corpo, per tutti noi è stato automatico pensare anche ai genitori del femminicida. A come potevano sentirsi queste persone, genitori di un figlio che aveva ucciso a coltellate la moglie e l’aveva sfregiata e sepolta. Un figlio che avevano sicuramente amato e sostenuto fino a quei momenti di buio totale. Persone che fino a quel giorno erano come noi, chiuse nelle loro bolle di normalità. E che all’improvviso sono state sbalzate in un inferno. Un inferno che è diventato anche mediatico. Il legale dei coniugi parla di «una discesa negli inferi che i signori Carlomagno non sono riusciti a sopportare». Ora la Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. I social della madre di Carlomagno, dal giorno del ritrovamento del corpo della nuora, sono stati ricoperti di insulti, poi cancellati.
Il suicidio anche per l’odio online
Anche per questo, dicono le prime indiscrezioni, si sarebbero suicidati. Per la gogna che hanno subito. Per essere finiti dentro un racconto più grande di loro, osservati, commentati, analizzati. A un certo punto, anche tirati dentro nei sospetti per aver ospitato il figlio in casa loro e per quel furgone del padre, guidato dal padre, che aveva stazionato davanti alla casa del figlio e della nuora mentre il figlio ripuliva la casa dopo aver ucciso Federica. Furgone che poi era ripartito.
I genitori visti come un’estensione del figlio
Storie come questa smettono di appartenere solo a chi le vive e diventano di tutti. Ed è lì che l’odio trova spazio, si allarga, si normalizza. Dopo il femminicidio di Federica Torzullo, la vita di queste due persone è stata risucchiata dentro una narrazione pubblica feroce, continua, senza pause. E prima ancora che la tragedia si chiudesse, sui social era partita un’altra storia: quella del giudizio collettivo. Un commento tira l’altro, una frase che diventa coro. E i genitori dell’uomo che ha confessato il delitto non sono più visti come individui, ma come un’estensione del colpevole.
Non esiste più uno spazio privato per il dolore
La responsabilità individuale scivola in una colpa condivisa. Una colpa che non si discute, non si misura, non si esaurisce. E qui entra in gioco l’accanimento giornalistico. Non quello che informa, quello che insiste. Che ripete gli stesi dettagli, moltiplica i titoli, cerca nuove angolazioni. La cronaca smette di essere racconto e diventa una presenza invasiva, dalle trasmissioni tv del mattino a quelle del pomeriggio, dai social ai telegiornali. E per chi vi è coinvolto direttamente, non esiste più uno spazio privato in cui vivere il proprio dolore. Il dolore viene divorato dagli sguardi e dalle parole altrui.
L’odio online ti rende impotente
Perché l’odio digitale fa più male di quanto immaginiamo. Lo spiega bene un studio pubblicato su PubMed Central: colpisce perché non lascia vie di fuga. Non c’è un cancello da chiudere, un luogo per rifugiarsi davvero. Anche spegnere il telefono non basta perché hai la sensazione che fuori il giudizio continui. E il senso di impotenza aumenta non tanto perché le parole siano più cattive, ma perché sono pubbliche, incontrollabili, ripetute. È l’idea di essere osservati e condannati a senza appello a ucciderti dentro.
L’odio online e il suicidio
Nessuno studio dirà mai che l’odio online “causa” un suicidio. La realtà è sempre più complessa. Ma quello che la ricerca ci dice è che, in contesti di dolore estremo, l’esposizione a una pressione sociale ostile può contribuire a far percepire la sofferenza come infinita, senza uscita. È qui che la vicenda smette di essere solo cronaca e diventa collettiva: quanto siamo consapevoli dell’effetto delle nostre parole quando le affidiamo a una piattaforma che le rende permanenti, replicabili, amplificate?