La leggenda narra che Frank Sinatra abbia lasciato Mia Farrow dopo che si era tagliata la frangia. Nonostante l’attrice abbia più volte smentito, sostenendo che anzi Sinatra amasse il suo taglio, il mito secondo cui gli uomini sono acerrimi nemici della frangia non è ancora stato superato. In primis da loro, come dimostra il termine man-hating bangs (letteralmente, «la frangia di chi odia gli uomini») che spopola sui social e vede le donne additate come, appunto, men hater sulla base del solo taglio di capelli. A questo si aggiungono anche i dibattiti su blog come Quora e Reddit, con utenti che si chiedono a vicenda come mai le donne «diventino femministe» dopo aver tagliato i ciuffi sulla fronte.

Negli ultimi giorni l’autrice e attivista Carolina Capria, sui social conosciuta come @lhascrittounafemmina, ha raccontato di essersi accorta che i suoi capelli spesso hanno attirato l’attenzione degli hater più delle sue parole contro patriarcato e violenze. Quello di Capria è un taglio decisamente statement: un caschetto retrò con frangetta dritta, lunga o corta a seconda dei periodi, e un’inconfondibile tinta rosa. Non passa inosservato, ma basta soffermarsi su uno qualunque dei suoi video per notare sciami di commenti di uomini offesi, irritati, arrabbiatissimi. Non per le sue parole, ma per quel dettaglio estetico: «Quei capelli sono il segnale», scrive un utente particolarmente ermetico. Ma cosa dovrebbe segnalare, esattamente, una donna con la frangia?

Storia ribelle della frangia: goodbye Audrey, hello Bettie

Per rispondere, bisogna fare un salto nel passato. Le frangette hanno cominciato a conquistare le donne già negli anni Venti e Trenta, ma è negli anni Cinquanta che il fenomeno delle baby bangs è diventato inarrestabile. Questi tagli, eleganti e graziosi, si ispiravano al look stile Dolce Vita di Audrey Hepburn in Vacanze Romane. Poi è arrivata Bettie Page, pin-up sensuale e sbarazzina che ha reso la frangia il signature look delle ragazze non proprio bravissime.

La frangia di Bettie altro non era (all’inizio) che un espediente per nascondere la fronte alta, ideato insieme alla madre parrucchiera. Ma unito al suo stile decisamente non convenzionale di esibirsi è diventata presto un simbolo di una «donna diversa». Page era infatti protagonista tanto di filmini osé quanto delle copertine di Playboy, ma il suo vero tratto distintivo era il sorrisone stampato sul viso, come a dire che lei – Moana Pozzi ante litteram – a fare quel lavoro si divertiva.

Kathleen Hanna, la Rebel Girl per eccellenza

Nonostante abbia ridefinito le regole di stile per le pin-up, Page restava comunque un’attrice con un pubblico soprattutto di uomini, protagonista di filmini in cui tutto era pensato per lo sguardo maschile. La vera rottura è arrivata molti anni più tardi, con l’avvento del cosiddetto “femminismo di terza ondata”, e in particolare il fenomeno delle Riot Grrrl. Tra la fine degli anni Ottanta e Novanta, infatti, alcune studentesse hanno cominciato ad incontrarsi per parlare della loro vita da donne, raccontandosi in cerchio sedute per terra le loro storie di ordinaria violenza.

Le leader di questi incontri autogestiti erano speaker carismatiche come Kathleen Hanna, frontwoman del gruppo punk Bikini Kill. Il suo stile era magnetico, forte di una frangia disordinata che catturava prima ancora di notare gli slogan femministi scritti a mano sulle magliette. Hanna arrivava da un passato di abusi in famiglia e urlava tanto ai cortei quanto sul palco. Non odiava gli uomini, come pensano alcuni erroneamente, ma anzi ne ha amati tanti (lo racconta in Rebel Girl, la sua autobiografia). Quello che non le andava a genio era come gli uomini potessero amare le donne, circondarsi di amiche e compagne, eppure non rendersi conto di perpetuare violenza e oppressione.

Quello di Hanna e delle Riot Grrrl era un femminismo ingenuo, “casereccio”, nato più per il bisogno di non sentirsi sole che non quello di divulgare sapere. Per questo sono ricordate soprattutto per i loro look e gli slogan: un famoso articolo di Seventeen le descrive come le it girl del momento, forti del loro «stile decostruito». Calze smagliate, rossetto sbavato, magliette con scritte fatte a mano e frange tagliate male: tutti espedienti che le ragazze usavano per far capire che lo sguardo maschile non le interessava più, e nemmeno l’idea di perfezione imposta dalla società.

La frangia e il weird girl look, l’arrivo delle manic pixie

Accanto alla figura della femminista punk, la frangia negli stessi anni diventa anche parte di quello che Monica Heisey (autrice frangia-munita che ha stilato per Vice una ‘storia imperfetta della frangia’) definisce il weird girl look. È l’estetica che si rifà alle cosiddette manic pixie dream girl, figure cinematografiche (o letterarie) dall’aspetto volontariamente caricaturale.

Uma Thurman Pulp Fiction

I loro look comprendono quasi sempre la frangia, da quella corta e classy di Mia Wallace (Uma Thurman in Pulp Fiction) a quella multicolor di Ramona Flowers (Mary Elizabeth Winstead in Scott Pilgrim vs the world).

Ma la pixie dream per eccellenza è Sole Finn (Zooey Deschanel in (500) giorni insieme): con il suo taglio anni Cinquanta che ricorda Bettie, sconvolge la vita di Tom rifiutandosi di avere con lui una relazione seria e diventa il bersaglio dell’odio di generazioni di amanti del cinema.

Perché la frangia (ci) fa ancora paura

Anche se, superati gli anni Duemila (e la sua moda discutibile) la frangia è uscita dai radar, tutto l’immaginario che si porta dietro le è rimasto legato. E oggi che i tagli post-pandemia (dovuti tanto alla nostalgia anni Settanta quanto alle pessime scelte fatte per sottrarsi alla noia da lockdown) la riportano in auge, torna con tutto il suo bagaglio di stereotipi, icone di stile, incomprensioni storiche.

Nessuna donna diventa femminista né misantropa quando si fa la frangia, ma forse qualcosa cambia davvero. Che sia un mullet cut, curtain bangs o wolfie look – come spiega Capria nella riflessione che ha pubblicato su YouTube – il taglio che scegliamo rispecchia tanto le mode del momento quanto l’immagine che abbiamo di noi stesse e vogliamo traspaia.

Non tutte siamo consapevoli dell’impatto che la frangia ha avuto sulla storia delle donne, ma sappiamo che avrà, anche solo come scelta di stile frivola, un impatto nella nostra. In ogni cambio look c’è sempre una rivoluzione prima di tutto interiore (o che, ancora non lo sappiamo, lo sarà). E non c’è niente che faccia più paura, non solo agli uomini.