Non ce lo dice mai nessuno, e allora ve lo dico io: grazie di cuore. Siete state bravissime, fantastiche ragazze della Gen X! Cresciute tra l’ottimismo di Yellow Submarine e il nichilismo di Kurt Cobain. Passate senza colpo ferire dalla tv in bianco e nero al primo prototipo di pc. Sopravvissute alla lacca per capelli, all’aerobica di Jane Fonda, ai postumi di Chernobyl e alle mazzette di Tangentopoli. Educate al cattivo gusto dalla moda degli anni ’80 e dai dialoghi di Dancing Days, eppure capaci di reinventarvi mille volte, transitando dalle zattere delle Spice Girls alle Manolo di Carrie Bradshaw. Le prime a fare la tesi sul computer, le ultime a iscriversi su TikTok. Nate analogiche e invecchiate digitali. Impermeabili al ticchettio degli orologi biologici, pioniere dell’aborto e dell’inseminazione, madri, mogli, amanti, single di ritorno e tinderine spudorate, profete della longevity e aspiranti perennials.
La generazione “voglio tutto”: famiglia e carriera
Schiacciate tra le Baby Boomers e le Millennials, siete state accusate di essere troppo superficiali e spensierate rispetto alle barricadere degli anni ’70 e troppo pragmatiche e perfomative rispetto alle idealiste dei ’90. Ma mentre loro teorizzavano indipendenza e parità, voi cercavate di metterle in pratica. Rivendicando in modo capillare e democratico il diritto allo studio, l’arrampicata nelle stanze dei bottoni, la libertà di essere madri senza rinunciare alla carriera, il privilegio di decidere del vostro destino anche a costo di sacrificare tutto – tempo, amore, amicizie – portando sulle spalle il peso di un doppio carico, accatastando vecchi e nuovi ruoli, in una staffetta dentro e fuori casa che vi ha lasciate prosciugate e sfinite. Ma, in fondo, soddisfatte. Ché il sacrificio valeva la pena. Ohhh, se ne valeva. Perché la vostra battaglia è stata la battaglia di tutte. Ma poche, ahimè, ve lo hanno riconosciuto.
Le nuova sfide per non sentirsi “superate”
Integerrime prime della classe, “cocche di papà”, avete esercitato il multitasking come strumento di potere, il “voglio tutto” come vessillo di onnipotenza. E non allo scopo di far felici voi, ma gli altri. Per farvi dire “brave”, per essere approvate. Perché così vi hanno insegnato. Vi siete illuse che si potesse essere davvero delle wonder women, capaci di tenere insieme tutto, avendo in cambio solo una pacca sulla spalla e un sorrisetto compiaciuto. Finché avete capito che dietro c’era il trucco.
Giacché è il “delegare,” non il “fare”, il vero attestato di superiorità. Intanto tutti se ne sono approfittati. Ora che siete più adulte e navigate, ambite a raccogliere ciò che avete seminato e finalmente tirare il fiato. Ma non è cosa, i tempi son cambiati. Per restare sul pezzo bisogna ancora pedalare. Competere con i nativi digitali per non sentirsi obsolete e superate; tenere vivi i matrimoni minacciati dalla crisi di mezza età; fare un upskilling costante delle proprie abilità, non solo sul lavoro ma anche a casa, per essere autorevoli con figli spesso sperduti e troppo amati; improvvisarsi badanti di genitori che ambiscono all’immortalità.
L’eredità da lasciare alle figlie
Vorreste per un momento fermare tutto e mettervi sedute. Ma, se lo fate, vi danno come niente della vittimiste. O, peggio ancora, delle sfaticate. Insulto massimo per chi ha fatto di necessità virtù, sposando lo stakanovismo come filosofia di vita, la spossatezza come segnale di efficienza. Vi frega la passione. E il senso del dovere. Che di per sé non sono dei difetti, anzi, basta non abusarne. È questo il difficile.
Ma, se tornaste indietro, rifareste tutto. Perché ci avete creduto davvero che si potesse cambiare il mondo. E che doveste pensarci voi. Resettando lo schema, provando a usare il poco o tanto potere conquistato per brevettare nuovi modelli per gestire le cose, più paritari e meno muscolari, femminili. Ci siamo riuscite? Lo dirà la storia. A noi basta sapere che le nostre figlie abbiano strade un po’ più spianate. Che il nostro sforzo sia valso a qualcosa. È stata dura la salita.