La moda e noi. La vita reale. La Storia che succede.

Mai come in queste ultime fashion week, appena concluse con le passerelle parigine, mi sono chiesta a chi parla la moda. Quanto è aderente ancora alle vicende del mondo e alle esigenze delle persone comuni, le consumatrici a cui, in teoria, si rivolge. La risposta mi è arrivata a sorpresa da Miu Miu, che ha fatto sfilare nella Ville Lumière modelle e guest star con il grembiule.

Il grembiule di Miu Miu

La divisa delle donne che lavorano: operaie, cameriere, commesse, infermiere, casalinghe. Un capo basico, umile, nobilitato dalla sua funzione: la dignità che deriva dall’avere un mestiere. Persino il più diffuso e meno retribuito della storia, il lavoro domestico e di cura, che ancora vede “impiegate” la maggior parte delle cittadine italiane, essendo il nostro uno dei Paesi col più basso tasso di occupazione femminile. Ha detto Miuccia che voleva dare visibilità a una realtà sommersa e poco raccontata: la fame d’indipendenza delle donne, le mille difficoltà che ancora incontrano per mettere a frutto ambizioni e talenti, scegliere il destino che vogliono, vedere riconosciuto ciò che fanno. Ha usato i vestiti per dirlo, il glamour che le è proprio, quasi giustificandosi, perché quello è il suo dizionario. Ed è già tanto. Anche se non possiamo permetterci i suoi sinali di fiori e di ruches, le siamo grate. Quelli che abbiamo a casa, magari lisi e impataccati, ora ci sembrano più belli. Ci rendono persino orgogliose. Perché rivelano ciò che siamo gente incapace di stare con le mani in mano.

Le cose che la moda non dice

E poi, cos’altro? Cosa ci dice la moda? Purtroppo meno di ciò che potrebbe. Ne ho avuto la prova proprio durante le sfilate, quando lo scarto tra quel mondo dorato fatto di eventi e passerelle strideva in modo insopportabile coi titoli e le foto che vedevo sui giornali, coi post drammatici che comparivano a tradimento sui social, tra un abito e l’altro. Case distrutte, bambini affamati, macerie, feriti, soldati. A Gaza come in Ucraina. Come può una parte di mondo applaudire per le ultime collezioni della primavera/estate e un’altra accapigliarsi per il pane, combattere per la sopravvivenza? Il lusso e la miseria, l’opulenza e la povertà, il troppo e il niente. Tutto sotto i nostri occhi, tra una ricetta e un camouflage, facendo scroll con il telefonino. Come se fosse il palinsesto di un canale tv. Lo zapping compulsivo di una realtà che ormai ha la forma della fiction, la percezione di un intrattenimento perenne. Nel giro di un minuto ci commuoviamo per un fila di sfollati e le moine di un gattino. Tutto sullo stesso piano, tutto vicinissimo e lontano. Ridotto a una sequenza in loop. Per questo, ormai, viviamo di emozioni volatili e anestetizzate, che stanno sgretolando la nostra umanità, alimentando una diffusa indifferenza. Stiamo attenti, ci avverte lo scrittore Rachid Benzine, alleniamo empatia e indignazione. Non lasciamoci assuefare all’ingiustizia e alla sofferenza. Scendere in piazza serve anche a questo. Il rifiuto dei soprusi e delle guerre non dovrebbe avere bandiere.

Miuccia con i grembiuli ha detto tanto

E la moda, cosa fa e cosa poteva fare di più? Forse semplicemente dare un segnale. Come ha fatto Miuccia con i suoi grembiuli. Dire: «Lo so». Siamo un’industria e dobbiamo andare avanti, ma non ignoriamo quello che accade, non ci giriamo dall’altra parte. Spegniamo la musica, abbassiamo le luci, oppure alziamole al massimo, giriamo per una volta i riflettori proprio lì, dov’è più buio. Non si vince la guerra con i vestiti, ma la creatività, come ogni forma d’arte, può usare il suo megafono per dire «Non ci stiamo». Vogliamo la pace. Tutti abbiamo la nostra piccola parte di responsabilità nei destini del mondo. Tutti abbiamo una voce. In attesa che l’accordo tra Israele e Hamas faccia il suo corso, impariamo a usarla.