Quando penso alla fatica, la prima immagine che mi viene in mente è quella di mia nonna. Nata nel 1919, è stata la prima donna, in un mondo tutto maschile, a lavorare fianco a fianco con i camionisti del porto di Genova. Vendeva autoricambi, passava le giornate in mezzo alla polvere, al rumore dei motori, a trattative dure come lei. Tornava a casa tardi, stanca, ma mai spenta. Aveva le mani con la pelle sottile come carta velina eppure dure come cuoio, segnate da una fatica che non piega, ma forgia. C’era sempre un gesto di orgoglio nei suoi grandi occhi nocciola, come se quella fatica non fosse solo lavoro, ma il suo modo silenzioso di occupare il mondo, un passo alla volta, senza chiedere permesso. Ho ripensato a lei leggendo Alzarsi all’alba, il nuovo libro di Mario Calabresi. Perché la sua non era una fatica sterile, da subire. Era un modo di stare con dignità e determinazione. E forse oggi, in un tempo che tende a evitare ogni sforzo, c’è bisogno di tornare a raccontare storie come la sua e come quelle che Mario Calabresi raccoglie e condivide nel suo ultimo libro.
Come è cambiato il nostro rapporto con la fatica
«Il Novecento è stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili: lavare a mano ogni giorno, procurarsi il ghiaccio in blocchi per la ghiacciaia prima dell’avvento del frigorifero, pedalare con ogni tempo per ore per andare a scuola o a lavorare, sopportare il freddo in case in cui era calda solo la cucina» dice Calabresi. È negli anni Settanta che qualcosa comincia a cambiare: il benessere si diffonde, al centro iniziano a esserci le persone, non più solo i doveri. È in quel momento, racconta l’autore, che la fatica «ha iniziato a passare di moda, ad assumere un significato solo negativo e a scomparire dal vocabolario quotidiano. I genitori si auguravano che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile» continua.
L’era della comodità: quando tutto è pensato per evitare lo sforzo
Ma non è solo una questione di educazione. Non basta dire che i genitori di oggi sono meno severi, più comprensivi. Il cambiamento è più profondo e riguarda il contesto in cui viviamo. Siamo entrati, senza quasi accorgercene, in quella che potremmo chiamare l’era della comodità. Un tempo in cui ogni fatica è vista come qualcosa da evitare, aggirare o delegare. «Oggi la comodità è diventata un valore assoluto: ci mette a nostro agio, ci illude di cancellare la fatica, di chiuderla fuori dalla porta» sottolinea Calabresi. Il mondo attorno a noi è costruito per proteggerci dallo sforzo: il cibo d’asporto e il delivery sono ormai la norma e la nostra comodità, va detto, poggia sempre sulla fatica di qualcun altro. «I film si iniziano e si interrompono con un clic, su Netflix o qualsiasi altra piattaforma, senza bisogno nemmeno di uscire di casa. La spesa arriva direttamente alla porta. L’informazione ci raggiunge sul telefono, scrollando titoli al posto di sfogliare un giornale. Le Intelligenze Artificiali fanno ricerche, sintetizzano, risolvono. Anche i social, con i loro algoritmi, ci mostrano solo ciò che pensano vorremmo vedere». Tutto è pensato per evitarci la fatica e così finiamo per abituarci a non farne più, a perdere gradualmente l’allenamento.
E in questa rincorsa al comodo rischiamo di smarrire qualcosa di essenziale.
Il valore della fatica: perché dà senso, direzione e presenza
Perché quei pezzi fondamentali di vita, spesso, si trovano proprio dentro la fatica. Che non è solo un peso da sopportare, ma una forza che ci muove, ci tiene in carreggiata, ci fa sentire vivi. Lo racconta bene Mario Calabresi, parlandomi di una gita in montagna: «Spesso si può arrivare in cima in macchina o con una funivia o addirittura in elicottero, ma se ci vai a piedi è diverso. È il cammino che fa la differenza. La fatica cambia la percezione del paesaggio, allena lo sguardo, dà valore all’arrivo». Per questo, al termine di un incontro con un gruppo di studenti, il giornalista non ha detto: «Buona fortuna», ma ha scelto un augurio più coraggioso: «Vi auguro di fare fatica». Non del tipo che schiaccia, stravolge, di quella ne abbiamo già abbastanza, ma quella che dà direzione, costruisce, tiene insieme.
Perché in un tempo in cui tutto è accelerato e frammentato, la fatica può essere un atto di presenza. Una forma di resistenza gentile.
Imparare a fare fatica
Per ritrovare, però, quella fatica gentile servono tempo, pazienza, cura. E coraggio, appunto. Perché, a noi come ai ragazzi, la fatica oggi fa paura: significa mettersi in gioco, accettare l’imperfezione, rischiare di sbagliare. E in un mondo dove l’errore è vissuto come una colpa e tutto deve essere immediato, è difficile allenarsi alla costanza. Per imparare a fare fatica bisogna immergersi nella realtà, viverla senza scorciatoie. Servono attesa, presenza, dedizione. E soprattutto, se parliamo delle nuove generazioni, la fatica non si può spiegare né imporre: bisogna trasmetterla con l’esempio, lo sguardo, il racconto. «Quando le mie figlie erano bambine, inventai un gioco: ogni piccola responsabilità in casa valeva una casella colorata su un cartellone. Alla fine del percorso c’era quel paio di scarpe che desideravano da tempo. Quelle scarpe se le misero con orgoglio. Perché la fatica, quando la scegli, può diventare memoria felice» conclude.
La memoria della fatica: ciò che resta è ciò che costruisce
E così, quel racconto mi riporta a Bogliasco, dove mia nonna passava tutte le estati. Mentre noi giocavamo tra gli scogli e il rumore del mare copriva le nostre grida, lei stava in cucina a friggere le acciughe. Ogni tanto si affacciava alla finestra, ci guardava, sorrideva appena. Anche quella era fatica. Un’altra forma, più silenziosa, ma segnata dallo stesso orgoglio con cui tornava dal lavoro. È stato proprio leggendo una delle storie del libro di Calabresi, ambientata anche lei tra quelle case affacciate sul mare, che ho sentito riaffiorare quegli odori, quei suoni, quella luce. In quel momento ho capito che, alla fine, non è la stanchezza a restare. Ma ciò che quella stanchezza costruisce. Un senso. Un’eredità.