Il 21 marzo l’associazione Libera porta a Torino la 31esima Giornata nazionale in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Sugli stessi telefoni con cui molti seguiranno l’evento scorrono contenuti di tutt’altro tipo: video in cui i clan ostentano lusso, le mogli dei detenuti costruiscono narrazioni epiche della loro vita e la mentalità mafiosa si normalizza. Per capire come sia possibile bisogna partire dal concetto elaborato da Marcello Ravveduto, professore associato di Storia contemporanea all’Università di Salerno: la mafiosfera. «Alla tradizionale richiesta di pizzo ai commercianti, ora si aggiunge l’estorsione dell’attenzione al pubblico digitale» spiega.

Il suo rapporto Le mafie nell’era digitale. Focus TikTok, curato per la Fondazione Magna Grecia su migliaia di contenuti, presentato all’Onu ed edito da FrancoAngeli, è uno studio sistematico su come la criminalità organizzata abbia colonizzato le piattaforme social. La trasformazione rispetto al passato, spiega Ravveduto, è il passaggio all’autorappresentazione: Il Padrino, I Soprano, Gomorra erano costruiti da registi che traducevano quel mondo per chi non lo conosceva. Oggi i mafiosi si raccontano da soli. «La rivoluzione è la camera retroversa, quella con cui ci facciamo i selfie» dice l’esperto. «Gli ambienti della mafia vengono “vetrinizzati” con lo smartphone».

Mafiosi e mafiofili

Il meccanismo che rende tutto più pericoloso non è la violenza esplicita, che la piattaforma riesce a rimuovere, ma l’algoritmo. «Se il mafioso si autorappresenta come una persona che beve champagne, ha lo yacht, guida la Ferrari, questi contenuti entrano nei circuiti di chi guarda i motori, la moda, le feste. Il contenuto mafioso si normalizza attraverso l’espansione su altri temi e così aumenta il pubblico». Chi non conosce quel mondo vede un ragazzo ricco che mostra il suo successo. In realtà, dice Ravveduto, «quel giovane legato a una famiglia mafiosa, pur incensurato, sta raccontando il successo della mafia». Nella mafiosfera non si muovono solo i mafiosi, che sono la minoranza, ma anche i “mafiofili”, che sono la maggioranza. Il termine, coniato dalla ricerca, indica gli utenti che, pur non appartenendo ai clan, alimentano la narrazione per fascinazione culturale, commentando e condividendo i contenuti. Da spettatori diventano, a loro volta, produttori.

La mafia e i codici dei social: emoji, trend, musica

TikTok ha i suoi codici e la mafiosfera li ha imparati tutti. «La mafia ha sempre usato un linguaggio non comprensibile a tutti, con un secondo fine». Le emoji ne sono l’esempio: il leone indica il coraggio, il cuore rosso il sostegno ai detenuti, la goccia di sangue la fratellanza del clan, la fiamma la forza. E poi: il serpente avverte dei traditori, la corona sottolinea il ruolo di comando, la catena richiama il carcere. Anche la musica è parte dell’estetica: «Neomelodica per raccontare famiglia e amore, trap per forza e delinquenza». I riferimenti iconografici hanno cambiato volto: «Prima l’icona era Vito Corleone, un “uomo d’ordine”. Oggi è il Joker: un uomo di disordine, che porta l’anarchia, che sa di essere un villain e lo rivendica».

Le donne della mafiosfera costruiscono una «post-verità»

Le protagoniste inaspettate sono le donne. Mogli, compagne e madri di detenuti, quasi sempre incensurate. «Costruiscono una verità alternativa a quella reale» spiega Ravveduto. «Dicono: “Mio marito, mio fratello, mio figlio sono persone per bene. Non è la fedina penale che conta”». Il crimine viene presentato come lavoro, il carcerato come chi «fa il proprio dovere» per la famiglia. Lo fanno con gli strumenti della piattaforma: lip sync con la voce del marito, montaggio di videocolloqui, foto di lui da libero per «dimostrare che, anche se sta in galera, è sempre tra noi». E con un’immagine precisa – vestiti griffati, profumi, gioielli, tatuaggi con la data di scarcerazione del compagno – che si intreccia con i trend del momento fino a sfociare, nella versione pop globale, nella “Mob Wife Aesthetic”: pellicce, oro, capelli cotonati, Carmela Soprano come riferimento. Un’estetica non necessariamente associata alla violenza, ma che porta comunque un nome.

“Mafia husband”: il fenomeno dei chatbot AI

A tutto questo si aggiunge, più di recente, il fenomeno dei chatbot AI. Su Character.AI esistono i «mafia husband»: avatar di boss criminali costruiti dall’Intelligenza artificiale come compagni romantici, potenti e protettivi. È la struttura del dark romance trasferita in un formato interattivo che, rispetto a un libro o a una serie, sembra vivo. Un livello di coinvolgimento che nessun contenuto passivo produce. Pochi mesi fa il Washington Post ha riportato la storia di una minorenne finita in terapia dopo aver chattato con un personaggio chiamato proprio “Mafia Husband” e addestrato su schemi di conversazione tossici e manipolativi.

Mafia sui social: come promuovere la legalità?

Come rispondere efficacemente a questi nuovi linguaggi? L’accordo tra la Commissione Antimafia e TikTok per promuovere la cultura della legalità è un segnale, ma ha dei limiti. «TikTok può riconoscere il mafioso e bannarlo, ma non è in grado di intervenire sui processi di normalizzazione» nota Ravveduto. I contenuti più aggressivi sono in dialetto, incomprensibile ai moderatori di altri Paesi. Le emoji non vengono riconosciute nel loro significato. «L’unico modo per combattere la mafiosfera è una media warfare, una guerra mediale. Cioè produrre tanti contenuti antimafia sui social, in modo che influenzino l’algoritmo». La battaglia, conclude l’esperto, è sulla quantità. L’ago della bilancia, per ora, pende dalla parte sbagliata. Spostarlo dipende da tutti.