Non bastavano i filtri di bellezza. Ora, con l’AI protagonista in ogni campo, anche il settore beauty viene rivoluzionato, soprattutto se si tratta di Gen Alfa e Gen Z. L’ultimo trend su TikTok (ma anche Instagram) è infatti la PSL Scale, una scala che da 1 a 10 “quantifica” la bellezza. Non si tratta di una semplice opinione o di gusti in base a canoni più o meno personali, ma di un vero e proprio sistema di misurazione della bellezza, che si presenta ai teenagers come “oggettivo”. Il giudizio su quanto una ragazza o un ragazzo sia “bello” è emesso in base a criteri come la simmetria del viso, la proporzione della mascella, la sporgenza degli zigomi, la struttura ossea o il tipo di pelle.
Cos’è la PSL Scale
L’acronimo sta per Perceived Sexual Labels, ossia appunto quei parametri che pretendono di classificare in maniera asettica una persona, un giovane o una giovane. Il problema è che asettici non sono, soprattutto negli effetti. Chi si sottopone ai test, infatti, va incontro a un giudizio lapidario, che non tiene conto della sua unicità come persona, sia a livello estetico, sia a livello interiore, caratteriale ed emotivo. Insomma, il “voto” finale rischia di produrre più effetti negativi di quelle valutazioni scolastiche contro le quali ci si è scagliati per anni, ritenendole riduttive.
La “misura” della bellezza attraverso i beauty scanner
L’attrattività di una persona, quindi, non dipende più dall’insieme che può renderla affascinante o interessante, ma esclusivamente da valori numerici, da tabelle che l’AI consulta e confronta con la scansione di una foto postata online o da un selfie inviato dall’utente a una App. Senza contare il fatto che questo tipo di scala si inserisce in un contesto di piattaforme social dove proliferano immagini ritoccate, scatti che restituiscono un’idea di perfezione tanto irrealistica quanto distruttiva che per chi non si sente all’altezza di “competere” con modelli irraggiungibili.
Catalogare l’attrazione è possibile?
«Storicamente e ciclicamente si ricorre a criteri per catalogare la bellezza, come la simmetria, le proporzioni medie, alcuni indizi di salute, ma non c’è un gold standard perché una parte enorme del giudizio dipende dalla cultura di riferimento, dall’epoca storica e dal contesto sociale: lo dimostra il fatto che ‘paese che vai, canone estetico che trovi’. Lo stesso vale per i periodi storici: ci sono stati anni nei quali la magrezza assoluta era considerata “bella”, come anche il suo opposto, la donna formosa era considerata attraente perché indicava benessere economico», spiega Alessandro Calderoni, psicologo, psicoterapeuta, founder del centro clinico Psymind e di Relief, servizio di sollievo psicologico rapido.
Un filtro non può indicare la bellezza assoluta
È evidente, quindi, che «un filtro o l’AI che si basano su una misura creano l’illusione di una oggettività scientifica, ma in realtà usa solo criteri, generalmente geometrici, e riflettono i dati e gli errori con cui la stessa intelligenza artificiale è stata addestrata – sottolinea Calderoni – Quindi, più che misurare la bellezza o sceglierla, la normalizza, cioè la confronta con un modello umano di riferimento programmato da qualcuno». Il rischio, quindi, è la standardizzazione, cioè «trasformare un concetto molto complesso, fatto di attrattività, presenza, gusto personale, stile, carisma, insieme a capacità di comunicazione o modo di muoversi, linguaggio non verbale e chimica, in un punteggio», aggiunge lo psicoterapeuta.
Numeri e modelli standard non funzionano
Il ricorso a modelli numerici porta a cancellare le peculiarità, anche estetiche e non serve scomodare il neo di Marylin Monroe o il naso di Barbra Streisand, che invece le hanno rese ciascuna unica a modo proprio, per capire come alcuni dettagli possono contribuire alla personalità. Il pericolo è di seguire un certo modello che tende a omologare tutti, come avviene un Sud Corea, non a caso patria della chirurgia estetica. Questo, però, non è solo un gioco: può avere conseguenze anche gravi, a livello psicologico.
La de-umanizzazione e la cancellazione della personalità
«Dietro a questo fenomeno c’è una cultura looksmaxxing, che tratta il volto come un progetto da migliorare e perfezionare, con testi spesso sottovalutanti che forniscono giudizi come ‘normal’ o ‘subnormal’. Qui può avvenire un cortocircuito: l’esteriorità è ciò che conta, mentre la personalità – ossia l’ironia, il calore, l’intelligenza sociale, i valori o la creatività – è espulsa dal modello perché non misurabile. L’AI, quindi, deumanizza l’umano, perché cancella tutto ciò che non può cogliere con un semplice algoritmo», spiega Calderoni.
Le conseguenze psicologiche
Gli effetti psicologici possono essere molti, specie in età evolutiva, come nei pre-adolescenti: «Aumenta inevitabilmente il confronto sociale, insieme all’idea che, se non si assomiglia a uno standard, si vale di meno. Questo porta a una svalutazione di sé, ansia, flessione dell’umore e la pericolosa emozione della vergogna che, in adolescenza, può essere piuttosto rischiosa. Il rating estetico diventa quindi un’etichetta sociale. Possono anche esserci comportamenti compulsivi come il controllo eccessivo dei propri selfie, oppure l’evitamento di fotografie reali, che sta accadendo moltissimo negli ultimi anni: le App oggi permettono correzioni rapide e credibili. Il problema, però, si pone quando ci si confronta con un’immagine reale, come quella dello specchio o di uno scatto di gruppo», sottolinea l’esperto.
Il pericolo della dismorfofobia
A questo si aggiunge la dismorfofobia, «che già è un rischio in adolescenza, ma che può essere radicalizzata: è una problematica che non riguarda solo questo tipo di filtri, ma tutto l’ambito di applicazione dell’intelligenza artificiale, da qualche anno a questa parte. La PSL può essere considerata una tendenza passeggera, è importante non drammatizzare, però non va sottovalutato il fatto che qualche soggetto più fragile potrebbe diventare vittima di un senso di inadeguatezza su quelli che percepisce come suoi difetti – spiega Calderoni – Potrebbe portare a un maggior ritiro sociale, come indica la letteratura sociale, sia nelle ragazze che nei ragazzi, specie se ha a che fare con i muscoli».
L’identità diventa una performance
Un altro aspetto da non sottovalutare è il cosiddetto “effetto metrico”: «Se tutto viene misurato in termini numerici, in base a quanti “like” o “view” hai, cresce l’idea che la propria identità sia una forma di performance e dunque il rating al proprio aspetto fisico sostituisce ciò che siano realmente. È quanto stiamo constatando che avviene da qualche tempo a questa parte e che rappresenta un fenomeno problematico: in molti, specie giovani, non pensano più a se stessi in quanto tali, ma come qualcuno che viene valutato. Quindi, per essere una persona migliore devo ottenere un punteggio maggiore, come se fosse un voto scolastico o un risultato sportivo. Ma porta con sé l’idea che per stare bene occorre “fare” qualcosa che vale», avverte Calderoni.
PSL Scale e beauty scanner
Come la PSL Scale, infatti, funzionano anche altri strumenti, come Beauty Agent, che si presenta come il “consulente di Bellezza AI di YouCam MakeUp”, che “può dirti quanto sei attraente”: analizzando “i tratti del tuo viso, ti fornisce consigli di bellezza e ti suggerisce modi per migliorare il tuo look nel modo più efficace possibile”. Scorrendo le possibilità offerte da questa e altre applicazioni, si scopre che è possibile sottoporsi a test di bellezza e ricevere poi “suggerimenti concreti per aiutarti a sentirti e apparire al meglio in ogni foto”. Non invitano, quindi, a sottoporsi a “ritocchini”, ma a modificare il proprio aspetto con trucchi, tagli e acconciature “personalizzate”.
Apparire prima ancora di essere
I beauty scanner, quindi, invitano rimodellare il viso per “affinare delicatamente il tuo aspetto”, con un make up apposito, chiarendo che questo non implica alcuno stress, “nessun giudizio”, ma “solo divertimento, consigli di bellezza e aumento della fiducia in te stessa”. “Pensala come una migliore amica glamour che vuole che tu sia splendida in ogni selfie”, spiega una delle App in questione, che si definisce come “scienza della bellezza unita a una grande iniezione di fiducia”. Ma non si rischia di insistere troppo sulle apparenze e non a sufficienza sulla costruzione di un carattere, di una personalità unica, in un’età già tanto delicata come quella pre-adolescenziale?
Come fermare questa tendenza
«Ovviamente non deridere o svalutare o minimizzare le problematiche dell’adolescente, perché in questo modo si chiude il dialogo tra genitori e figli», consiglia Calderoni a madri e padri. È anche importante smontare il concetto di “rating estetico oggettivo”: «Bisogna spiegare che l’AI non vede il soggetto in questione, ma solo le sue misure, in base a un modello matematico che non può giudicare una persona. Inoltre è fondamentale allena il pensiero critico, magari guardando insieme i feed dei social e parlandone. Ai genitori dal “divieto facile”, poi, che è giusto prevedere regole, ma senza divieti assoluti, negoziando su tempi e modi di uso delle piattaforme. Va poi cambiato il focus sul corpo, per allontanare dall’idea puramente estetica di ciò che appare di noi».
I genitori come “filtro emotivo” dei figli
Concorda anche Alessia Pellegrino, Psicologa clinica, specializzanda presso la Scuola Internazionale di Psicoterapia nel Setting Istituzionale: «Il genitore deve agire come un “filtro emotivo” tra il figlio e lo schermo: dovrebbe svelare l’illusione digitale: spieghiamo che i voti online sono algoritmi, non realtà. La bellezza abita nelle imperfezioni e nell’espressività, che non si possono misurare; può invece valorizzare il talento: lodiamo ciò che i ragazzi fanno e non solo come appaiono. Il corpo è uno strumento per vivere, non un oggetto da valutare. Infine, è importante dare l’esempio: mostriamo di accettare i nostri difetti: se lo facciamo noi, anche loro impareranno a non temere i propri».
Le parole contano
«Le parole possono installare una grammatica della vergogna, una svalutazione del corpo, ecc. In tutto questo va prestata attenzione ad alcuni campanelli d’allarme: se una ragazza passa ore a farsi un selfie, se c’è ritiro sociale, se c’è un eccessivo carico emotivo davanti a una foto o c’è una richiesta insistente di interventi estetici fin da piccoli, o un’attenzione eccessiva ai dettagli estetici, allora è il caso di intervenire, ma sempre con attenzione e affetto: eviterei di medicalizzare con il ricorso allo specialista se non è realmente necessario», conclude Calderoni.