Ci sono molti modi di abitare il corpo e ognuno ha il suo. Vale per la gente comune e vale per i campioni dello sport che i corpi li usano, li logorano in modi indicibili, li esaltano facendone strumenti di gloria e di tutto quello che conta nella vita. Certo, c’è sport e sport e pochi sono crudeli quanto quelli invernali: ghiaccio, freddo, lame, schianti a cento all’ora, ossa rotte, muscoli che si lacerano. Nessun atleta è al riparo, nessun percorso netto: in discipline così, la capacità di superare gli infortuni definisce il campione e traccia le sue qualità umane. Anche questo è parte dello spettacolo. E alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, al via il 6 febbraio, sarà più che mai evidente.

Brignone, Vonn e Goggia e la resilienza dei corpi

Le sfide che andranno in scena ai Giochi sono tantissime e molte hanno a che fare con la resilienza dei corpi. Nessuna però vale quanto quella dello sci femminile: Federica Brignone in gara contro ogni pronostico 300 giorni dopo essersi frantumata una gamba; Lindsey Vonn che, 7 anni dopo il ritiro e con una protesi al ginocchio, vuole vincere una medaglia e zittire chi dice che a 41 anni una donna è troppo vecchia per riuscirci; Sofia Goggia che, messa ko dalla tibia fratturata, temeva di dover smettere e invece per l’ennesima volta torna al cancelletto risorta dalle sue ceneri.

«Farsi male è un aspetto che bisogna accettare» ha detto Brignone. «Fa parte del fascino di questo sport e per questo considero gli sciatori degli eroi». Di certo, lei e le sue avversarie hanno dimostrato coraggio infinito nel ricomporre i propri corpi anche quando sembravano impossibili da aggiustare. Ma ognuna ha attraversato il dolore a modo suo: ogni storia è a sé, tutte hanno qualcosa da insegnare.

la sciatrice Sofia Goggia
La sciatrice Sofia Goggia. Foto di Gabriele Seghizzi – Red Bull Content Pool

Sofia Goggia, la campionessa che non conosce limiti

Sofia funziona così: anche il dolore lo affronta come una discesa libera. Il senso del limite non le appartiene, nello sport e nella vita, e questo rende possibile ciò che di fatto non lo sarebbe: spingersi sempre oltre. Oltre le avversarie, oltre la paura di rompersi, oltre la fisiologia umana. «Ho avuto così tanti infortuni che ho perso il conto» mi ha detto 4 anni fa alla vigilia dei Giochi Invernali di Pechino. «Non mi piego più, non mi accovaccio più, però sugli sci riesco ancora a fare quello che voglio e sono grata per questo. Sono fortunata, ma la sofferenza è stata tanta».
A fine gennaio si era lesionata il crociato e procurata una microfrattura del perone, 20 giorni dopo difendeva la sua medaglia olimpica in Cina. L’anno prima si era rotta il piatto tibiale e in 45 giorni era tornata in pista per aggiudicarsi la Coppa del mondo di specialità.

Il prezzo di non arrendersi mai

Se chiedi a lei, dice che la sua miglior dote è il recupero, che sia da una manche sbagliata o da un infortunio. Ma c’è di più: è il non arrendersi alla sconfitta, qualsiasi forma abbia. Reagire così ha un prezzo. Quando la vita e la competizione coincidono, vinci e perdi da sola. Finché ce la fai, bene. Altrimenti, è un volo senza rete di salvataggio. Non a caso, dopo l’ultimo infortunio – la tibia e il malleolo «sbriciolati come un pacchetto di crackers in uno zaino» a febbraio 2024 – e mesi in cui il dolore non passava, per la prima volta la fiducia incrollabile di Goggia ha vacillato, facendole temere il peggio.

Fortunatamente ne è uscita («Quando mi danno per finita, io rinasco. Ma non sono una fenice: sono solo di Bergamo»). Però diversa, consapevole per la prima volta che i limiti esistono e superarli non è sempre un bene. «L’ambizione di essere un’atleta al top mi aveva portata a curare tutti i dettagli, ma mi ero dimenticata di Sofia» ha detto nel documentario di Red Bull I’m coming home. «Quella mentalità così competitiva andrà smussata, perché la vita non è sempre una gara al cancelletto». Che cosa vorrà dire in termini di risultati lo scopriremo presto.

Brignone, l’atleta che non deve dimostrare nulla a nessuno

Federica Brignone, eterna rivale di Sofia, fa l’opposto. Il limite lo ascolta, lo studia, ci convive: nello sci e in tutto il resto. Il suo corpo non è mai stato un’arma da forzare, ma uno spazio da abitare con cura e confidenza. Anche quando fa male. «Non devo dimostrare nulla a nessuno» ripete dal giorno in cui si è frantumata la gamba 10 mesi fa ai Campionati italiani, al termine di una stagione perfetta.

la sciatrice Federica Brignone
La sciatrice Federica Brignone. Foto Ipa

Perché nessuna sciatrice in Italia ha vinto quanto lei e a definirla basta questo («È molto più di quello che sognassi da bambina»). E poi perché nel suo universo la vita e lo sci si completano, ma i perimetri non coincidono: quello della vita è più largo e a tracciarlo non è l’istinto di competizione o la voglia di trasformare tutto in epopea, aggiungendo pressione al dolore.

Nessuno si salva da solo

Durante i mesi più duri accanto a lei c’è sempre stato qualcuno: il fratello Davide, che è anche il suo allenatore, i genitori, una tribù di amici. Perché nessuno si salva da solo. Dopo 10 mesi di calvario è tornata in gara, in Coppa del Mondo, nel Gigante di Kronplatz. «Un test per mettere alla prova la gamba e la testa», concluso con un sesto posto che vale più di una medaglia. Procede un passo dopo l’altro.

Per tornare la più forte, se sarà possibile, o anche solo per arrivare a godersi la vita, il surf, la mountain bike, le salite in sci con le pelli e gli amici. «Il mio corpo non dovrà sentirsi malato» ha detto. Vuole che il suo fisico torni a fidarsi di lei e lei del suo fisico. Ai Giochi la vedremo sfilare con il tricolore alla cerimonia di apertura. Poi, se tutto va bene, in gara. Magari in Gigante, magari anche in SuperG e Discesa. Lo sapremo solo all’ultimo: e qualsiasi risultato sarà eroico.

Lindsey Vonn: si è ritirata, si è aggiustata ed è tornata

In questa storia di donne frantumate e ricomposte, l’ultimo capitolo è forse il più sorprendente e ha per protagonista l’americana Lindsey Vonn: la più forte sciatrice di sempre e, prima di Mikaela Shiffrin, la più vincente. L’unica ad aver proposto una battaglia dei sessi nello sci, chiedendo di gareggiare con i maschi nella discesa libera di Lake Louis, in Canada.

la sciatrice Lindsey Vonn
La sciatrice Lindsey Vonn. Foto Ipa

Ha collezionato infortuni come nessuna e sciato con ossa rotte e legamenti lesionati, per continuare a vincere e non mostrarsi vulnerabile, senza mai darsi il tempo di guarire. Per molto tempo ha funzionato. Alla lunga però, anche se lo ignori, il corpo trova il modo di farsi ascoltare. Così, dopo 9 operazioni al ginocchio, due crociati e un mediale rotti e un certo numero di fratture alla tibia, nel 2019 a 35 anni ha annunciato il suo ritiro. A quel punto, faticava anche a camminare.

Ma il corpo, se trattato nella maniera giusta, si può aggiustare, e guai a chi dice il contrario. Così Lindsey, trovato un chirurgo affidabile, ha sostituito un pezzo di ginocchio con una protesi, ribaltando le prospettive. Un mese dopo l’intervento, correva e saltava. D’estate su un ghiacciaio austriaco, vestita in short e gilet, ha quasi battuto Alice Robinson mentre si allenava in SuperG.

Se il corpo tiene, tutto è possibile

Dunque, perché non crederci davvero? Se il corpo tiene, tutto è possibile, anche tornare a gareggiare, qualificarsi per le Olimpiadi e provare a vincere una medaglia. A 41 anni, dopo 5 stagioni fuori dal giro e con una protesi al ginocchio. Sembrava una storia buona per Hollywood, invece Lindsey l’ha fatto davvero. «È matta» hanno detto altri sciatori, per lo più maschi. «Cerca visibilità». «Rischia di ammazzarsi». «Non mi conoscono» ha risposto lei, andando dritta per la sua strada e aggiungendo che a un uomo avrebbero detto che è un eroe, non che è troppo vecchio e può farsi male.

È il riflesso di un paternalismo antico: il corpo delle donne va protetto perché fragile, perché destinato ad altro, perché il tempo pesa di più. «Se Tom Brady può vincere un Super Bowl a 43 anni, perché io non posso andare alle Olimpiadi?» ha fatto notare. E infatti a Milano Cortina ci va davvero. Tra l’altro, dopo aver vinto due gare di Coppa del Mondo. Dice che, da quando è tornata, viene fermata negli aeroporti e nei ristoranti da donne e uomini sopra i 40 che nella sua scelta rivedono possibilità che sembravano chiuse. Sarebbe bello vederla sul podio. Per dimostrare che il tempo non è una condanna già scritta. E il giudizio, quello sì, può essere battuto.