Ci sono parole che diciamo per salvarci dal silenzio. Quando tuo padre, la persona che da ragazzina ami di più al mondo, riceve una diagnosi di tumore, il tuo mondo implode. E in quel buio improvviso, ti aggrappi alle uniche frasi che ti hanno insegnato a pronunciare di fronte a quella malattia implacabile: «Sei forte, sei un guerriero, combatti e vedrai che vincerai».

Lo dici sussurrando, stringendogli la mano, con il respiro inchiodato nello stomaco. Lo dici sperando che quelle parole diventino uno scudo magico. Eppure, se ti fermi ad ascoltarne davvero l’eco, ti accorgi di quanto possa diventare pesante, quasi crudele.

Alessandro Di Battista contro la retorica del guerriero

A spezzare questo incantesimo di retorica è stato Alessandro Di Battista, raccontando in televisione con disarmante sobrietà il suo ricovero d’urgenza a Cuba per un edema cerebrale e la successiva operazione al cervello. Di fronte alle solite domande ad effetto, ha scelto di abbassare le armi delle frasi fatte: «Non amo la narrazione del “forza guerriero non mollare”. Io devo solo fare le cure e cercare di mantenere un atteggiamento positivo. Ma quelli che non devono mollare sono i medici, non io».

Quelle poche parole, non rabbiose ma pragmatiche, ci regalano finalmente un sospiro di sollievo. A tutti noi. A chi soffre per un tumore e a chi gli vuole bene.

Il peso invisibile del “dover combattere”

Cosa succede quando definiamo un malato un “guerriero”? Gli chiediamo, senza volerlo, di indossare un’armatura pesante ogni giorno. Gli chiediamo di essere forte per noi, di sorridere, di non mostrare la paura di morire, di ingoiare le lacrime.

Ma la malattia non è un film d’azione. È fatta di mattine in cui non riesci ad alzarti dal letto e di sere in cui la solitudine ti ingoia. E se la guarigione diventa un “dovere morale” e una “vittoria personale”, allora ogni momento di sconforto rischia di essere vissuto come un tradimento. Nasce così un senso di colpa profondo e ingiusto: il timore che un momento di depressione o di sconforto possa far “vincere” la malattia.

Mio padre voleva vivere. Vuol dire che non ha lottato abbastanza?

È qui che il linguaggio della guerra mostra la sua ferita più profonda. Quando una cura non funziona, quando la biologia segue il suo corso inesorabile e una persona cara ci lascia, cosa resta di questa metafora?

Se chi guarisce ha “vinto la sua battaglia”, allora chi muore ha “perso”? Mio padre voleva vivere. Voleva stare ancora con noi, vederci sorridere, invecchiare, stringerci le mani. Voleva, un giorno, diventare nonno. Vuol dire forse che non ha lottato abbastanza? Che non è stato abbastanza “guerriero”?

Rispondere a questa domanda fa paura, ma la risposta deve essere un “no” forte e definitivo. Mio padre non ha perso alcuna battaglia, perché non stava combattendo una guerra. La vita non è un ring dove chi ha più forza di volontà ha diritto di rimanere in piedi. Il tumore è una patologia, una combinazione di fattori biologici e medici, non un verdetto sulla tenacia morale di un essere umano.

Ridurre la memoria di un padre o di una madre alla retorica del “soldato caduto” significa sminuire la bellezza immensa della loro umanità, trasformando un dolore profondo in un ingiusto fallimento.

Restituire ai medici la responsabilità, ai pazienti la dignità

Spesso dimentichiamo che la medicina è una scienza, non una prova di coraggio. Come ha ricordato Di Battista con lucidità, la responsabilità delle cure, della ricerca e della terapia è sulle spalle dei medici e della scienza. Al paziente non deve essere chiesto di compiere miracoli con la forza del pensiero, ma solo di potersi affidare.

Liberare i malati dallo stigma del “guerriero” significa fare spazio a una nuova, più profonda empatia. Significa poter dire a chi amiamo: «Puoi piangere. Puoi avere paura. Puoi essere stanco. Io sono qui con te, non per vedere quanto sei forte, ma per tenerti la mano».

L’amore che resta, oltre ogni metafora

A tutti noi che oggi stiamo attraversando il buio della malattia, e a chi guarda la sedia vuota di un genitore che non c’è più, possiamo finalmente dire: togliamoci l’armatura.

Nostro padre, nostra madre, chiunque abbiamo amato e perso, non sono “sconfitti”. Sono stati esseri umani meravigliosi, fragili e preziosi, che hanno vissuto fino all’ultimo respiro circondati dai loro affetti. E questa non è una sconfitta: è semplicemente la vita, nella sua immensa, dolorosa e intoccabile dignità.