Ci sono donne che non alzano la voce, ma cambiano le cose. Che non cercano il centro della scena, ma finiscono per esserne il cuore. Debora Moretti, 37 anni, di Crema, è una di loro: una presenza gentile ma determinata. In lei convivono grazia e visione, empatia e determinazione. Guarda il mondo con partecipazione profonda, come se ogni ingiustizia le toccasse la pelle. E da sempre sceglie di non voltarsi dall’altra parte.

Debora Moretti con Fondazione Libellula riunisce aziende impegnate contro la violenza di genere

La sua forza affonda le radici in una storia familiare straordinaria: una nonna, Clementina ma per tutti “Cleme” o la “Signora del pullmino” che, in tempi di rigide convenzioni, prese la patente per guidare uno scuolabus. E una madre, Silvia Bolzoni, che oltre 20 anni fa ha fondato Zeta Service, una società che si occupa di buste paga e di consulenza per il lavoro, credendo – ben prima che diventasse di moda – che il benessere delle persone fosse il vero cuore di ogni impresa. Debora, oggi co-Ceo di Zeta Service e fondatrice e presidente di Fondazione Libellula (www.fondazionelibellula.com), la rete di aziende più estesa in Europa impegnata nel contrasto alla violenza di genere, ha raccolto quella stessa eredità e l’ha trasformata in un progetto culturale potente e coraggioso.

Comincerei da lei, Debora. Che bambina era e che donna è?

«Ero molto attenta. Alle persone, ai dettagli, ai silenzi. Mi colpivano le cose che agli altri sembravano normali: un’ingiustizia, uno sguardo triste. Ho sempre avuto questa sensibilità, una specie di radar emotivo. Che, crescendo, si è trasformata in capacità di ascoltare, il primo passo per potersi prendere cura».

La presidente di Fondazione Libellula viene da una famiglia di donne forti e indipendenti

È cresciuta in una famiglia di donne forti, intraprendenti, un’eredità femminile che immaginiamo abbia influenzato anche le sue scelte.

«Sì, attorno a me ho avuto donne speciali che hanno scelto di essere libere, quando non era per niente scontato. Mia nonna, per esempio, oltre a guidare lo scuolabus, si cuciva da sola i pantaloni perché non amava indossare le gonne. E non per ribellione, ma perché sentiva che quello la rappresentava. Da lei ho imparato che non esistono ruoli predefiniti: esiste ciò che scegli di essere. Mia mamma, invece, mi ha insegnato un’altra cosa importante: che fare impresa non significa pensare solo ai numeri. Dietro ogni busta paga, ci sono sogni, progetti di vita, persone».

Passiamo adesso al suo lavoro. Quando nasce Fondazione Libellula?

«Alla fine del 2016, inizialmente come un progetto di responsabilità sociale all’interno di Zeta Service, l’azienda creata da mia mamma. Poi, nel 2020, è diventata una fondazione vera e propria».

Ma qual è stato il momento in cui ha sentito che “doveva” fare qualcosa di concreto contro la violenza di genere?

«Avevo 26 anni e stavo lavorando a un progetto in azienda: per quell’occasione ho incontrato un detenuto in permesso di lavoro, un uomo che aveva ucciso la moglie. Ricordo che ascoltandolo sentivo che qualcosa non tornava. Usava frasi come “È stato un raptus”, “Se l’è cercata”, minimizzava. Frasi che purtroppo ancora oggi sentiamo ripetere. E in quel momento dentro di me è scattata una domanda: “Cosa posso fare io?”. Da lì è iniziato un percorso: ho cominciato a indagare il tema della violenza nel mondo del lavoro, ho analizzato i dati e ho capito che non potevo restare ferma. Così è nata la rete di aziende: all’inizio eravamo solo quattro. Oggi siamo più di 190 sul territorio nazionale».

Fondazione Libellula fin dal nome esprime la possibilità di rinascita per le donne vittime di violenza

Debora Moretti, fondatrice e presidente di Fondazione Libellula

Perché ha scelto proprio il nome “Libellula”?

«Perché rappresenta la rinascita, il cambiamento. E mi piace pensare che ogni donna che incontriamo possa trovare dentro di sé quella leggerezza e quella forza di rinascere».

Perché è importante parlare di violenza proprio nei luoghi di lavoro?

«Perché è lì che trascorriamo la maggior parte del nostro tempo. È un luogo in cui le persone si incontrano, si relazionano, si raccontano. E anche un luogo in cui, spesso, il dolore resta nascosto. Portare questi temi dentro le aziende significa intercettare situazioni che altrimenti resterebbero invisibili e, allo stesso tempo, avere la possibilità di fare prevenzione, formare, aprire spazi di ascolto e di confronto. Oggi, grazie alla rete Libellula, riusciamo a raggiungere più di tre milioni di persone, senza contare i loro familiari».

In concreto, cosa fate per le aziende che entrano nel vostro network?

«Creiamo per i dipendenti e le dipendenti percorsi di sensibilizzazione e trasformazione culturale: dalla prevenzione e contrasto alla violenza e alle discriminazioni di genere, al riconoscimento e decostruzione di bias e stereotipi, fino a percorsi di empowerment e allyship per creare sinergie. Supportiamo le aziende nella stesura di policy anti-violenza e anti-molestie, le accompagniamo verso l’ottenimento di certificazioni, come per esempio quella sulla parità di genere. Poi, per uscire dagli uffici, insieme alle imprese promuoviamo progetti di cura rivolti alla società, per generare impatto nei territori e contribuire a costruire ambienti più giusti, inclusivi e consapevoli. In molti casi, lavoratori e lavoratrici possono esserne parte attiva attraverso il volontariato aziendale, diventando protagonisti del cambiamento».

Debora Moretti spiega che Fondazione Libellula fa interventi sia nelle aziende sia nelle scuole

Ma non fate “solo” quello.

«Lavoriamo sul reinserimento lavorativo di donne che hanno vissuto situazioni di violenza, formiamo il personale sanitario per aiutarlo a riconoscere i segnali di violenza domestica, creiamo punti Libellula – oggi c’è quello di Milano, dove organizziamo uno sportello con psicologhe e avvocate, attività per bambini e bambine, percorsi a supporto della genitorialità, ma l’anno prossimo apriremo anche a Lecce – e, infine, interveniamo nelle scuole, perché educare al rispetto e alla gestione delle emozioni fin da piccoli è la chiave per un futuro migliore».

Come l’ha cambiata questo lavoro?

«Ho imparato ad ascoltare senza giudicare. A lasciare spazio alle storie degli altri, senza dare subito una risposta o una soluzione. A volte certe cose non si capiscono, si sentono. Sulla pelle».