Immagina due sedie in una stanza spoglia: su una siede una donna che ha imparato a definire la realtà per quella che è e non per come viene raccontata, sull’altra, un uomo convinto che definire quella realtà dipenda esclusivamente da lui. In mezzo, noi. Dialogo tra una femminista e un misogino (Bollati Boringhieri), il nuovo libro di Lea Melandri, 84 anni, pioniera del femminismo italiano, saggista, insegnante, fondatrice di pratiche di autocoscienza, comincia così: con un ring virtuale su cui tutte passiamo la vita, anche senza saperlo. In genere, ci scorrono lacrime e sangue. Lei però, invece di fare a pugni, fa luce.
Nel suo nuovo libro Lea Melandri si confronta con un filosofo misogino
Il confronto intellettuale, a 120 anni di distanza, con il filosofo misogino Otto Weininger, genio che si laurea e si uccide a 23 anni, diventa una radiografia dei copioni che ancora ci abitano: lo sguardo maschile interiorizzato, gli stereotipi antichi travestiti da buon senso, la riduzione del femminile a seduzione e maternità.

Perché dialogare con un misogino come Otto Weininger?
«Se il misogino è chiuso, il dialogo è inutile. Weininger, invece, è un giovane che a 23 anni si laurea e si toglie la vita: vittima egli stesso della cultura che eredita e sostiene. La rappresentazione maschile del mondo ha incanalato tutti in ruoli decisi altrove. È la zona d’ombra che ignoriamo. Gli uomini hanno ricevuto un potere tramandato di padre in figlio, ma lo hanno pagato mutilando una parte di sé».
Non è scontato ammettere che il maschile sia vittima degli stessi stereotipi.
«Le donne sono state da sempre pensate come un genere, cosa che prevede ruoli e funzioni. La femminilità, in qualunque forma, interroga tutte noi. Gli uomini, hanno sempre pensato a se stessi come individui. E infatti, di fronte alla violenza maschile, l’uomo non si sente parte in causa e tende a dire: “Io non sono così”. Ma la violenza non è solo dei singoli: è un copione di virilità che attraversa tutti. Vorremmo che gli uomini guardassero quel copione».
Secondo lei le donne si sono adeguate a un modello imposto dalla società patriarcale
Spiegato alle adolescenti: cos’è lo sguardo maschile e come non finirci dentro?
«In quello sguardo si è costruito il nostro destino: l’adeguatezza al modello. Vuol dire essere desiderabili, buone compagne, brave madri. Lo sguardo si interiorizza: continui a “spiarti” per capire se corrispondi. Le nostre energie devono rendere buona la vita agli uomini. È la proiezione, lo spostamento sul femminile di ciò che gli uomini hanno diviso dentro di sé: materia, corpo, sessualità. Così le donne finiscono per vedersi prima di tutto come corpi erotici e materni».
Eppure qualcosa, nelle più giovani, sembra muoversi.
«Sì. Lo sguardo dall’esterno si è un po’ opacizzato. Ma resta il lavoro interiore: capire quanto lo portiamo ancora con noi. Rossana Rossanda dice una cosa dura ma vera: alla donna è stata chiesta, oltre alla maternità e alla seduzione, la bellezza. Se non sei bella, non sei. Dobbiamo riconoscere quanto quell’aspettativa ci abiti ancora».
Lea Melandri spiega perché dura la “normalità” del sessismo
Lo sguardo si è allentato, ma le politiche sociali, le condizioni di lavoro, la vita pratica delle donne e la loro rappresentazione sono ancora agganciate al passato.
«La divisione sessuale del lavoro è cambiata poco. La cura di figli, anziani, malati – e spesso di uomini in perfetta salute – ricade sulle donne: una maternità estesa. Si è molto celebrato il “valore D”, fatto di empatia e di ascolto, doti storicamente richieste alle donne. La pubblicità continua a usare il corpo femminile come oggetto di desiderio. Se questa “normalità del sessismo” dura, è anche perché, talvolta, seduzione e maternità diventano un risarcimento».
Sarà che in quel copione c’è l’unico potere riservato alle donne?
«La poetessa Sibilla Aleramo lo disse: per liberarci dobbiamo prendere distanza da ciò che abbiamo amato. Seduzione e maternità danno potere, quello di renderci necessarie all’altro, ma non fanno crescere la soggettività. Non ci aiutano a entrare nella storia come persone invece che come ruoli. Cosa che impone di ridefinire linguaggi, tempi, criteri di valore».
Aleramo avvertiva: «Attenzione a non diventare un duplicato dell’uomo». Siamo ancora a quel rischio?
«Aleramo è stata profetica. Se cerchiamo un’uguaglianza “a stampo”, rischiamo il duplicato. Serve togliere i veli della visione maschile interiorizzata. L’emancipazione da sola ha spesso prodotto un doppio impegno, i tempi e i modi del lavoro restano dettati da una visione maschile».
Sul lavoro e nei media vede ancora premiare la figura dell’ibrido con corpo di donna e testa d’uomo?
«Oggi domina il misto. Si mescolano i generi più di quanto li si metta davvero in discussione. Tra le leader pubbliche si nota una sintesi androgina: un tentativo evidente di tenere insieme il corpo femminile e il linguaggio maschile. Giorgia Meloni è un esempio perfetto, in questo senso».
Perché, secondo lei, questo compromesso resiste?
«Perché tempi, modi e premi del mondo sono ancora a misura d’uomo. Le emancipate di inizio ’900 vestivano più “maschile”, oggi si chiede di essere anche seduttive. L’androgino è contratto sociale più che libertà. Intanto, dove il maschile non trova più conferme del proprio privilegio, la risposta è virilista e guerriera: la vediamo nel privato e nel pubblico».
In America molti giovani maschi si sono avvicinati a ideologie aggressive. È una reazione alla crisi?
«Sì, ed è la stessa logica che vede aumentare i giovanissimi autori di femminicidi. Per secoli, anche tramite la funzione materna, si è trasmessa la legge del padre. Oggi, con donne più libere, gli uomini scoprono la propria dipendenza e la scambiano per minaccia. Tutti gli uomini sono stati figli inermi: se quella dipendenza non è elaborata, da adulti può diventare bisogno di controllo».
Gli uomini dovrebbero interrogarsi sulla virilità
Le donne sono pronte a togliersi le armature di seduzione e maternità che le hanno protette?
«Vedo cambiamenti reali, soprattutto nelle più giovani. Gli uomini sono cambiati meno. Succede che il partner torni dalla mamma e ci sono donne che si separano da un marito ma non dal figlio adulto. Il processo è lento: servirebbe anche un cambiamento maschile».
Che cosa chiede agli uomini che vogliono essere davvero alleati?
«Di interrogarsi sulla virilità. Non perdono solo un privilegio: guadagnano una parte d’umanità, fatta di cura, proiettata finora sulle donne. Vorrei familiarità con i corpi: bambini, malati, anziani. L’esperienza della cura, credo, ridurrebbe gli spasmi guerrieri e la facilità con cui si dà la morte».