Silvia Berri è un’elegante signora milanese. Da 30 anni è manager della comunicazione, del marketing e degli eventi per il CEI, Comitato Elettrotecnico Italiano. Settore tosto. Cosa c’entra una donna così, laurea in Scienze Politiche, carriera solida, mille impegni, con i social media? La sua vita è sempre stata un vortice di svolte, sorprendenti e coraggiose, che l’hanno portata a cambiare strada e a diventare anche imprenditrice digitale e brand ambassador per marchi di beauty, moda e lifestyle.

Silvia Berri ha grande seguito sui social

La cover del libro di Silvia Berri Le parole che indosso (ROI)
Il libro Le parole che indosso di Silvia Berri (ROI)

Il suo profilo Instagram @silviaberri è seguito da 600.000 follower e quando organizza il format itinerante dal vivo “Silvia incontra” il traffico si blocca. È madre di due gemelle oggi 25enni e ha appena presentato il suo primo libro, Le parole che indosso (ROI Edizioni). Prendendo spunto da questo memoir che è anche un po’ manuale, le abbiamo chiesto di spiegarci come si cambia rotta senza perdersi.

Quale momento della sua vita definirebbe “di svolta”, quello in cui ha capito che era tempo di rimettere se stessa al centro e cambiare direzione?

«Era un sabato sera. Mi sentivo esausta dopo aver accudito le mie piccole, Ludovica e Beatrice, che all’epoca avevano 2 anni. Ero molto provata dalla maternità e vivevo frequenti momenti di solitudine e sconforto. È stato lì che ho capito che non volevo essere relegata al solo ruolo di mamma: volevo riuscire a realizzarmi come madre, professionista e donna, continuare la mia carriera e avere una vita ricca di esperienze».

Ha iniziato a usare i social per controllare le figlie

Che cosa l’ha convinta a lanciarsi nell’avventura dei social e iniziare un nuovo percorso dopo i 40 anni?

«I social appartengono alla grande rivoluzione culturale e sociale dei nostri tempi, ma bisogna saperli usare con intelligenza ed etica. Mi ci sono affacciata per caso, per controllare le mie figlie che, a 13 anni, volevano aprire un profilo Instagram. Io ne avevo il terrore, tra sexting, cyberbullismo, pedopornografia. Ma ho presto capito che i social sono uno strumento di comunicazione come qualsiasi altro: sono funzionali, superano le barriere di spazio e tempo. Così ho imparato a utilizzarli e quasi per gioco ho iniziato a raccontare la mia vita, quello che facevo. Si è creato interesse intorno a me… Finché la situazione è esplosa!» (sorride, ndr).

Nel suo lavoro l’immagine conta, ma lei rivendica che l’etica deve sempre precedere l’estetica. In che modo si traduce questa scelta?

«L’etica è l’essenza di tutto. Sui social seleziono minuziosamente i brand con cui collaboro, perché non voglio dare visibilità a persone, prodotti o aziende che non rispondano a valori condivisi. Questo approccio, non negoziabile, è la mia cifra identificativa, che viene chiaramente recepita e apprezzata dalla mia community».

Promuove i nostri brand artigianali

Da dove proviene la grande attenzione che riserva ai brand artigianali italiani?

«Durante la pandemia ho pensato di aiutare il Made in Italy e il suo indotto. L’artigianato italiano è un meraviglioso connubio di sapere, tradizione, innovazione, sviluppo. Volevo condividere le mie competenze manageriali con queste piccole realtà, aiutandole a crescere in un percorso complesso ma sfidante: definire i prezzi dei nuovi prodotti, studiare posizionamenti e fette nuove di mercato, analizzare competitor, merchandising, pubblicità integrata… Poi, sì, indosso il brand e lo racconto, però il mio lavoro è guidare le aziende attraverso piani di sviluppo adeguati e strategici».

Il format “Silvia Incontra” nasce dal bisogno di restituire fisicità al rapporto con la sua community. Lei cosa riceve da questi incontri dal vivo?

«La gioia di esserci, di condividere. In 5 anni ho realizzato 38 edizioni in giro per l’Italia, incontrando migliaia di persone, principalmente donne che portano il loro vissuto. Quando si supera la barriera della tastiera e del video, trovo sempre anime belle. E soprattutto occhi: profondi, a volte sofferenti, di chi sta attraversando periodi bui e cerca nei miei speranza, conforto. In quei momenti capisco quanta strada sia stata fatta. Capisco che i social possono essere uno strumento “buono” di incontro e condivisione».

Nel suo libro propone tante metafore della vita

Il libro ripercorre 12 momenti chiave della sua vita. Qual è stato il più difficile da raccontare?

«Il capitolo dedicato a mio fratello Alberto, zio e uomo straordinario, venuto a mancare nel 2024. Mettere nero su bianco i ricordi è stato molto doloroso: ogni volta gli occhi mi si riempivano di lacrime, la mano si fermava e non riuscivo a scrivere».

E quale le ha dato più orgoglio?

«Quello sulle metafore della vita. Credo che la vita sia come un lungo viaggio su un treno immaginario: non abbiamo scelto la stazione da cui partire e non sappiamo dove arriveremo. Salgono e scendono persone che ci accompagnano per tratti brevi o lunghi: alcune illuminano il nostro viaggio, altre sono tunnel bui e gelidi da cui non vediamo l’ora di uscire».

Quale spera sia la frase che chi legge il suo libro porterà con sé?

«Ci sono parole che ho indossato per tutta la vita, come “coraggio”, “indipendenza”, “lealtà”. Mi hanno protetta, ispirata, cambiata. Mi hanno guidata quando non sapevo quale direzione prendere, ricordandomi chi ero nei momenti di incertezza. La frase che vorrei restasse è “Il carattere è il tuo destino”: me la diceva sempre la mia mamma e anche oggi la considero un mantra. Non esiste il concetto di “è troppo tardi” per cambiare direzione, prendere in mano la propria vita e decidere di fare altro. A volte capitano cose meravigliose e inimmaginabili, così come grandi tragedie: bisogna imparare ad abbracciarle, saperle trasformare. Vorrei ricordare l’augurio che, nel libro, ho voluto dedicare alle mie figlie e, anche, alle lettrici e ai lettori: “Non abbiate paura di cadere. Fatelo, se serve. Sbagliate, inciampate, cambiate idea. Piangete. Ma poi asciugatevi le lacrime con fierezza e ripartite. Con passi nuovi, anche incerti, ma vostri”».