«Il giudice in aula non mi ha mai guardato in faccia. Per questo ci metto la mia adesso». Così Fernanda Herrera esce allo scoperto dopo tre anni di silenzio, sofferenza, solitudine. In questi tre anni, la sciabolatrice messicana 20enne che gareggia per l’Uzbekistan ha protetto la sua identità ma ora ha deciso di parlare.
L’assoluzione dall’accusa di violenza di gruppo
I due ragazzi che, secondo le sue accuse, l’avrebbero violentata nel 2023, sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Quando il giudice ha pronunciato la sentenza dopo l’udienza con rito abbreviato sulla violenza sessuale di gruppo che sarebbe stata commessa dai due giovani schermidori nel giro della Nazionale, Lapo Jacopo Pucci ed Emanuele Nardella, all’epoca 18 e 19 anni, Fernanda Herrera è scoppiata a piangere in aula. E ha continuato a farlo anche davanti ai microfono e alle telecamere fuori dal Palazzo di Giustizia di Siena.
Fernanda Herrera racconta questi tre anni
«Mi chiamo Fernanda Herrera, ho 20 anni, sono sciabolatrice messicana e gareggio per l’Uzbekistan. Sono venuta in Italia per prepararmi per le Olimpiadi di Los Angeles del 2028. Ero venuta con mia madre e con la sicurezza di poter trovare un futuro in Italia: per sfortuna ho avuto a che fare con le persone peggiori. In questi tre anni non ho mai voluto far vedere la mia faccia, ma ora sono stanca. Mi farò vedere perché sono orgogliosa di me, orgogliosa di aver conquistato medaglie e titoli in questi anni, oltre a dover lottare per avere giustizia. Non posso credere che le cose siano andate così, con il mio avvocato andrò fino in fondo.
Ci sono tanti casi nel mondo dello sport di chi vuole silenziare le donne vittime di abusi – prosegue la giovane – Domani devo partire per una gara, sarà difficile dimenticare questo. Ma sono qui per tutte quelle donne che hanno sofferto una cosa del genere. Per favore, dovete parlare, dovete dire cosa avete subito».
Parlare in certi ambienti è più difficile che in altri. Lo sport è uno di questi. Un ambiente che espone in modo particolare le donne alla vulnerabilità, dove regnano relazioni di potere che legittimano abusi e violenze. Da qui il silenzio: per paura di essere allontanate, penalizzate, escluse.
I fatti accaduti nel 2023
I fatti risalgono al 4 agosto 2023, durante un raduno di nazionali juniores di scherma in un hotel a Chianciano Terme. È in quell’hotel che sarebbe avvenuta la violenza di gruppo nella camera dei due schermidori azzurri. Fernanda Herrera aveva 17 anni aveva subito denunciato. Dopo quasi tre anni di indagini e dopo l’incidente probatorio, al processo con rito abbreviato la pm Serena Menicucci aveva chiesto 5 anni e 4 mesi per i due imputati. Come racconta l’avvocato di Fernanda, Luciano Guidarelli – «le prove erano schiaccianti: il diniego al consenso è stato più volte manifestato. Oggi stiamo legittimando come il fare sesso sia una lettura alternativa a una forma di comunicazione tra giovani. Basta dire che esisteva una forma di interesse verso una persona per legittimare abusi e violenze sessuali. Faremo ricorso, l’assoluzione perché il fatto non sussiste lascia spazio al ricorso».
Il presunto gap linguistico
Quanto accaduto ripropone con estrema attualità il tema del consenso. In questo caso, pare si sia giocato perfino sul gap linguistico, tale per cui i ragazzi non avrebbero capito il dissenso. Ancora una volta, quindi, è la donna a dover dimostrare di aver detto di No, in un contesto in cui il consenso si presume, si dà per scontato. «Ma io gridavo di smettere e loro ridevano di me» ha detto la giovane a La Repubblica.
Il racconto pieno di buchi è rilevatore del trauma
I suoi racconti, acquisiti durante l’incidente probatorio qualche tempo fa, sono stati sofferti e pieni di buchi. Ha raccontato di essersi ritrovata nella stanza dei ragazzi e non sapere come esserci arrivata, della birra bevuta al pub, di immagini confuse. Questo accade molto spesso, come spiega Arianna Gentili, responsabile del Centro Anti violenza Anna Appia Regilla gestito da Differenza Donna con il parternariato di Fondazione Cecchettin. «Molte donne si dissociano da quanto accaduto, come se non avessero più contatto col proprio corpo. E così non ricordano alcune fasi dell’aggressione, che vengono rimosse. Oppure si focalizzano sui dettagli, come la musica, un odore.
Si sposta l’attenzione su altro perché il dolore è troppo grande. Ricordiamoci che la violenza si nutre della confusione perché si aggancia al corpo e alle emozioni, a maggior ragione quando si tratta di stupro. In molti procedimenti, i buchi di memoria sono stati proprio la chiave di volta per arrivare a condannare gli aggressori. I buchi sono indicativi di un forte trauma da cui la mente impone di difendersi».
Le associazioni a fianco di Fernanda Herrera
Al fianco di Fernanda Herrera si sono schierate le associazioni contro la violenza di genere. «In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, desideriamo manifestare la nostra solidarietà a Fernanda Herrera: noi le crediamo» dichiara Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. «L’assoluzione riporta in modo dirompente l’attenzione sul tema del consenso e della sua interpretazione, oltre che sulla criticità dell’utilizzo della giustizia riparativa nei casi di violenza contro le donne” continua Carelli. «Abbiamo dovuto leggere – ancor una volta – dichiarazioni che parlano di incomprensione e di problema culturale. Il problema culturale esiste ed è quello della cultura patriarcale e dell’impossibilità per molte donne di scegliere liberamente del proprio corpo. Ancora una volta – conclude la presidente – le prove che, a detta della pubblica accusa, erano schiaccianti, non sono state sufficienti di fronte al ‘non avevo capito’ di chi fa dell’incomprensione il proprio alibi».
Mobilitazione permanente contro Ddl Buongiorno
Anche Differenza Donna sostiene il racconto della ragazza: «Siamo al fianco di Fernanda Herrera e crediamo fermamente alla sua versione dei fatti. Una versione che ci spinge ad avere ancora più determinazione nella mobilitazione permanente contro il Ddl Bongiorno, un ddl che non accetteremo mai perché costringe la vittima a una dimostrazione di non disponibilità, invece di riconoscere la responsabilità di chi stupra». Lo afferma la presidente di Differenza Donna Elisa Ercoli dopo la giovane atleta dopo l’assoluzione al tribunale di Siena dei due schermidori che erano accusati di violenza sessuale di gruppo ai danni della giovane atleta. «Le parti possono autodeterminarsi e se non sono certi della volontà dell’altra – sottolinea – si debbono fermare. I giovani maschi devono invece imparare a prendersi la responsabilità delle relazioni intime e a rinnegare e rifiutare il privilegio patriarcale del possesso e del ‘posso fare del tuo corpo cio’ che voglio’. Noi diciamo a Fernanda che crediamo alla sua parola, al suo dolore e al suo coraggio. I giovani hanno bisogno di avere indicazioni precise che si ispirino al principio del consenso. Quando invece si prescinde dall’altra – conclude Ercoli – è stupro e allora, come ci insegna Pelicot, la vergogna però deve cambiare lato».