Quando ero ragazza, c’erano due cose che mi mettevano ansia: gli autobus affollati e i posti vuoti accanto al mio al cinema. Nella ressa dei mezzi pubblici, all’ora di punta, tornando a casa da scuola, oppure la sera quando la gente usciva dagli uffici, capitava a volte che un tizio, più d’uno, non sempre lo stesso, adulto, schifoso, ti si appiccicasse addosso e si strusciasse. Premeva contro il tuo corpo sotto gli occhi di tutti, approfittando della calca e della confusione. Certo del tuo silenzio imbarazzato, della totale impunità del suo gesto, che da nessuno, tranne che da te, veniva notato. Coglievi sotto i vestiti l’eccitazione, il fiato vicino all’orecchio, la smania morbosa della bestia che annusa la preda. E ti sentivi paralizzata, incapace di reagire. Potevi solo cercare di farti spazio e scendere il prima possibile, scappare.

Quando la molestia ti paralizza

Lo stesso al cinema. C’erano uomini che entravano in sala solo per tastare le ragazzine. Non succedeva solo a me, succedeva a tante. La mano che nel buio si allungava aggirando il bracciolo, il cuore che iniziava a battere forte. Sarebbe bastato gridare, tirare uno schiaffo, smascherarli davanti a tutti, quei maniaci a caccia di minorenni. Invece niente. Restavamo pietrificate. Ci si alzava, si cambiava il posto, si usciva. La volta dopo si occupava l’ultimo sedile della fila o si teneva una giacca a ingombrare la postazione vuota, perché non si sedesse nessuno. Ma non si stava tranquille. A volte ci si confidava tra amiche. A volte neppure quello. Quel senso di immobilità impotente ora so che ha un nome: freezing. È una risposta automatica del sistema nervoso a stress estremo o paura. Non so se il termine già allora esisteva, quando di molestie nessuno parlava, non credo. Quel silenzio omertoso, che ci faceva sentire doppiamente vittime e sporche, invece già allora si chiamava vergogna.

La paura del giudizio e la vittimizzazione secondaria

Lasciava addosso un’ombra di disagio e disonore, per questo l’abbiamo rimossa per tanto tempo, chiudendola nell’antro più buio della nostra coscienza, sigillandola. Facendo, senza saperlo, il gioco di chi ce la buttava addosso, scaricandola da sé. Fino a oggi. Che abbiamo finalmente imparato a rimandarla al mittente. E non perché siamo diventate adulte. La vergogna ci ha accompagnato anche da grandi, tutte le volte che abbiamo fatto cose che non ci andava, arrendendoci, forzandoci, prendendo su di noi la colpa di azioni che ci mortificavano ma contro le quali non sapevamo opporci. Per cultura, educazione, convenzione sociale. Di cosa avevamo paura? Del giudizio degli altri. Del dito che ancora viene puntato addosso a chi subisce invece che a chi compie. Al marchio d’infamia di cui si macchia qualsiasi femmina quando si sottomette, con o senza consenso, a piccoli o grandi abusi gratuiti. «È lei che ci stava, inutile che faccia la santarellina…». Solita storia.

Cambiamo “lato” alla vergogna

Finché una donna si è ribellata. E ha detto ad alta voce: «Io non mi vergogno». Anche se quella sensazione «ti si attacca alla pelle, non siamo noi a doverla provare, ma loro». Era una cosa così facile da dire, eppure nessuna aveva mai osato. Nessuna aveva avuto il coraggio di compiere un gesto tanto logico e scontato, legittimo: cambiare lato alla vergogna. Aveva 67 anni Gisèle Pelicot quando ha scoperto di essere stata drogata per 10 anni dal marito e data in pasto a perfetti sconosciuti come oggetto sessuale, mentre veniva fotografata e filmata. Usata come una bambola di pezza in uno stato di totale incoscienza. Come tutte le vittime di reati sessuali in Francia, aveva diritto all’anonimato, invece ha scelto di rendere pubblico quello che è diventato il processo per stupro più grande nella storia del Paese, con oltre 50 imputati alla sbarra. Lo ha fatto perché non voleva essere più né preda né vittima. Per guardare a testa alta i suoi aguzzini.

Il memoir di Gisèle Pelicot invita alla speranza

Una vittoria per sé e per tutte le donne, che ha avuto anche un esito tangibile: l’emanazione di una legge sul consenso. Un segno di rispetto e civiltà, per cui noi ancora stiamo dibattendo. Ecco perché il suo memoir, uscito in questi giorni, ha un titolo che esprime ottimismo e speranza: Un inno alla vita. Perché poteva soccombere, Gisèle, e invece è rinata. Diventando la paladina di tutte le donne che non hanno voce, il simbolo globale della lotta contro la cultura della violenza e dell’abuso. Ma, soprattutto, una signora di 73 anni che ha un nuovo amore, una felicità inaspettata e ancora tanta vita davanti a sé.