Zaini buttati a terra, cappucci calati sulla testa, scritte sui banchi, piercing, risate, parolacce e sguardi muti. Nelle classi delle superiori va in scena ogni mattina il disordine dell’adolescenza, ed entrare in quel territorio è come affondare i piedi nudi in un terreno scivoloso e sconnesso. Chi per mestiere lo fa tutti i giorni sa quanto sia difficile, ma forse non si aspettava che tra le mura di un istituto si potesse persino uccidere. Invece è successo.
A gennaio Youssef Abanoub, 18 anni, studente all’istituto professionale Einaudi Chiodo di La Spezia, è stato accoltellato a morte dal coetaneo Zouhair Atif per una foto di troppo con una ragazza. Una vicenda che ha riaperto il dibattito sulla scuola e riportato i docenti sotto i riflettori. «Perché il malessere in cui era sprofondato l’omicida non è stato intercettato per tempo?» hanno chiesto in molti e a gran voce.
Domani interrogo: un libro e un film per parlare dei ragazzi
Intanto di quel malessere e di chi ci si confronta da dietro una cattedra si torna a parlare anche al cinema, dove è appena arrivato Domani interrogo di Umberto Carteni, che ci porta tra la carne viva di quei ragazzi e tra chi vede e sa. Racconta di una quinta superiore di Rebibbia, profonda periferia romana, tra spaccio ed esclusione sociale, e di una professoressa d’inglese alla sua prima nomina, interpretata da Anna Ferzetti.

Tra il lasciar perdere o il provarci, la prof sceglie di abbracciare l’umanità dei suoi studenti, non senza tormentarsi con il dubbio di sbagliare tutto. «Volevo parlare di loro, dei ragazzi» dice subito Gaja Cenciarelli, insegnante e autrice del libro Domani interrogo (Marsilio), da cui è tratto il film del quale è anche sceneggiatrice.

«Perché i giovani di oggi sono come quelli di ieri, senza pelle, ogni cosa li colpisce più duramente. Sì, oggi sono più fragili, ma anche più acuti, forse la generazione migliore da tanto tempo a questa parte, e noi adulti dovremmo chiederci che tipo di mondo abbiamo costruito per loro».

Il 50% degli insegnanti è a rischio burnout
Ma come si fa, se chi dovrebbe guidarli è in difficoltà, senza i mezzi per maneggiare quel materiale così delicato, e si muove in un’istituzione che perde pezzi anno dopo anno? I dati dell’Osservatorio sul benessere dei docenti dell’Università Milano-Bicocca rivelano che quasi il 50% degli insegnanti è a rischio burnout. Sta male, lavora male. E i racconti della categoria parlano di docenti che già a novembre invocano la fine dell’anno, di pomeriggi sommersi tra le carte, di genitori che telefonano alle 8 di sera per contestare un 6 e di altri mai visti, di studenti che scrollano TikTok in aula.
I giovani non vedono un futuro e hanno fragilità culturali

Il primo ostacolo è proprio quello di creare un ponte con loro, creature che sembrano appartenere a un altro universo. Lo spiega bene Andrea Franzoso, autore amatissimo nelle scuole, ora in libreria con La Costituzione allo specchio (Salani). «Non vedono il futuro e sono schiacciati sul presente, un presente informe, liquido, senza radici. Ma hanno anche fragilità culturali. La scuola degli ultimi anni non li ha preparati, programmi e metodi sempre più semplificati li hanno lasciati senza mezzi. È doloroso dirlo, ma molti fanno fatica a esprimersi. E immagino la difficoltà di comunicare con loro in un contesto così, dove, tra l’altro, l’obiettivo di chi è in cattedra non deve essere più trasmettere il piacere della conoscenza, ma formare competenze, come una fabbrica».
Insegnanti in trincea: la burocrazia che toglie tempo alla “parte bella”
«Far scoprire a un giovane di oggi cos’è il Medioevo è un’emozione grandissima, il problema è che diventa sempre più complicato. Il nostro istituto ha scelto il percorso in 4 anni, le ore di italiano e storia saranno dimezzate, cosa resta?». Claudia, nome di fantasia, insegna italiano e storia in un istituto professionale romano, è coordinatrice di classe e delegata sindacale Cgil: trasmette netta la sensazione che il significato di questo mestiere sia stato inghiottito da altro. «Qui arrivano ragazzi da tutta la provincia e spesso a casa non hanno nessuno che li aspetta. La mia sfida è appassionarli agli ittiti o spiegare loro cosa insegna il passato oggi. Nei fatti, però, tra coordinamento, tutoraggio, gestione dei fondi Pnrr, piani didattici, le giornate passano a scrivere e firmare carte. Tutto sacrosanto, ma a volte non sappiamo più perché siamo qui. Al professionale prepariamo ogni anno i Pfi, i Piani formativi individualizzati. Be’, dopo che li compili per ogni alunno e cerchi le firme di tutti i colleghi, anche 22 per classe, finiscono in una cartella e nessuno li apre più. Però hai tolto tempo alla parte bella».
La “parte bella” è la stessa di sempre: trovare modi per appassionare. «Loro guardano i reel, ma quando li porti a teatro, come è successo a me, a vedere 7 minuti, che mette in scena le operaie riunite in un consiglio di fabbrica, ti tempestano di domande. Certo, la vita fuori è un’altra e so che difficoltà ci sono. Non posso controllare se hanno il coltello in tasca, posso solo spiegare loro che la scuola è stare assieme seguendo tutti le stesse regole. Molti non riconoscono l’autorità e con il tempo ho imparato che potevo stare qui solo se riuscivo farmi volere bene».
La fatica dei professori non è sempre riconosciuta
Intanto la categoria dei prof soffre anche della mancanza di riconoscimento, a tutti i livelli, e questo toglie motivazione. «Nella mia carriera ho visto soprattutto colleghi che fanno una fatica incredibile e che lavorano tanto, ma alla scuola non è riconosciuta alcuna autorevolezza, viene negata l’importanza sociale che ha come istituzione. Pezzo dopo pezzo, mattone dopo mattone, e non da ieri ma da alcuni decenni, siamo stati depotenziati, sottopagati. Adesso è semplice far crollare tutto, basta un alito di vento» sottolinea Gaja Cenciarelli.«Anche le nuove forme di reclutamento sono parte di questo meccanismo». Un tempo c’era la Scuola superiore di insegnamento secondario, oggi ci sono i corsi di abilitazione online e i corsi di aggiornamento da seguire sul web, magari mentre si prepara la cena. E allora come la formi la coscienza di appartenere a una professione che ha una responsabilità enorme?