Ordinare droghe su Telegram: Ghb, mefedrone, crystal meth, Mdma. E poi sfinirsi nei ChemSex party, feste che durano anche 72 ore, senza mangiare, bere, dormire. Facendo solo sesso, con chiunque capiti a tiro, perdendo la cognizione di se stessi per guadagnare una sicurezza e un’autostima facili e veloci, ciò che promette questo rito collettivo.
ChemSex party: drogarsi e poi morire tra omosessuali
Un fenomeno noto nella comunità dei ragazzi gay: coinvolge molti giovani, molti bellissimi, tutti omosessuali. Tanti di loro però muoiono. Spariscono nel nulla, nel silenzio, dalle loro patinate pagine social ma anche dalla meno patinata vita.
È un’epidemia che si consuma nella comunità omosessuale ma di cui nessuno parla. L’ha constatata e documentata il giornalista Simone Alliva nel suo nuovo libro Vertigine: ChemSex e Mascolinità tossica: la generazione invisibile (Fandango ed.). La vertigine è quella di chi scrive, ma anche di chi legge, che viene rapito in una realtà parallela, sotto agli occhi di tutti ma che nessuno vuole vedere. ChemSex sono le feste a base di droghe per sentirsi accettati, scelti, amati.
La mascolinità tossica è quell’idea del maschio indotta dalla cultura patriarcale, che sottomette anche gli uomini gay al pregiudizio dell’uomo tutto d’un pezzo, incapace di mettersi in contatto con le proprie emozioni, ma soprattutto immeritevole di avere una relazione sana. Che, quindi, non può che essere tossica, all’insegna del potere e dell’usurpazione dell’altro.

Stereotipi e pregiudizi sono l’humus del ChemSex
Questo, in breve, il saggio, in parte anche biografico, di Simone Alliva. Un viaggio commovente e a tratti scioccante, accompagnato da interviste e approfondimenti, sulla sottile linea di confine in cui vivono gli uomini gay oggi, soprattutto in Italia: ancora non accettati, vittime di discriminazioni e pregiudizi, essi stessi profondamente discriminanti verso gli altri maschi della comunità. Da tutto questo malessere nasce il ChemSex, agito ma non raccontato, nascosto anche dalla comunità omosessuale e invisibile alle cronache, come spiega in questa intervista l’autore.
Intervista a Simone Alliva
Cos’è il ChemSex?
«È un fenomeno molto underground e poco nominato nella comunità omosessuale, sia per pudore, sia per non ammetterne l’esistenza. E invece esiste, eccome. Io me ne sono accorto vedendo sparire dai locali che frequentavo tanti ragazzi, tutti bellissimi, che continuavo a vedere nelle loro bacheche social ma che poi, nella vita vera, non incontravo più: che fine facevano? Indagando, ho scoperto che molti sono morti di infarto. Ma morire così a 25 anni non è un caso. Accadeva, e accade, per colpa appunto di queste feste a base di droghe che permettono a chiunque di fare sesso in modo molto disinibito e di sentirsi amati e apprezzati. È ovviamente un’illusione creata dalla droga che si beve, come il Ghb (la droga dello stupro) o ci si inietta. Tutto nasce dalla paura costante di essere rifiutati e del giudizio altrui, e dal peso delle aspettative sociali che anche la comunità omosessuale ha per i suoi membri: tutti devono conformarsi a certi ideali di mascolinità. Chi non lo fa, resta ai margini ma soprattutto viene disprezzato. È questa l’omofobia interiorizzata: disprezzare gli altri omosessuali perché disprezzi e non accetti te stesso. Le droghe ti aiutano a vincere questo profondo disagio, ad avere incontri e rapporti che altrimenti – da sobrio – pensi di non poter vivere né meritare, a recitare una parte nel grande palcoscenico degli stereotipi di cui siamo tutti vittime: la prestanza sessuale, i canoni estetici, la desiderabilità».
L’omofobia interiorizzata contagia tutti, anche le persone gay. E, nel loro caso, fa più danno delle malattie sessuali. Come stanno oggi i ragazzi omosessuali?
«Male, ma non si dice. Viviamo un tempo in cui tutto è acceso, estremo e polarizzante: pensiamo che essere Lgbt o gay, soprattutto se maschi, sia accettato e innestato nel tessuto sociale. D’altra parte, abbiamo ottenuto le unioni civili nel 2016, quindi questo – si pensa – dovrebbe essere bastato ad affermare i diritti di tutti. Invece non è così. L’uomo gay fa ancora fatica a fare coming out e ad essere accettato dai familiari. Ancora oggi, moltissimi ragazzi vengono cacciati da casa. Tra di loro, c’è un altissimo tasso di suicidi. Studi recenti tra chi ha fatto coming out ci dicono che, nei successivi 10 anni, continuano ad avere pensieri suicidi, oltre a esperienze di tossicodipendenza e inclinazione all’autodistruzione».
I danni dell’omofobia interiorizzata
Tutta colpa dell’assorbimento, anche a livello inconscio, dell’omofobia: il pensare a se stessi come a persone da disprezzare, non accettabili socialmente, non meritevoli di affetti, amore, relazioni sane.
«L’omofobia viene interiorizzata a colpi di sofferenze continue. Dalla nascita ai 18 anni, le persone gay subiscono in modo inconscio tanti microtraumi. Il rifiuto da parte della famiglia e degli altri, tra gli amici e a scuola, anche magari non esplicitato, provoca molti problemi che si esprimono a più livelli. Dal punto di vista fisico, i maschi gay hanno più malattie cardiovascolari, cancro, disfunzioni erettili, incontinenza, allergie, asma» prosegue Alliva. «Dal punto di vista psicologico, invece, la non accettazione da parte degli altri “li programma” ad aspettarsi il rifiuto, perché questo hanno vissuto in modo costante, in maniera anche impercettibile, dalla nascita. Da qui, la difficoltà ad accettare se stessi, su cui si innestano i modelli estetici con cui dobbiamo combattere tutti quanti, omosessuali, etero, trans: per i maschi, l’uomo sempre giovane, levigato, muscoloso, molto maschile, preferibilmente bianco. Preferibilmente non effeminato».
L’estrema cura del corpo per gli uomini gay è un diktat. Perché?
«Perché il modello a cui si riferiscono è standard: non si può essere grassi o avere i brufoli, ma neanche effeminati. Ci sono uomini che razionalmente abbassano il tono della voce quando ordinano al bar. Lo stigma rende tutti conformi, non sono ammesse eccezioni. Quindi se vuoi essere desiderato, devi modellarti il corpo in palestra. Per molti, la verità è che, non potendo cambiare la loro identità sessuale, cercano di cambiare il corpo, forgiando però anche i comportamenti: se sono stati bullizzati da ragazzini, diventano anche loro bulli. Se hanno subito violenza, la agiscono a loro volta. Lo stigma dell’omosessuale macchietta viene talmente interiorizzato da far sì che loro stessi lo combattano, cercando di apparire virili, machi e, tante volte, volenti».
La violenza sessuale tra uomini di cui non si parla
Di quanto sappiano essere violenti gli uomini gay, però, non si sa e non si dice nulla. Al limite, si racconta la leggenda metropolitana del sesso promiscuo e brutale nei bagni delle discoteche.
«Che, appunto, è una leggenda. Non che non accada, ma riguarda una minoranza. Ciò che andrebbe raccontato, invece, è quanto domini la violenza nei rapporti tra i maschi omosessuali. Anche noi ragazzi gay infatti subiamo violenza, ma pensare a un uomo gay che violenta un altro uomo è contro l’ordine classico delle cose, quelle per cui la violenza è di genere, quindi dell’uomo contro la donna. Chi crederebbe a un maschio violentato da un altro maschio? E così, di tanti episodi che accadono, non si viene a sapere nulla perché ci si vergogna anche a raccontarli. E, proprio come accade alle donne, si pensa di essersi sbagliati e che in fondo, a quella festa, se ci siamo andati, un po’ è anche colpa nostra di quanto è accaduto. Questo della violenza è un enorme tabù della comunità omosessuale, che ancora non viene accettato né riconosciuto come tale».
La violenza nei rapporti diventa mascolinità tossica. Cosa vuol dire?
«Vuol dire che non è accettabile nel pensiero comune, quindi anche per i gay che lo hanno interiorizzato, immaginare una coppia di uomini che abbia una relazione sana: di affetto, stima, rispetto, amore. Si ha quindi sempre bisogno di una validazione esterna, di conferme altrui, della messa in scena del proprio corpo che riceve tanti like. In coppia quindi non ci si sente mai abbastanza, si cerca sempre altro perché non ci si ritiene meritevoli di quell’amore.
E tutto ciò ha a che fare con traumi psicologici detti minority stress: tutti quei traumi e rifiuti che assorbi negli anni e riaffiorano nell’età adulta. Tant’è vero che tra le donne lesbiche questa dinamica quasi non c’è: le lesbiche si mettono in discussione, si lasciano e si rimettono insieme, mentre i gay a una certa età restano soli e non hanno nessuno che si occupi di loro perché al maschio viene insegnato che se la deve cavare da solo, che non deve esprimere insicurezza e sentimenti perché questi sono assegnati al sesso femminile».
Anche gli omosessuali vittime della cultura patriarcale
Anche questi sono i danni del patriarcato. Superarli farebbe bene a tutti, anche agli uomini gay…
«Assolutamente sì! Il patriarcato sopravvive tramite la continua svalutazione delle donne che minacciano il potere maschile. E le persone LGBT, come le donne, indeboliscono il dominio maschile perché si discostano dalla sessualità “obbligatoria”, rompendo gli schemi. Superare tutto ciò aiuterebbe la comunità omosessuale ad accettarsi, a includere quindi anche modelli diversi, oltre le gabbie della prigione del maschio virile tutto muscoli e niente lacrime. Non è un caso che negli ultimi tante associazioni Lgbt si siano unite ai movimenti femministi: hanno capito che, per cambiare le cose, bisogna stare insieme».
Cosa potrebbe aiutare oggi ragazze e ragazzi omosessuali?
«L’educazione sesso-affettiva nelle scuole, per riempire il silenzio e il vuoto lasciati dalle famiglie che, dicono i dati, di sesso ed emozioni non parlano. I ragazzi vivono grandi insicurezze e i genitori non sanno ascoltarli, prigionieri anch’essi di tanti tabù. Imparare a distinguere gli stereotipi di genere, coltivare la cultura del consenso e del rispetto non vuol dire insegnare ai bambini a masturbarsi, come certa politica vuole farci credere».
Qual è l’ultimo stigma tra gli uomini gay?
«La vecchiaia. Il crollo del corpo e dell’immagine cristallizzata del 29 enne glabro, muscoloso e prestante non è accettabile per i maschi omosessuali. Mentre le donne (molte) ci hanno fatto pace, per gli uomini è una guerra, che combattono in solitudine. Se le donne si circondano di amiche, interessi, passioni, i gay da vecchi restano soli».