Daniele Derossi, biologo ma anche scrittore e performer, ha un debole per le camicie colorate. Oggi ne indossa una con fantasie africane, sfondo azzurro e fiori rossi, molto adatta all’argomento di conversazione, un po’ meno al rigore di Torino, sua città di origine dove è tornato a vivere dopo un lungo periodo londinese. Dice che a Londra puoi salire in metropolitana con un pigiama stampato di fenicotteri rosa e nessuno ti fila, qui invece passi per strano. Il che, a pensarci bene, è un nonsenso.
«Nel mondo animale, quelli colorati sono i maschi: pavoni, fagiani, uccelli del paradiso… Noi abbiamo ribaltato il copione: uomini in nero come un plotone di becchini e donne costrette a brillare a colpi di crinoline, piume e fiocchi».
Per spiegare questa contraddizione Derossi ha scritto un libro divertentissimo e rivelatorio già dal titolo: Decidono le femmine (Einaudi). Un viaggio nell’evoluzione delle specie, compresa la nostra, che segue la bellezza come criterio di selezione e mescola Darwin e le camicie colorate, il corteggiamento degli uccelli e gli stereotipi di genere.
Il punto di partenza è una domanda ancora senza risposta: se l’evoluzione ha premiato la bellezza come segnale vitale, perché mai noi umani abbiamo deciso di spegnere il colore maschile? Perché abbiamo compiuto la “grande rinuncia”, come la chiama la storia della moda? «Dentro quella scelta sobria c’è l’impronta del patriarcato, della rispettabilità vittoriana, di un modello di mascolinità che ancora oggi ci ostiniamo a portare addosso come un lutto» dice Derossi.

Evoluzione, Darwin e la moda
Come ci finisce un biologo a parlare di camicie colorate? «Per puro caso, come quasi tutte le cose interessanti. Sono partito davvero ragionando sulle camicie sgargianti! È stato come aprire l’armadio e scoprire che dentro non ci sono solo vestiti, ma la storia dell’umanità. E, soprattutto, i nostri pregiudizi».
Che cosa c’entra Darwin con la moda? «Più di quanto si pensi. Darwin era ossessionato dalle piume del pavone, tanto da confessare che gli facevano venire il mal di stomaco. Perché? Perché erano inutili, anzi dannose: rendevano il maschio più visibile ai predatori e goffo nel volo. Eppure le pavonesse sceglievano con chi accoppiarsi proprio per quella coda. È lì che Darwin capì che non tutto si spiega con la selezione naturale: serve anche la selezione sessuale, cioè il gusto femminile. Pensare che il gusto femminile potesse influenzare l’evoluzione, però, era intollerabile per l’Inghilterra vittoriana. E infatti la teoria venne sepolta per cent’anni».

All’uomo il nero, alla donna il colore
Perché, invece, la specie umana si comporta in maniera opposta? «Non è stato sempre così. Fino al ’600 anche gli uomini erano agghindati con sete, merletti e colori. Poi, con l’Illuminismo e soprattutto con l’età vittoriana, l’uomo occidentale ha scelto il nero: serio, sobrio, uniforme. Un look che serviva a legittimare il potere maschile come razionale, immune da capricci. Alle donne è rimasto il compito di colorare la scena, ma al prezzo di essere giudicate proprio per quell’apparenza. Risultato? Ai balli dell’800 lui sembrava vestito per un funerale, lei per un carnevale. Un ribaltamento del copione che ci portiamo ancora addosso, nei consigli d’amministrazione come nei matrimoni».
Il no gender nella moda
Nella moda, però, inizia a farsi strada la tendenza “no gender”. Una rivoluzione? «Una crepa, piuttosto. Nei contesti formali gli uomini restano inchiodati al tre pezzi scuro: pantalone, giacca e panciotto. Certo, la musica e le passerelle hanno rotto il tabù, lì si vedono gonne maschili, pizzi, stivali. Ma nei parlamenti vincono ancora le regole vittoriane. Guardi un dibattito politico inglese: laburisti e conservatori si odiano, ma si vestono tutti uguali»

Dal punto di vista evolutivo, questa rigidità a che cosa serve? «A nulla. L’evoluzione premia la variabilità. Più opzioni hai, più chance ci sono di sopravvivere a un cambiamento. I panda, che mangiano solo bambù, rischiano la fame al primo imprevisto. I ratti, che mangiano di tutto, prosperano. Noi umani restiamo impigliati in modelli di genere rigidi, antiquati, pericolosi. In un mondo che cambia alla velocità della luce, vestirci ancora da vittoriani non è solo noioso: è un handicap evolutivo».
Alla fine scelgono le donne
Davvero in natura sono le femmine a scegliere? «Spesso sì. E questo ha spinto perfino l’intelligenza maschile. Alcuni uccelli per il corteggiamento costruiscono palcoscenici decorati. Altri imitano suoni, dalle motoseghe ai bambini che ridono: più ampio è il repertorio, più la femmina li preferisce. In pratica: se non sai incantare, resti single».
Alla fine le femmine vogliono maschi belli o intelligenti? «Tutti e due. A volte scelgono i più sani, altre i più appariscenti. E spesso i due criteri coincidono. In certi uccelli un piumaggio arancione acceso dovuto a una dieta ricca di carotenoidi, per esempio, segnala sia salute sia bellezza. L’evoluzione non ama gli aut-aut: preferisce i compromessi brillanti».

La moda come bussola dell’evoluzione
E noi esseri umani chi dovremmo imitare? Le specie appariscenti o quelle sobrie? «Un po’ entrambe. Dai pavoni maschi dovremmo imparare che la bellezza è una strategia evolutiva seria: una coda esagerata è un messaggio di forza. Dalle livree sobrie e mimetiche delle femmine di fagiano, invece, che la discrezione è funzionale alla sopravvivenza».
Quindi la moda è davvero una bussola dell’evoluzione? «Assolutamente. Non ci dice solo come ci vestiamo: ci racconta come pensiamo, chi può scegliere e chi deve compiacere. La moda è la nostra piccola selezione naturale quotidiana. Se imparassimo ad allargare il guardaroba, forse allargheremmo anche l’orizzonte evolutivo».
A guardare le passerelle, sembra che gli uomini stiano ricominciando a divertirsi? «Sì, ed è una notizia meravigliosa. Certo, parliamo ancora di passerelle e non di consigli comunali, ma è già qualcosa. È la fine della “grande rinuncia”, almeno in parte. E anche un segnale politico: smettere di rinunciare all’estetica significa forse smettere di aggrapparsi a un certo potere patriarcale. La moda ci dice che l’epoca del maschio-becchino è agli sgoccioli».