Annus Domini 2006. I calciofili trovano la gloria con la vittoria dell’Italia ai Mondiali, le fashioniste il film del cuore. Tra il serio e il faceto, Il Diavolo veste Prada di David Frankel – con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci – conquista le sale e diventa subito un cult. Ora, a 20 anni esatti di distanza, è di nuovo sulla bocca di tutti per via del sequel appena arrivato al cinema. Del resto, le prime immagini dal set la scorsa estate e le incursioni dei protagonisti alla Milano Fashion Week di settembre avevano già acceso la curiosità. E una domanda: il Diavolo veste ancora Prada?

Il Diavolo veste Prada: la realtà oltre la finzione
Quel film aveva aperto uno spiraglio su un mondo allora blindatissimo, raccontandone lo sfavillio ma lasciando trapelare anche il suo “lato oscuro”. La redazione di Runway e la sua direttrice Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep, create a immagine e somiglianza di Vogue America e Anna Wintour, mostravano per la prima volta la vera faccia del giornalismo di moda. La pellicola era infatti tratta dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger, per anni assistente personale di Wintour (sebbene nella prefazione scrivesse che fatti e personaggi erano di fantasia). Un racconto somigliante, ma edulcorato.
«Ricordo che fui invitata alla prima al cinema Odeon di Milano. Tra champagne e lustrini, era bellissimo. Ai titoli di coda ho pensato che era tutto vero. Ero una stylist e quella follia la vivevo tutti giorni. Ho visto persone dare in escandescenze se non avevano il look di un determinato brand. A volte le invidiavo pensando che avessero un fuoco sacro, poi ho iniziato a pensare che non volevo diventare come loro. Senza una vita oltre al lavoro o del tempo da passare con i figli. Ora mi ispiro alla Gen Z: per loro la professione è importante, ma è solo una fetta della giornata. Allora alle 18.30, se non ci sono urgenze, scappo dal mio bambino» racconta la dipendente (Millennial) di un noto marchio del lusso italiano.
Le fa eco Grazia D’Annunzio, docente, scrittrice e giornalista che ha lavorato per quasi 30 anni a Vogue Italia. «Anne Hathaway nel ruolo di Andy Sachs, l’assistente di Miranda, mi fece tenerezza. Anch’io mi presentai da Franca Sozzani (direttrice del magazine dal 1988 al 2016, ndr) senza sapere esattamente dove mi trovassi e vestita come meglio potevo. Comunque, pensai che il film fosse una caricatura non priva di cliché. La mia realtà era anche peggio: parlo di sotterfugi e competizione». Noi questo però non lo sapevamo, nella testa ci risuonavano le parole della spietata direttrice di Runway ad Andy (Anne Hathaway): «Non dire sciocchezze, tutti vogliono essere noi».
Tra ritorni e novità
E ora che l’azzurro ceruleo è di nuovo di tendenza, sarà ancora vero? Perché in 20 anni di cose ne sono cambiate, eccome. Nel sequel Miranda è alle prese con un mondo dell’editoria in crisi, travolto dalla rivoluzione dei social. Andy, che al termine del primo film se ne era andata lanciando il cellulare in una fontana parigina, torna a Runway proprio per aiutarla. Mentre Emily Charlton (Emily Blunt), ormai dirigente di successo, pare sarà la sua rivale. Ritorna anche l’art director Nigel Kipling (Stanley Tucci) che, a giudicare dal trailer, avrà ancora un ruolo chiave come aiutante di Andy, almeno per lo stile. Mentre tra le new entry figurano Simone Ashley, una delle nuove assistenti di Miranda, Kenneth Branagh, nei panni del marito, Justine Theroux e Pauline Chalamet. Dulcis in fundo: il cameo di Donatella Versace (come Valentino nel 2006).
Se la moda perde il suo potere
Ai cambiamenti cinematografici si sommano quelli nell’universo reale del fashion system. Se all’uscita del primo film Anna Wintour si era limitata a presentarsi in Prada alla première, per il sequel si è mostrata inaspettatamente incline all’ironia: alla sfilata di Celine durante l’ultima Paris Fashion Week con la sua erede Chloé Malle in maglioncino ceruleo, sul palco degli Oscar accanto ad Anne Hathaway riluttante a commentarne l’outfit (in puro Miranda style) e, per la prima volta, in copertina sul “suo” Vogue America al fianco di Meryl Streep. Entrambe indossano creazioni di Miuccia: realtà e finzione si sovrappongono.

«È il simbolo del trionfo di Wintour» spiega Grazia D’Annunzio. «Ora è Chief Content Officer di Condé Nast e Direttrice Editoriale Globale di Vogue: in poche parole è più potente di prima. La promozione del film è diventata promozione di sé, paradossalmente si è sostituita perfino al nome di Lauren Weisberger, che fu sua assistente e scrisse il romanzo da cui tutto è nato».
Ad aver perso potere, invece, è la moda stessa. «Le persone non possono più permettersela. I cambi di poltrona a capo delle maison non interessano a nessuno e c’è una disaffezione crescente per i brand, spesso irriconoscibili. Alla fine ognuno compra quello che può permettersi economicamente» aggiunge Grazia D’Annunzio. Il che lascia intuire che dei costumi del film firmati da Molly Rogers ci importerà ben poco.
Miranda Priestly è ancora un modello ispirazionale?
C’entra forse l’atteggiamento diverso delle nuove generazioni nei confronti del fashion? «Miranda Priestly è stata a lungo il modello di un mondo considerato desiderabile: spietata, a tratti umiliante, incarnava l’idea che per entrare nel sistema bisognasse meritarselo, soffrire, capirne i codici. Oggi quella promessa si è incrinata. Il potere distante, più che sedurre, spesso irrita» osserva Alice Avallone, scrittrice, docente di Data Humanism alla Scuola Holden di Torino e direttrice dell’Osservatorio di Antropologia digitale Be Unsocial.
«Il glamour come disciplina, l’idea che anche nel gusto ci sia una gerarchia, ai più giovani appare un concetto teatrale, se non tossico, perché l’autorità non basta più a legittimarsi da sola. Infine, è cambiata la relazione con i marchi. Se da un lato i consumatori li desiderano, dall’altro li guardano con maggiore sospetto, soprattutto se anche quelli più cool emanano un’aria di snobismo e performatività».
Il Diavolo veste Prada 2: resta il piacere di sbirciare dietro le quinte
Molti si chiedono se Il Diavolo veste Prada 2 fosse davvero necessario. La vera questione è se ci farà ancora sognare. Resta il piacere di sbirciare dietro le quinte: lo dimostra anche l’attesa uscita, prevista per maggio, di Best Dressed di Filipa Fino, ex editor di Vogue America che ha trascorso 11 anni accanto a Wintour e promette di svelare altri aspetti inediti dell’industria della moda. Infatti, come ha spiegato l’autrice in un’intervista, il suo lato più spietato non è ancora stato raccontato. Lo leggeremo, ci guarderemo anche le ultime diavolerie di Miranda, ma forse con meno indulgenza verso la maschera che incarna. Il mondo è cambiato, questa volta potremmo non voler essere lei.