Quando si diventa vecchi? Ammesso che questa definizione sia più utilizzabile, l’inizio della “grey age” è ormai spostato sempre più là. Secondo una ricerca, condotta dal centro di ricerca in psicologia EngageMinds Hub dell’Università Cattolica di Cremona, le italiane e gli italiani fissato la “fatidica soglia” a 71 anni. La stessa indagine, però, mostra anche un fenomeno crescente: la paura di invecchiare, o “sindrome di Dorian Gray”, dal protagonista dell’omonimo romanzo di Oscar Wilde.
Cos’è la “Sindrome di Dorian Gray”
«La giovinezza è l’unica cosa che valga la pena possedere», diceva il giovane Dorian Gray. Era il 1890 quando Oscar Wilde offriva al pubblico il ritratto di quel giovane ossessionato dal culto della bellezza. E dell’eterna giovinezza, tanto da arrivare a dire che «La tragedia della vecchiaia non è invecchiare, ma rimanere giovani dentro». Dall’Inghilterra ottocentesca dell’epoca a oggi sono cambiare molte cose, ma una sembra resistere e persino aumentare: la paura di invecchiare e di perdere fascino e attrattività. A dimostrarlo è il risultato dell’indagine condotta dai ricercatori di Cremona, che appunto porta a parlare di “sindrome di Dorian Grey”.
Paura di invecchiare per 1 italiano su 2
Per un italiano (e italiana) su due, dunque, il passare degli anni rappresenta un problema, ma non solo in termini estetici (il boom dei prodotti anti-age la dice comunque lunga anche su questo aspetto), quando in termini di paura di immagine positiva: come se l’età portasse con sé un calo nelle competenze, una perdita di credibilità e influenza, persino un parziale ridimensionamento del proprio ruolo sociale. Non a caso il 47% degli intervistati pensa con apprensione di non sentirsi più utile per il prossimo.
Oggi ci si sente “vecchi” a 71 anni
Lo spartiacque tra età matura e vecchiaia, dunque, oggi viene indicato a 71 anni, più o meno. Si tratta di un’età in genere successiva all’inizio della pensione, segno che non è questo il passaggio che viene ritenuto decisivo. L’invecchiamento, piuttosto, viene fatto coincidere con un peggioramento delle condizioni di salute o con la perdita di autonomia e indipendenza. Oggi, quindi, si ritiene che la vecchiaia cominci con la perdita di salute o autonomia, non con un passaggio ad altro ruolo sociale, come quello da lavoratore a pensionato.
Quando inizia davvero la vecchiaia
«In effetti possiamo suddividere la vita in fasce di 30 anni. Il primo trentennio, la cosiddetta “giovinezza”, va dalla nascita ai 30 anni; il secondo, dai 30 a 60 anni, rappresenta la “maturità”, quando iniziano ad apparire i segni del passare del tempo fisiologico (con la menopausa femminile e il calo degli ormoni anabolici maschili); poi c’è il terzo trentennio, dai 60 ai 90, quello della “senescenza”, caratterizzato da un decadimento multiplo funzionale progressivo. Ma esiste anche un quarto trentennio, della “vecchiaia” vera e propria, dai 90 ai 120 che rappresentano la massima età possibile della specie umana, ma che è appannaggio dei pochi centenari e ultracentenari», spiega Francesco Balducci, medico anti-age e nutrizionista, autore di Medicina della longevità (Autoritas Ed.). «La vecchiaia, quindi, dovrebbe essere quella in cui si avvertono fragilità e inefficienza fisica o mentale, ma non è detto che siano i 71 per tutti», aggiunge Balducci.
Le paure degli italiani
Una delle più grandi paure indicate dal campione della ricerca è il fatto di contare meno per la società, avvertito dal 40%. A spaventare circa un terzo della popolazione, invece, è il non essere riuscito ad aver raggiunto traguardi sociali ritenuti importanti. Solo il 20%, invece, è preoccupato dal perdere amici e conoscenti col passare degli anni. Sembrerebbe quasi che il timore sia di perdere quell’immagine di sé che si aveva o che si pensava di avere, non tanto qualcosa di materiale.
Le differenze tra uomini e donne
«È così anche per i miei pazienti over 60 e 70, ma con una differenza di genere: gli uomini temono soprattutto la perdita di efficienza fisica, di forza, mentre le donne hanno mediamente più attenzione anche all’aspetto esteriore, dopo i 50/60 anni, anche se poi ci sono casi particolari per cui non è detto che siano questi i due parametri sui quali definire l’inizio della vecchiaia – spiega Balducci – Anche la preoccupazione delle patologie ha però la sua influenza: da partire da una certa, variabile da soggetto a soggetto, c’è l’idea di perdere la propria autosufficienza per malattie degenerative e quindi di non essere più in grado di mantenere le proprie abitudini quotidiane», spiega Balducci.
Come è cambiata la pausa di invecchiare
Longevity e anti-age sono ormai diventati concetti diffusi e quasi parole d’ordine: «Per me, che mi occupo di medicina anti-aging da oltre 30 anni, è certamente importante l’idea di prolungare la giovinezza e mantenere l’efficienza fisico-mentale, quindi avere una longevità sana, detta “atletica”. Ma dopo il Covid è esplosa la moda sui social – complice il marketing – con molti “guru dell’anti-age” improvvisati, magari neppure medici e appena 30enni. Quindi ritengo che la longevity come stile di vita, per prevenire possibilmente patologie, sia un valore da coltivare, da correlare però alla medicina rigenerativa. Se invece è solo un business, magari mirato alla vendita di qualche integratore, è un valore effimero», sottolinea l’esperto.
Gli 8 consigli degli esperti anti-age
Di fronte alla crescente importanza della salute e della longevità, dunque gli esperti dell’American Hearth Association hanno messo a punto un vademecum, con 8 consigli fondamentali, chiamati Life’s essential 8. Il primo riguarda l’alimentazione, che dovrebbe essere il più equilibrata e varia possibile, includendo cibi integrali, frutta e verdura, proteine sane (meno carne rossa, più bianca e legumi), frutta secca e semi, olio extra vergine di oliva invece di quelli tropicali o dei grassi di origine animale. Al secondo posto c’è anche l’orario dei pasti (o crononutrizione), per esempio con garantire una finestra di almeno 12 ore di digiuno notturno. Fumo e alcol, invece, andrebbero banditi, per lasciare spazio ad attività fisica e ad “allenamento mentale”. Altri due consigli preziosi riguardano un adeguato riposo in termini di ore di sonno (almeno 6-7), il mantenimento di una rete di relazioni sociali e amicali, e infine da controlli di salute regolari.
Attenzione all’alimentazione
«Sono consigli in parte condivisibili, ma da prendere con buon senso, perché già in passato sono arrivate indicazioni discutibili, dalla stessa American Heart Association, per esempio demonizzando tutti i grassi e favorendo il consumo di zuccheri – spiega Balducci –L’alimentazione deve sempre essere varia ed equilibrata, con apporto di proteine nobili (i legumi, per esempio, non possono sostituire del tutto la carne, se di qualità, e anche i cereali integrali sono polisaccaridi, quindi ricchi di zuccheri). Importante l’apporto di alcuni grassi nobili, come olio extravergine, frutta secca, avocado e quelli in alcuni pesci cefalopodi e crostacei, e moderato apporto di carboidrati da frutta e tuberi. Giusto il consiglio sull’attività fisica, come anche l’evitamento dello stress e il rispetto del giusto riposo», conclude Balducci.