La parità non è una conquista puramente legislativa, ma un muscolo che va allenato quotidianamente. È la tesi di Siamo pari! Allenarsi alla parità di genere (Salani) scritto a sei mani da Fabio Caon, docente universitario, Gherardo Colombo, ex magistrato, e Tiziana Spadon, ex insegnante di scuola primaria, con la toccante premessa di Gino Cecchettin.

Il libro segna un punto di svolta nel dibattito pubblico sull’educazione di genere, perché si propone come una bussola pedagogica e civile per le nuove generazioni: un manuale pratico, con esercizi da fare in classe, per superare stereotipi e pregiudizi e per costruire una società più inclusiva.

«Il rapporto tra parità e violenza è inversamente proporzionale: più c’è parità, meno c’è violenza. E viceversa» spiega Gherardo Colombo. «La violenza non è contemplabile in un rapporto paritario, che presuppone necessariamente il riconoscimento della pari dignità di chi vi si trova».

cover del libro "Siamo pari! Allenarsi alla parità di genere"
L’ex magistrato Gherardo Colombo ha scritto con Fabio Caon e Tiziana Spadon Siamo pari! Allenarsi alla parità di genere (Salani), in uscita il 25 settembre.

Le leggi non bastano: la parità va praticata

La metafora dell’allenamento evidenzia che per costruire la parità non basta un’adesione teorica. «Il rischio è di cadere nell’ipocrisia, cioè sposare la causa e poi, nel concreto, non fare nulla per tradurla in realtà».

Questa discrepanza spiega perché lo strumento giuridico da solo non sia sufficiente.

Colombo, un’intera vita in magistratura, esprime una tesi spiazzante: «Diamo troppa fiducia e troppa importanza alle leggi. Pur avendo una Costituzione solida, che ha come pilastro l’esclusione di qualsiasi discriminazione, la realtà mostra una distanza drammatica dalla parità effettiva nella vita quotidiana. La ragione è prettamente culturale: quando cultura e legge confliggono, vince la cultura e perde la legge. Vince ciò che la gente pensa e fa, non ciò che dicono le norme».

Educare alle emozioni per costruire una società più giusta

La scuola può diventare un “laboratorio di umani in crescita”, dove combattere l’ipocognizione emotiva, la mancanza di parole o concetti per descrivere e comprendere le proprie emozioni, attraverso un’efficace educazione affettiva.

Questo cammino richiede precondizioni basilari. «Giustizia sociale, rispetto reciproco, educazione all’ascolto e alla cura dell’altro.

Una volta che siamo tutti nella condizione di vivere dignitosamente e ci rispettiamo, non è necessario prendere misure ulteriori ed eccezionali» rimarca Colombo.

Prima cultura poi la politica: il ruolo dei giovani

Il faro resta il rifiuto di ogni discriminazione contenuto nella nostra Carta. «Dobbiamo lavorarci in tutte le sedi e attraverso i comportamenti quotidiani. E rispettare anche quelli che non rispettano gli altri».

In questo cammino culturale, i motori del cambiamento sono i giovani, mentre le istituzioni sono chiamate a seguire la scia dell’evoluzione sociale. «I ragazzi soprattutto hanno il compito di cambiare la realtà, la politica viene dopo» afferma Colombo. «La politica risponde alla cultura, a ciò che i cittadini pensano, ai loro valori. Se prevale l’individualismo, si rischia di scivolare in una società gerarchica in cui chi sta in alto comanda e chi sta in basso obbedisce».

La libertà si impara: dalla fiducia nasce la responsabilità

Incontrando 50.000 studenti all’anno, Colombo rileva un grande coinvolgimento ma anche la tentazione di sottrarsi: «C’è chi dice: “Preferisco che siano gli altri a scegliere, così non mi assumo responsabilità”».

È il timore della libertà: «La libertà, che è l’altra faccia della responsabilità, diventa un problema quando manca la fiducia». Proprio da questa fiducia e da questo allenamento quotidiano la scuola deve ripartire per costruire una parità reale.