Nel grande progetto di emancipazione femminile nessuno aveva previsto questo risvolto: un giorno alcune figlie avrebbero potuto sentirsi schiacciate proprio dalle madri che avevano conquistato tutto ciò che le generazioni precedenti avevano sognato. Donne autonome, brillanti, indipendenti, realizzate, piene di interessi, di amici, di progetti. Piene di vita. Donne che si sono prese il proprio spazio e, quando hanno fatto bingo, anche una bella fetta di felicità. Madri che hanno fatto dell’autonomia una specie di religione. Eppure crescere all’ombra di una super mamma può essere un esercizio di equilibrismo. Perché se è complicato avere una madre fragile, insicura, irrisolta, non è detto che averne una che sembra aver trovato tutte le risposte sia una passeggiata di salute. Se una madre è irrisolta può diventare una minaccia, se è molto risolta rischia di diventare ingombrante.

Madri ingombranti loro malgrado

Non stiamo parlando di madri competitive, narcisiste o primedonne. Donne da piedistallo. Non quelle che entrano nella vita delle figlie con il piede di porco delle aspettative, pretendendo di decidere studi, amori, professioni e già che ci siamo taglio di capelli. Il fenomeno è più sottile e riguarda donne che non vogliono essere un modello, ma che finiscono per esserlo comunque. E che magari, quando si accorgono di occupare troppo spazio, ci stanno male. L’ultimo sfogo è di Michelle Hunziker, una madre giovanissima, bella, famosa, esposta continuamente allo sguardo degli altri; e Aurora Ramazzotti, che si è trovata a crescere dentro un confronto inevitabile. Michelle ha ricordato che, dopo alcune copertine che puzzavano di body shaming lontano un chilometro, Aurora dai tredici ai diciannove anni non è più voluta andare in spiaggia con lei. Sofferenza vera e moltiplicata per due.

Figlie che hanno rischiato di sparire

Naturalmente il successo di una madre non condanna automaticamente i figli a vivere in seconda fila. Basta guardare a certe accoppiate madre-figlia splendide a 360 gradi e quasi alla pari: Madonna e Lourdes, Vanessa Paradis e Lily-Rose Depp, Lisa Bonet e Zoë Kravitz, Cindy Crawford e Kaia Gerber, Andie MacDowell e Margaret Qualley, Uma Thurman e Maya Hawke. Figlie cresciute accanto a donne di grande talento e personalità, che hanno saputo trovare una strada propria.

Non necessariamente la stessa, non necessariamente parallela. Perché il punto non è battere la madre sul suo terreno, ma scoprire di averne uno. La madre è il primo grande modello femminile, quello da cui si impara, quello da cui ci si distingue, quello che a volte si ama e si combatte nello stesso pomeriggio. La figlia può desiderare di assomigliarle e avere un bisogno disperato di non assomigliarle affatto. Può essere orgogliosa dei suoi successi e sentirsi inadeguata proprio per quei successi. Può volerle bene e invidiarla. Sentimento che, nel galateo degli affetti familiari, non gode esattamente di buona stampa.

Madri ingombranti, luce riflessa

Il problema è che il successo di una madre può diventare, agli occhi di una figlia, uno specchio deformante. Più lei brilla, più l’altra rischia di sentirsi in ombra. E quando una ragazza non ha gli strumenti per riconoscere il proprio valore può finire per leggere ogni conquista materna come la prova di una propria insufficienza. Anche le opportunità offerte da una famiglia privilegiata, gli stimoli culturali, le possibilità economiche, possono trasformarsi in una pressione: se ho avuto tanto, perché non riesco a fare altrettanto? Se lei ce l’ha fatta, che cosa c’è che non va in me?

A volte la reazione è la ribellione, altre volte prevale la sottomissione silenziosa, quella di chi si accontenta di essere l’eterna seconda, convinta che il posto sul podio sia già occupato. Può comparire persino una sorta di sindrome dell’impostore: i successi personali vengono sminuiti, attribuiti alle opportunità ricevute o all’influenza materna. Come se ogni traguardo avesse bisogno del timbro di autenticità della madre.

Scusami se sono felice

E c’è un altro rischio: che la madre, nel tentativo di non oscurare la figlia, cominci a chiedere scusa di essere felice. Ridimensiona i propri successi, nasconde le soddisfazioni, soffoca gli entusiasmi. Si trattiene, insomma. Diventa una versione più piccola di sé, nella speranza che la figlia possa finalmente sentirsi abbastanza grande. Ma è davvero questa la soluzione? Non proprio. Perché i figli hanno antenne sensibilissime per tutto ciò che non viene detto. Si accorgono delle rinunce, delle esitazioni, delle improvvise cautele. E il tentativo materno di farsi da parte può produrre un nuovo senso di colpa: è per colpa mia che deve rinunciare a qualcosa? La relazione finisce così per trasformarsi in una recita a due: una madre che finge di essere meno di ciò che è e una figlia che finge di non accorgersene.

La voce sana delle mamme non ingombranti

La vera sfida, allora, non è spegnere la luce materna, ma imparare a non usarla come un faro puntato sulla strada della figlia. Una madre può raccontare la propria esperienza senza trasformarla in una lezione, condividere le proprie conquiste evitando che suonino come un programma di vita. Soprattutto, può imparare a riconoscere e apprezzare qualità che non le appartengono e che magari non avrebbe scelto per sé. Perché se una madre è una manager ambiziosa e la figlia desidera una vita più appartata, se una ama la ribalta e l’altra il margine, se una misura il successo in riconoscimenti professionali e l’altra nella possibilità di avere tempo per sé, non è detto che ci sia un problema da risolvere. Potrebbe semplicemente esserci una differenza da rispettare.

Viva, dunque, le madri ingombranti, purché sappiano lasciare aperta la porta. Quelle che non hanno bisogno di fingere di essere meno brillanti per permettere alle figlie di brillare a modo loro. Quelle che sanno fare un passo indietro senza scomparire e stare accanto senza occupare tutta la scena.